Episodio 8 – Polizia zombie

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Revisione: Silvia Scicchitano

Il sacco di paglia venne tolto con un violento strattone.
Ciò che si rivelò sotto quel cappuccio improvvisato fu il volto tumefatto di un afroamericano appena ventenne, con un occhio incapace di aprirsi per il gonfiore e un sanguinolento labbro spaccato.
«Ben arrivato William, oppure preferisci essere chiamato Willy?».
Seduto su di un piccolo sgabello, proprio di fronte al ragazzo pestato, Josè Delgado mostrò il proprio faccione olivastro con tutta la sua spocchiosa arroganza. Sulle sue guance perfettamente rasate spiccavano solo due crespe linee sottili di barba scura, che dalle tempie gli scendevano fino al mento, lasciando giusto mezzo centimetro vuoto proprio nel punto in cui si sarebbero dovute incontrare. I pochi capelli rimasti erano stati tagliati corti e con molta accuratezza, tentando inutilmente di mascherare l’incipiente calvizie che aveva lasciato un ben misero numero di superstiti. Un ampio torace villoso spuntava da sotto una canotta bianca chiazzata d’olio, mentre attorno al collo pendeva una moltitudine eccessiva di pesanti catene dorate, talmente spesse da poter essere utilizzate per trainare perfino un camper.
Nessuno avrebbe detto che quel grottesco individuo dall’espressione idiota fosse a capo dei Razziatori: una delle più efferate gang della città. Eppure in molti erano stati costretti a fare la sua conoscenza in quel modo spiacevole; e ora, a quella lunga lista, si era aggiunto anche il nome di William.
«Fatti in culo, portoricano pezzo di mer…».
“SDUMM”.
Un colpo allo stomaco strozzò l’imprecazione del ragazzo, il quale si ritrovò a tossire sputando sangue.
«Cállate, negro!», gli gracchiò contro uno smunto tizio dagli zigomi pronunciati e l’espressione arcigna.
«Madre de Dios, Paco!», intervenne José mostrando una premura poco credibile, «il nostro ospite deve ancora “ambientarsi”». Poi, quasi mortificato, tornò a indugiare sugli occhi furenti del ragazzo. «Ti prego di scusare il mio amico. Paco tende ad essere sempre un po’ irrequieto quando qualcuno abusa del turpiloquio».
Rabbioso e dolorante, William serrò i pugni e provò a divincolarsi. Un gesto disperato che si rivelò non solo inutile, ma anche dannoso. Benché fossero sottili, le fascette di plastica con cui gli erano stati legati i polsi dietro la schiena dovevano essere di quelle dannatamente resistenti, con un passante a frizione che consentiva di stringerle facilmente ma che, allo stesso tempo, le rendeva impossibili da allentare. Lo sconforto andò peggiorando non appena il ragazzo si accorse della stessa situazione di prigionia in cui erano ridotte le sue caviglie.
Come c’era arrivato lì, e cosa diavolo era successo? Ricordava di aver fatto il giro del “pizzo” con i ragazzi e di essersi fermato poi a bere qualcosa. Ricordava vagamente di aver sentito un rumore nel vicolo dietro il bar, ma cosa fosse successo in seguito, gli era del tutto oscuro.

“SKASH”…“SKASH”.

Un paio di tonfi metallici alle sue spalle lo fecero sobbalzare. Fu allora che William iniziò a concentrarsi su ciò che aveva attorno… e ciò che vide non gli piacque affatto.
Il luogo in cui lo avevano trascinato con la forza sembrava uno squallido sottoscala striminzito, illuminato da una pallida lampadina che penzolava dal soffitto e aromatizzato da un fetido puzzo di piscio di gatto. Conosceva bene il volto flaccido dell’uomo che aveva davanti, così come il suo tirapiedi rinsecchito dalle mani “calde”. Ma oltre a quei due ben noti pezzi di merda, un’altra manciata di anonimi scagnozzi portoricani assisteva allo spettacolo dietro di loro, con la schiena poggiata alle pareti e un ghignante sorrisetto divertito. Nel frattempo qualcosa alle sue spalle continuava a battere insistentemente, producendo un fastidioso suono metallico. Qualsiasi cosa fosse, ora era l’ultimo dei problemi di William.
«Quando mio fratello verrà a sapere di tutto questo», disse a denti stretti, «tu e la tua ridicola banda di pezzenti brucerete vivi nelle pire dove ardono le carcasse degli infetti».
«Ma cos’è tutta questa ostilità?», chiese José sorpreso e amareggiato allo stesso tempo. «Non siamo qui per farti alcun male, o almeno, non più di quanto Paco te ne abbia già fatto». Un ghigno irriverente si insinuò nella sua infida espressione bonaria. «Ti basterà dirci quello che vogliamo sapere e sarai libero di andare, senza altri problemi».
L’uomo stiracchiò le braccia e incrociò le mani dietro la nuca. Dalla visibile compiacenza nei suoi occhi traspariva la totale convinzione di ricevere la risposta che voleva sentirsi dire… Purtroppo per lui, William era di tutt’altro avviso.
«Vai a farti fot…».

“STAMM”.

Questa volta Paco scelse un gancio destro per interrompere l’insulto del ragazzo.
«Willy… Willy… Willy…», sospirò José scuotendo la testa. «Posso chiamarti Willy, vero?».
«No, stron».

“SDUMM”.

Una ginocchiata al plesso solare, e il ragazzo si ritrovò di nuovo senza fiato.
Nonostante una crepa di nervosismo si fosse insinuata nello sguardo pacato di José, questi aspettò pazientemente che il suo ospite ritrovasse un barlume di lucidità, poi proseguì.
«Ahora escuchame, William, posso assicurarti che Paco sarebbe capace, per non dire entusiasta, di continuare così per tutto il giorno. Però io non sono un amante della violenza, e credo che questo stillicidio sia totalmente inutile per entrambi, quindi…», disse prima di inspirare profondamente, «sappiamo che la vostra banda ha avuto una soffiata su di un rifugio segreto in cui la polizia ha fatto stipare dalla Weapon Corporation una riserva di armi in caso di emergenza. Ora, dato che l’arrivo di questa antipatica epidemia ha portato la situazione ben oltre l’emergenza, noi vogliamo solo sapere dove si trova questo rifugio, prendere le armi, e infine, lasciarti andare… Todo aqui».
Il sorriso melenso che solcò il faccione di José fu qualcosa di tremendamente insopportabile per gli occhi di William.
«Non ti dirò proprio un caz…».
Un altro cazzotto, un altro attacco di tosse. Intanto, quell’ovattato sottofondo di tonfi metallici aveva ripreso con insistenza.
«Voglio dirti qualcosa su di me, ragazzo». La tranquillità sul volto di José Delgado venne d’improvviso intaccata da un pensiero cupo che, inconsciamente, sembrò portarlo ad estrarre una splendida 44 Magnum con la canna argentata e il manico in avorio finemente intarsiato. «Io sono un tipo paziente, e fidati se ti dico che prima o poi otterrò quello che voglio sapere».
«Cosa credi di fare con “quella”, impressionarmi?», commentò William sputando a terra un denso grumo di catarro e sangue.
«Ti riferisci a questa?», fece Josè con un cenno sorpreso verso la propria arma. «Oh no, non ho alcuna intenzione di usarla contro di te». Poi un pollice pensieroso solcò le incisioni sul calcio. «Vedi, questa era di mio padre. È stato lui a insegnarmi a sparare quando avevo solo dieci anni. Indipendentemente dall’età, quell’uomo era convinto che si dovesse essere sempre pronti al peggio, soprattutto quando si ha un negozio di liquori in un quartiere di periferia».
Alle spalle di William, altri lenti tonfi risuonarono nella piccola stanza con un suono di “campane a morto”, ma José non se ne curò affatto. Egli attese con estrema indifferenza che cessassero, per poi proseguire nel suo racconto.
«Una sera, uno sbarbatello di colore, proprio come te, entrò nel suo negozio e tirò fuori un fucile a canne mozze. Mio padre, che aveva sempre avuto fiuto per i pezzi di merda, prima ancora di vedersi quell’arma puntata contro, cacciò la sua pistola intimandogli di arrendersi. Preso dal panico più totale e per nulla abituato a trovarsi faccia a faccia con la bocca di una calibro 44, quello stupido ragazzino fece partire accidentalmente un colpo di fucile. Mio padre venne raggiunto in pieno petto ma, prima di cadere a terra, riuscì a premere il grilletto della pistola centrando un ginocchio del ladruncolo».
William notò l’alloggiamento del tamburo a sei colpi della pistola aprirsi di scatto. Subito dopo, José lo fece ruotare con un dito, constatando così la perfetta lubrificazione del sistema di scorrimento.
«Avevo solo dodici anni quando vidi mio padre morire strozzato dal suo stesso sangue, eppure, ricordo di essere uscito con molta calma da sotto al bancone dietro cui mi ero rintanato. Ricordo di aver preso da terra l’arma di mio padre e di essere andato da quel delinquente ancora dolorante. Ricordo il disgusto nell’aver intravisto parte della sua rotula e un pezzo di stinco venirgli fuori dalla gamba intrisa di sangue. Ricordo di essermi avvicinato e di aver incrociato per un istante il suo sguardo terrorizzato. Ricordo molto bene quella sera, nonostante siano passati più di trent’anni. Ma se c’è una cosa che proprio non ricordo, è di aver avuto la minima esitazione quando ho fatto saltare le cervella di quello sporco negro». Uno dei sei proiettili venne estratto dal tamburo. «Mi ero immaginato che il cervello di quel tizio esplodesse in mille pezzi, e invece non fu così. Feci solo un grosso buco, tutto qua. Una vera delusione». Infine, il tamburo ritornò con un secco “CLAK” nel suo alloggio.
«È per questo che mi sono procurato questi gioiellini», riprese a parlare fissando il bossolo che gli era rimasto in mano. «Proiettili ad Espansione, una vera chicca firmata Weapon Corporation. Non appena impattano con il bersaglio, una micro-carica interna esplode all’istante, spappolando qualsiasi cosa».
Forse quel ridicolo discorso avrebbe potuto impressionare qualche patetico sbarbatello di buona famiglia, ma di certo non avrebbe avuto effetto con chi la strada e le sue regole le conosceva fin troppo bene.
«Ne ho le palle piene delle tue chiacchiere, Delgado!», Il corpo di William si dimenò come fosse un’anguilla appena pescata. «Ammazzami se vuoi, torturami, fai il cazzo che ti pare, ma piantala con queste noiose storielle da quattro soldi!».
José sospirò rattristato. «Madre de Dios, sei decisamente un tipo ostico, ragazzo». Poi, fece un cenno in direzione di qualcuno alle spalle di William. «Visto che la metti così, credo sia arrivato il momento di farti parlare con una persona che già conosci e che, magari, riuscirà a farti ragionare. In fondo, è solo grazie a lui se questo incontro è stato possibile».
L’idea che qualcuno dei suoi potesse averlo tradito sembrava fino a quel momento una cosa impensabile. Poi, una figura silenziosa coperta dal cappuccio di una felpa e con un piede di porto legato alla cinta emerse dall’oscurità affacciandosi sotto la luce della lampadina. Tutto fu subito più chiaro.
«Traditore figlio di put…».
Reattivo come sempre, Paco sferrò un “dritto” al volto del prigioniero, costringendolo a sputare parte di un molare. Non fu necessario che il nuovo arrivato si abbassasse il copricapo per rivelare la sua identità; William aveva riconosciuto immediatamente quel figlio di puttana di Josh.
«Noto con piacere che ti ricordi del tuo vecchio “collaboratore”», commentò José divertito dal nervosismo del suo prigioniero. «Sai, se non fosse stato per questo simpatico ragazzo non avrei mai saputo un sacco di cose interessanti sulla vostra gang dei Cobra. Ma soprattutto, sarei dovuto ricorrere a mezzi molto più drastici per poter parlare con te. Invece Josh è stato così gentile da fornirci il luogo e l’ora ideali dove venirti ad incontrare. È stato proprio encomiabile».
Con ogni probabilità, l’enorme mole di insulti che stava per sciorinare gli sarebbe costata un violento pestaggio; quindi, William optò per una soluzione molto più sintetica ma pur sempre efficace.
«Sei un FOTTUTO BASTARDO!!», gridò.
Raggiante come un pupo in un parco giochi, Paco sorrise di gusto nel sentire quelle parole. Purtroppo per lui, la mano del suo capo, raffreddò ogni euforia.
«Questa te la concedo», disse José. «In fin dei conti, non farebbe piacere a nessuno trovarsi di fronte alla causa di tutti i propri problemi».
Anche se a William non era mai andato a genio quel mocciosetto tutto chiacchiere e moine, suo fratello Ben, invece, aveva accettato Josh nella gang, sfruttando la sua innegabile abilità nel raggiungere e scassinare abitazioni apparentemente inarrivabili. Fu solo dopo essersi rifiutato di entrare nella casa del sindaco per farlo secco che quel ragazzino venne finalmente bollato per ciò che realmente era: uno smidollato incompetente. Purtroppo per William, quel maledetto si era già dileguato prima che lui potesse fargli la pelle, e con la dilagante diffusione dei non-morti in città, dare la caccia ad un bambozzo cagasotto passò improvvisamente in secondo piano. Un errore di valutazione che adesso gli stava costando molto caro.

“SKASH”…“SKASH”.

Un frastuono metallico alle sue spalle si frappose di nuovo con il flusso dei suoi pensieri. Anche se non riusciva ancora a dargli un’identità, quel rumore fece desistere William dal sommergere lo sfrontato ragazzotto che aveva davanti con un mare di oscenità senza ritegno.
«Fantastico!», esplose José sorridente. «Spero che il nostro ospite abbia apprezzato questa bella rimpatriata e che ora si sia deciso finalmente a condividere con tutti noi l’ubicazione del nascondiglio delle armi».
Il silenzio che seguì quelle parole lasciò il capo della banda dei Razziatori con una strana espressione d’attesa sul volto.
«Allora?», rimarcò speranzoso. «Non hai proprio nulla da dire?».
«Fottiti!».
Questa volta, l’insulto del ragazzo fu più rapido del cazzotto di Paco che, per compensare la scarsa reattività, colpì con maggiore veemenza.
Per una decina di secondi, la vista di William venne avvolta da un velo bianco, poi i toni tetri di quel fetido stanzino tornarono lentamente a definirsi.
«Ascolta, ragazzo…».
«No, ascolta tu, Delgado!», irruppe l’altro, ignorando le vertigini che lo stavano ancora stordendo. «Guarda bene quei patetici scagnozzi che sono dietro di te e sappi che loro non basteranno a proteggerti dalla furia di mio fratello. Perché quando lui ti troverà, e fidati se ti dico che prima o poi ti troverà, prenderà quella bella pistola luccicante del tuo paparino e ficcherà tutta la canna su per il tuo…».
«Sai che c’è?», replicò José perentorio, prima che Paco potesse impartire un’altra lezione di buone maniere al suo ospite. «Hai ragione, forse sto solo perdendo tempo a parlare con il fratello sbagliato». Davanti a quelle parole, William assunse un’espressione dubbiosa. «Forse tu non hai la minima idea di dove siano quelle armi. Forse Josh si è sbagliato nel pensare che tu potessi saperlo».
«Non ci provare».
«Forse tu sei il classico fratellino che si ficca ogni volta nei pasticci».
«Non fare questi giochetti con me, Delgado».
«Però vedi, il problema è che io ho provato a parlarci con il fratello che comanda». José si sporse leggermente per avvicinarsi al suo prigioniero, che rimasto di sasso, aveva iniziato a trasudare dalle ascelle un vistoso alone di timore. «Ma ho avuto qualche difficoltà di comunicazione».
Un gesto rapido del capo e Paco sembrò reagire di scatto come un automa. Afferrò con entrambe le mani i piedi della sedia e la ruotò sul lato opposto. Contrariamente con quanto ipotizzato, non c’erano altri uomini alle spalle di William, fatta eccezione per un tizio che se ne stava con una mano tremante sulla maniglia di una vecchia porta arrugginita, dietro cui qualcosa sembrava urtare in continuazione.
«Magari…» proseguì José con un filo di voce, «potresti parlarci tu con tuo fratello. In fondo, avete lo stesso sangue». L’altro uomo aprì la porta e si allontanò in un lampo.
Ammantato dalla penombra di un’angusta rimessa per le scope, qualcuno si fece avanti molto lentamente.
I pantaloni erano sicuramente i suoi, così come le costosissime Air-Jordan che portava ai piedi. Quel vecchio cappello da baseball era un suo inconfondibile marchio di fabbrica, così come il costosissimo Rolex diamantato che gli luccicava al polso. Non c’erano dubbi per William: anche se nascosto dalla semi oscurità, quello doveva essere suo fratello Ben.
Dopo un paio di passi incerti, i suoi tratti andarono delineandosi meglio sotto la luce della lampadina, fino a quando uno squarcio grande come un cocomero si mostrò all’altezza dello stomaco. William non ebbe neanche il tempo di strabuzzare gli occhi inorridito, che il cadavere di ciò che rimaneva di suo fratello gli si avventò addosso con la bocca schiumante sangue e due occhi vitrei intrisi di morte. Non appena il puzzo di quel corpo in putrefazione gli arrivò ad un passo dal naso, uno sferragliante suono metallico arrestò d’improvviso la corsa omicida del non-morto. Una catena che partiva dall’interno dello stanzino era stata legata al suo braccio.
«Oddio no, ti prego no, lasciami andare!». Pervaso da un tremore incontrollabile, William cercò di divincolarsi come fosse un epilettico sotto l’effetto di una crisi. «Ti prego, no, mandalo via, mandalo via!» Nulla lo terrorizzava più del morso di un putrido.
«Ma tu guarda! Allora Josh aveva ragione riguardo alla tua fobia sugli infetti. Mi auguro che adesso tu sia più disponibile al dialogo», commentò tranquillamente José alle spalle del ragazzo intrappolato. Intanto, William notò con estrema preoccupazione come il braccio deteriorato del suo aggressore si stesse lentamente staccando dalla spalla, sotto la continua tensione.
«Va bene, va bene», si affrettò a rispondere. «Ti dirò tutto! Ora però porta via questo mostro».
«Non dovresti parlare così di tuo fratello maggiore», lo rimproverò con sarcasmo José. «Anche se non ha un buon odore, merita comunque rispetto».
D’un tratto, l’articolazione scricchiolante venne completamente divelta, e il non-morto si lanciò contro la sua preda.
William arrivò ad assaporare per la prima volta l’odore marcescente dell’alito di un putrido, poi…

“SBAAAAM!” Tuonò uno sparo improvviso.

Qualcosa di viscido e maleodorante gli imbrattò la faccia. La testa di suo fratello non esisteva più, e tutto ciò che ne rimaneva erano solo brandelli di cervella sparsi un po’ ovunque.
Quando Paco riportò la sedia al punto iniziale, William era completamente sotto shock, mentre il capo dei Razziatori, impegnato a ricaricare la propria 44 Magnum, perdurava nello sfoggiare ancora quel suo sfacciato sorriso compiaciuto.
«Quindi…», chiese José dopo aver richiuso il tamburo a sei colpi della sua arma, «posso sapere ora dove si trova questo famigerato deposito di armi, oppure preferisci parlare con qualche altro membro della tua gang?».

…oggi…

Per ogni cella frigorifera che Ned andava ad aprire, una svampata di fetida carne rancida si espandeva dalla cucina fino a tutta la sala principale del McDonald.
«BLEAH!», si lamentò l’uomo disgustato dall’odore racchiuso dietro la porta numero cinque. «Mi taglierei un testicolo per un po’ di bacon».
«Smettila di perdere tempo!». Attorno all’unico tavolo rimasto intonso da chiazze di sangue, Phil stava cercando di pianificare con Amy il percorso più sicuro da intraprendere per arrivare al molo, ma il nauseante lezzo prodotto dalla curiosità del suo psicotico compagno di viaggio, non era affatto d’aiuto. «Non troverai nulla di neanche vagamente commestibile in quei frigoriferi. Sono spenti da mesi».
L’osservazione cadde nel vuoto, perché Ned aveva già preso ad armeggiare con la maniglia della cella frigorifera successiva. Era incredibile come quell’uomo riuscisse a non preoccuparsi del fiume di carne morta a cui erano sfuggiti solo per un puro colpo di fortuna, e focalizzare tutte le sue attenzioni sul cibo.
Del tutto disinteressata alla questione “bacon”, la ragazzina dai capelli viola seduta vicino al poliziotto indicò la via che correva davanti al fast-food «Josh aveva ragione», sentenziò pensierosa, «non abbiamo scelta, dobbiamo seguire questa strada fino ad Hope Street. Ogni alternativa ci porterà via un sacco di tempo».
E di tempo non ne avevano affatto.
Il ritardo di Josh dalla sua missione “diversiva” stava diventando considerevole. Wanda si era anche offerta di andare a cercarlo, ma per quanto la cameriera fosse agile e scaltra con i suoi pattini a rotelle, Phil sapeva bene che mettersi sulle tracce di chi cammina sui muri e penzola dai cavi della luce come un “Tarzan urbano” sarebbe stata solo fatica sprecata.
No, Phil non poteva permettersi di perdere altro tempo, soprattutto dopo aver impiegato più di un quarto d’ora a convincere Doug a partire senza il suo amico. Non che le preoccupazioni dello scribacchino non fossero più che condivisibili, ma in fin dei conti, anche se da solo, Josh era nel suo habitat naturale e, con molta probabilità, sarebbe stato lui a trovare loro… sempre che fosse ancora vivo.

“SKLANG”.

La porta del fast-food si spalancò d’improvviso producendo un fastidioso strascico metallico. La mano del poliziotto corse d’istinto alla fondina sulla cintola, ma l’allarme rientrò non appena una bionda figura aggraziata fece il suo ingresso nel locale, scivolando sul parquet con i propri pattini.
«Phil!!». Il tono lagnante nella voce di Wanda non lasciò presagire nulla di buono. «Stanno tornando indietro e ne sono un bel po’. Passeranno davanti al McDonald tra pochi minuti».
«E noi non staremo di certo qui ad aspettarli».
Pochissime erano le possibilità di arrivare su Hope Street senza intoppi. Quella strada faceva da raccordo tra il centro e il molo, luogo in cui erano divampati i primi focolai di infetti. Tutta la zona era stata messa in quarantena sin da subito, ma la vastità della sua area la rendeva impossibile da controllare. In pratica, fra tutte le zone “rosse” della città, il molo era la più pericolosa di tutte.
La loro unica speranza era trovare un rapido accesso alla banchina della Weapon Corporation, recuperare le armi necessarie e poi darsela a gambe; possibilmente, prima di diventare il pranzo di una mandria di non-morti.
Un profondo respiro e un’occhiata al suo penultimo caricatore: sette colpi.
“Pochi”, fu il cupo pensiero del poliziotto. “Decisamente troppo pochi”.
Non c’era tempo per analizzare tutte le difficoltà, ora dovevano solo allontanarsi da quel locale.
«Muoviamoci!», comandò con tono tassativo.
«Do… Do… Do… Dobbiamo lasciare il me… me… me…», provò ad obiettare Doug educatamente con una mano alzata.
Per un attimo, Phil aveva dimenticato la promessa fatta a Doug, ma lui no. Perché Doug non dimenticava mai niente. Il poliziotto scosse la testa e fece un sospiro sconsolato. «Amy, incidi sulla porta il messaggio per Josh. Wanda, occupati di Doug. Ned, stiamo per metterci in… Ned! NEEEED!!!».
La sequenza di ordini venne bruscamente interrotta dall’assenza dello psicotico.
«Vuoi smetterla di urlare come una puttana in calore, fottuto sbirro del cazzo!». Una grottesca figura, ricoperta da carne macinata andata a male, uscì dalla cella frigorifera numero sei. Il suo tanfo nauseabondo avrebbe fatto vomitare anche un deambulante.
«Ma che caspita ti è successo?». Lo sconcerto dipinto sul volto di Phil si replicò dapprima su quello di Amy, poi venne il turno di Doug che, dubitando della propria vista, tentò di vederci meglio pulendosi gli occhiali. Perfino Wanda non riuscì a proferire parola davanti a quello spettacolo raccapricciante. Uno spettacolo che dimostrava come la psicosi di Ned avesse superato ogni livello di follia ipotizzabile.
Con passo lento e baldanzoso, l’uomo vestito di carne avariata si fece loro incontro, disseminando grumi di fetido materiale organico.
«Cosa cazzo avete da guardare?». Lo strano luccichio nel suo sguardo sprezzante sembrava nascondere qualcosa di ancor più malsano del lerciume in cui era avvolto. «Mentre voi ve ne stavate attorno a quel tavolo, a giocare al “risiko dei putridi”, io ho avuto un lampo di genio e mi sono ricordato di una serie TV di qualche anno fa che trattava proprio di roba del genere. Questo qui, gente», disse indicando le frattaglie di cui era ricoperto, «è il nostro lasciapassare per il molo».

[…]

“STANG”.

Bastò solo un morso deciso alle tronchesi di Paco per far saltare il pesante lucchetto in acciaio che serrava il portellone d’ingresso dei depositi DeMartino’s. Quando poi le due ante vennero spalancate, una dozzina di torce si accesero quasi contemporaneamente, andando a squarciare il buio di un corridoio stretto e talmente profondo da non lasciarne intravedere la fine. Sulle pareti laterali correva una serie di serrande numerate che si immergeva fino a perdersi nella più totale oscurità.
«Puta mierda!», commentò Paco indignato, prima di voltarsi furioso verso il ragazzo che li aveva condotti fin lì. «Nada de càmaras de seguridad… nos estàs tomando el pelo, negro!?», chiese agitando le pesanti tronchesi.
Nonostante avesse le mani legate dietro la schiena e il termine “negro” fosse l’unica parola comprensibile tra quel blatericcio ispanico, William sfidò con sguardo sprezzante la minaccia del suo aggressore. «Fattici un clistere con quell’arnese», gli gridò contro, incurante della reazione del portoricano.
«Ya està, Paco!», comandò José Delgado. L’osservazione del suo scagnozzo era più che legittima, ma la zona era pericolosa e l’edificio piuttosto isolato. Inoltre, la polizia era impegnata su troppi fronti per mettersi a fare la guardia anche ad un garage anonimo in mezzo a centinaia di altri garage anonimi. Ciò nonostante, era opportuno chiarire la situazione. «Spero per te, William, che questo sia il posto giusto. Non vorrei essere costretto a farti conoscere un altro paio di…».
«Ti ho già detto che l’edificio è questo!», aggiunse William con tono spazientito. Non era mai stato lì e non sapeva neanche se le informazioni di suo fratello fossero giuste, ma la sua condizione non gli permetteva di mostrare incertezze. «E se vorrai sapere qual è la “porta” giusta da aprire, dovrò essere certo che prima mi lascerai andare», concluse con decisione.
Normalmente, José si sarebbe fatto una corposa risata di quel ridicolo ricatto ma, considerata la vastità di tutto il complesso DeMartino’s, non era difficile ipotizzare che il corridoio su cui stavano camminando fosse solo il primo di una lunga lista. Di conseguenza, il numero delle inferriate da dover controllare diventava improponibile. Anche se quel negro arrogante meritava la peggiore delle morti, il capo dei Razziatori non poteva rischiare una caccia al tesoro che sarebbe potuta durare per giorni. I putridi stavano diventando una minaccia sempre più incontenibile, e un rifornimento di armi della Weapon Corporation poteva fare la differenza tra la vita e la morte.
«Non hai nulla da temere, William», replicò José con fare rassicurante. «Quando saremo a poca distanza dal box del “mistero”, tu rimarrai indietro e noi andremo ad aprire la serranda che ci indicherai. Se sarà quella giusta, potrai andartene dove vorrai, altrimenti…», il suo sguardo andò a cercare quello di Paco che, nell’ascoltare quel discorso, sembrò desiderare con un pizzico di macabro divertimento che quella ricerca si rivelasse infruttuosa.
William sfidò ancora una volta il volto grottesco del portoricano armato di tenaglie. «Prima però dovrai liberarmi», disse voltandosi di schiena.
Un silenzio colmo di incertezza aleggiò nel tetro corridoio dopo le sue parole. Poi, la morsa plastificata che gli stava facendo sanguinare i polsi venne spezzata con estrema facilità dal taglio delle tronchesi.
«C’è altro che possiamo fare per lei?», chiese Josè senza nascondere un’evidente vena di sarcasmo.
William si passò le mani sulle ferite, quindi fece scrocchiare le articolazioni ruotando i polsi ancora doloranti. La piacevole sensazione di libertà durò giusto il tempo di tornare a rendersi conto che, oltre al capo dei Razziatori e al suo fidato tirapiedi, c’era anche una losca dozzina di individui attorno a lui intenta a squadrarlo con disprezzo. Eppure, tra quei merdosi figli di puttana, qualcuno sembrava ignorarlo palesemente, e quel qualcuno era proprio il più merdoso di tutti. Quel qualcuno era Josh.
Josè Delgado era un risaputo pezzo di merda, crudele e spietato. Paco, invece, palesava di essere il classico beone che dava più valore al giudizio di una buona scazzotata che a quello della propria madre. Gli altri insignificanti sgherri mostravano lo stesso intelletto di una sgrullata di piscio.
Ma, anche se William avrebbe voluto vedere ognuno di loro travolto da un’orda di non-morti, quei bastardi mangia-nachos meritavano comunque un minimo di rispetto. In fondo, erano tutti stronzi dello stesso letamaio. Josh, invece, non era niente di più di un infido voltagabbana: la sua esistenza contava meno della scoreggia di un putrido.
«Andiamo», disse William incamminandosi con un pensiero su quel maledetto traditore. Era troppo silenzioso per essere lo stesso furbetto dalla parlantina facile e la battuta pronta che aveva conosciuto. Qualcosa non quadrava. Qualunque fosse il motivo del suo mutismo, ora William non aveva tempo di indagare su Josh: c’erano problemi assai più impellenti da risolvere.
Lungo il corridoio, l’odore di sangue rappreso sparso sui muri e sul pavimento, evidenziavano la macabra bisboccia recente di qualche comitiva di persone molto affamata. Nonostante questo, non c’erano corpi per terra, né gente che se ne andava in giro con la bocca incrostata di sangue e il passo ciondolante.
Dopo un centinaio di metri di sola oscurità, il cunicolo umido andò a terminare contro un muro su cui era dipinta una gigantesca “A” biancastra con una svolta che girava a destra. Anche se William non era mai stato in quel magazzino, le informazioni che gli aveva lasciato suo fratello, ora non erano difficili da decifrare: Bungalow D-53.
Girato l’angolo, le luci delle torce arrivarono ad illuminare a malapena i primi venti metri di un corridoio ben più esteso. Sulla parete di sinistra spiccavano le lettere dalla A alla E, mentre in corrispondenza di ognuna di queste si intravedeva l’inizio di una nuova corsia.
Il primo timore, quello riguardo al non sapere dove dirigersi, era un problema risolto. Ora William, doveva solo pianificare come arrivarci evitando di farsi uccidere.
«Vènga, negro!», lo istigò Paco con un calcio dietro la schiena.
William ignorò sia il dolore sia le risate degli sgherri al seguito: il suo unico pensiero era rivolto a quella “D” che lentamente si stava avvicinando. Un’idea improvvisa gli giunse quando, passando di fianco agli altri corridoi, notò come questi fossero tutti praticamente identici.
«Ci siamo», proruppe d’improvviso arrestandosi davanti al passaggio della quarta lettera. «Il box delle armi si trova qui».
Josè Delgado sfoderò il suo sorriso migliore, quindi lo affiancò. «Allora, cosa stai aspettando?», chiese con impazienza. «Mostracelo».
All’interno di ogni corridoio c’erano almeno un centinaio di serrande, con una disposizione numerica che iniziava dalla lettera corrispondente per arrivare fino in fondo. Questo significava che la numero 53 si trovava piuttosto distante dal punto in cui erano ora. O almeno, quella era l’unica speranza di William.
«Io non verrò con voi», disse poi con parole decise, sfidando una situazione che lo vedeva nettamente sfavorito. «Mi darete una delle vostre torce e quando sarete a debita distanza vi dirò quale aprire»
Contro ogni ipotesi, il ghigno sul volto di José non sembrò mostrare alcun cenno di cedimento.
«Esta bièn», acconsentì mestamente il capo dei Razziatori che, senza fare obiezioni, concesse una delle torce al suo prigioniero e guidò poi i suoi sgherri all’interno dell’oscuro corridoio.
Immobile e nervoso, sotto il gocciolio incessante prodotto dalle tubature che correvano sul soffitto, l’attesa di William perdurò finché le luci dei suoi carcerieri non arrivarono ad un centinaio di metri da lui: una distanza che reputò più che sufficiente.
«Fermi!», gridò d’improvviso. Quindi, le luci si fermarono.
In quell’istante, William intuì di dover essere celere, ma soprattutto deciso. Se avesse dato un’informazione sbagliata, si sarebbe trovato a dover improvvisare una fuga probabilmente infruttuosa. Dunque, rimaneva solo un’opzione: dare all’orso il suo miele e sperare che lo tenesse a bada per un bel po’ di tempo.
«Cinquantatre!», urlò ancora più forte. Poi, senza neanche assicurarsi di essere stato ascoltato, partì di scatto verso il corridoio da cui erano entrati.
Per qualche brevissimo istante, William rallentò, giusto per accertarsi che quel bastardo di Paco, o uno dei suoi scagnozzi, non lo stesse inseguendo. Fortunatamente, l’unico rumore che risuonava nel buio del magazzino era quello dei suoi passi agitati. Pervaso da un euforico desiderio di vendetta, William voltò l’angolo del corridoio “A” con un sorriso compiaciuto a trentadue denti e un migliaio di sadiche idee su come farla pagare a tutti quei maledetti figli di puttana.
Poi, un pugno lo investì in pieno volto, e quando la sua testa batté sul pavimento lasciandolo svenuto a terra, ogni euforia si era dissolta con la stessa rapidità con cui era arrivata. Ora anche l’ultimo pezzo del molare già scheggiato era volato via del tutto, riducendo il numero di denti a trentuno.
Quando riprese i sensi, il primo fastidio che William avvertì fu il freddo del pavimento che gli grattava la schiena. Poi tornò la vista e con essa un tornado di vertigini accompagnate da una perforante fitta alla testa. Sul soffitto, in penombra, si intravedevano scorrere le tubature come fossero un lento fiume di metallo, ma dopo un po’, William capì di essere lui a muoversi e non loro. Qualcuno lo stava trascinando per i piedi e, purtroppo per lui, quel qualcuno lo lasciò proprio sotto il faccione sorridente di José Delgado che, dall’alto del suo compiacimento, non sembrò affatto sorpreso di rivedere il suo vecchio prigioniero.
«Devo chiederti ancora perdono per il trattamento al quale sei stato costretto», disse il capo dei Razziatori mal celando un’evidente vena di ipocrisia nella sua espressione contrita. «Ma vedi, la diffidenza è sempre stata uno dei miei difetti peggiori».
«Vaffancu…».
Un violento calcio allo stomaco tolse il fiato alle parole di William che, anche senza vederlo, intuì di avere Paco nelle vicinanze.
«Lo so, lo so, tutto questo non era esattamente nei patti», proseguì José incurante dei convulsi colpi di tosse del ragazzo a terra. «Ma come potrai immaginare, non potevo rischiare di ottenere un’informazione sbagliata». L’uomo allargò le braccia con fare rassicurante. «In fin dei conti voglio solo accertarmi che qui dietro ci sia ciò che ci avevi promesso».
Anche se lo stordimento non gli aveva fatto capire quasi nulla del discorso, William non credette ad una sola delle poche parole che era riuscito vagamente a intuire. L’unica cosa di cui era certo, era la sua morte imminente. Dopo aver aperto la serranda con il numero “cinquantatré” disegnato sopra e aver preso le armi contenute nel box, la sola concessione che avrebbe ricevuto da quel lurido portoricano figlio di cagna, sarebbe stato uno dei proiettili ad espansione dritto nel cervello.
Quando la vista tornò a schiarirsi e le immagini si liberarono della foschia da cui sembravano avvolte, William si accorse di una manciata di sgherri che prima non c’era. Indugiò per qualche istante sui loro volti strafottenti, chiedendosi chi fosse l’infido pezzente che lo avesse colpito a tradimento, ma quando il suo sguardo volse verso destra, una figura inginocchiata a terra lo distolse da ogni altro pensiero: Josh.
«Vedi, William…» proseguì Josè incredibilmente divertito dallo sconcerto del suo prigioniero, «come dicevo poco fa al tuo ex-collega, se c’è una cosa che proprio non sopporto oltre al turpiloquio, sono i traditori», poi la 44 Magnum venne estratta molto lentamente. «E anche se Josh ci è stato molto utile per ottenere un mucchio di informazioni, non posso permettermi di tenere un tizio del genere nelle mie fila. Altrimenti, potrei essere io il prossimo “te”».
Benché una cieca rabbia gli ribollisse ancora nelle viscere, William avvertì un vago sollievo nel sapere che nel suo viaggio verso l’inferno avrebbe portato con sé quel lurido voltagabbana. Poi, il silenzio di Josh venne rotto da un commento decisamente inaspettato. «E io te lo ripeto», disse con un tono stranamente tranquillo per uno che si trovasse sul punto di venir giustiziato, «qui non c’è nessun’arma. Se aprirai quella serranda, moriremo tutti».
«Gilipolleces!», gracchiò Paco. «Eres un mentiroso de mierda!».
Il volto di José, invece, sembrò tradire per la prima volta un vago accenno di preoccupazione. «Dunque, se questo box è così pericoloso come dici, spero non ti dispiacerà aprirlo per noi». Il grilletto della pistola venne improvvisamente portato in posizione di fuoco.
C’erano pochi dubbi su cosa si aspettasse il capo dei Razziatori, quindi Josh decise bene di non disattendere le sue aspettative. Dopo una scrollata di spalle, sfilò il piede di porco che portava sempre legato dietro la cinta della schiena e lo puntellò sotto la chiusura della serranda. «Poi non dite che non vi avevo avvertito», disse prima di spingere verso il basso facendo saltare il fermo principale. La saracinesca saettò verso l’alto come fosse una molla, mentre Josh, aggrappatosi alla maniglia, sfruttò lo slancio per arrivare ad avvinghiarsi alle tubature sul soffitto.
Josè rimase a guardare, quasi divertito, il bizzarro tentativo di fuga del ragazzo. Poi, quando il gruppo di putridi stipati all’interno del box schizzò fuori come un branco di velociraptor impazziti, fu tutto più chiaro… anche se ormai era troppo tardi.
Aggrappato mani e piedi come una scimmia ad un ramo, Josh passò lentamente sopra a teste maciullate, sopra ai colpi di kalashnikov e di pistola, sopra ad urla strazianti di dolore; e solo quando finalmente si distanziò di una ventina di metri da quella mattanza dissennata, lasciò andare il suo appiglio per atterrare poi con un’abile capriola sul pavimento. Fiero del proprio operato, il ragazzo si concesse qualche secondo per valutare il massacro che si era lasciato alle spalle. Nonostante la calca, riuscì ad intravedere, tra gli schizzi di sangue e gli arti che volavano in ogni direzione, ciò che più gli interessava. Josè Delgado era rivolto a terra in una pozza del suo stesso sangue, ancora vivo ma agonizzante, mentre un non-morto era impegnato a rosicargli il femore. Il suo tirapiedi di fiducia Paco, giaceva invece in un angolo, privo di ogni segno di vita e di entrambi i suoi arti inferiori. Per il resto dei Razziatori non sembrava esserci una fine migliore. Chi provava a reagire veniva massacrato, così come quei poveri disperati che tentavano un’improbabile fuga. Era curioso come un gruppo di infetti avesse eliminato in pochi istanti un problema che la polizia di quella città si era portato dietro per anni.
Per nulla intenzionato a diventare il dessert di quel macabro banchetto, Josh si legò il piede di porco alla cinta, tirò su il cappuccio della felpa e infine, soddisfatto e compiaciuto, fece per allontanarsi… ma l’imprevisto che gli si parò davanti lo costrinse ad un rapido arresto.
La canna traballante della 44 Magnum di Josè Delgado lo stava fissando con fare minaccioso, proprio come lo sguardo furente di William che sembrava faticare nel tener ferma l’arma con la mano sinistra. La destra, invece, gli penzolava sul fianco come fosse un salame appeso, grondando sangue per via di una profonda ferita che, con molta probabilità, era stata inferta dal morso di un infetto.
«Brutto traditore figlio di puttana!», disse con la voce affannata di chi doveva aver fatto una fatica del diavolo per uscire vivo da quel putiferio. «Si può sapere cosa cazzo è successo?!?!».
Josh diede un rapido sguardo al suo aggressore e notò una scarsa lucidità nel suo sguardo. L’infezione stava già iniziando ad espandersi.
«Cavolo Willy, devo farti i miei complimenti, neanche io sarei riuscito a…».
«Chiudi il becco, bastardo! E non chiamarmi Willy!», lo interruppe l’altro tirando indietro il grilletto. «Questa volta non mi rimpinzerai con la tue solite stronzate». Lo sguardo si fece truce e colmo d’odio. «Ora tu mi dirai chiaramente cosa cazzo hai combinato, altrimenti sfonderò le rotule delle tue ginocchia e poi ti guarderò finire in pasto a quelle belve là in fondo».
William non scherzava e Josh questo lo sapeva. Probabilmente, sarebbe finito comunque come cibo per non-morti, ma quando ci si trova a fare i conti con una pistola puntata alla testa, esiste una sola regola: fare esattamente quello che viene chiesto. E Josh, lo fece.
«Come vuoi», disse prima di prendere fiato e riorganizzare i pensieri. Improvvisamente, nella sua mente si fece largo un’idea improbabile che, per quanto folle, era al momento l’unica cosa a cui potersi aggrappare. Il primo passo consisteva nel prendere tempo. «Quando mi sono aggregato alla banda di tuo fratello Ben, volevo solo quello che avevo pattuito con lui: protezione in cambio di qualche furtarello. Poi, con l’arrivo di questi maledetti mostri, avete iniziato ad ammazzare senza ritegno, sia morti che vivi, pretendendo che facessi lo stesso anch’io. È stato allora che ho capito di dovermene andare. Posso definirmi un ladro, uno scassinatore e un bugiardo, ma non sono un assassino a sangue freddo». Il nervosismo negli occhi del suo ascoltatore diedero a Josh il sentore di essere sulla strada giusta. Doveva solo continuare a battere quel chiodo. «Sapevo perfettamente che andarmene dai Cobra voleva dire essere bollato come l’ennesimo smidollato a cui cucire addosso una bella camicia di piombo. Allo stesso modo, scegliere di entrare in un’altra banda mi avrebbe portato solo ad una brutta fine: esattamente quella a cui José Delgado aveva cercato di condannarmi poco fa. Quindi…», concluse il ragazzo accentuando quanto più possibile il suo tono compiaciuto, «ho optato per una soluzione molto più semplice anche se pericolosamente estrema: dare ad una banda tutte le informazioni per sterminare l’altra, per poi attirare i sopravvissuti in una trappola mortale, tutto qua».
L’intera situazione era al limite dell’assurdo: sotto il rumore biascicante degli infetti che continuavano a masticare i resti dei cadaveri, Josh si atteggiava nella sua consueta posa spocchiosa, e William era immobile, incredulo, completamente senza parole.
«Ma… ma che cazzo… brutto figlio di… io ti…». Sì, lo avrebbe fatto, quel ragazzino strafottente sarebbe presto morto per mano sua, questo era poco ma sicuro. Ma prima, c’erano un paio di questioni che dovevano essere chiarite. «Come sapevi dei putridi nel box e soprattutto, dove sono le armi?», chiese esasperato.
Josh scoppiò in una risata. «Armi?», domandò con fare retorico. «Non ti offendere William, ma solo tuo fratello e Josè Delgado potevano pensare che la polizia lasciasse un deposito di armi abbandonato in questo buco infestato da non-morti. Ho fatto avere io a Ben la falsa comunicazione in cui alla polizia era stato assegnato il box D-53 come deposito ausiliario di armi. Così come sono stato io a far sapere ai Razziatori che i Cobra fossero in possesso di questo fantomatico deposito. Mi è bastato dire questa cazzata e farmi un altro stupido tatuaggio per passare da una banda all’altra». Il ragazzo fece un occhiolino sbarazzino e indicò con il pollice il massacro alle sue spalle. «Una volta ottenuto il bottino, sapevo che José non mi avrebbe risparmiato, quindi ho preparato un bel pacco regalo di carne morta, aspettando che fossi tu a dirgli dove trovarlo. Non hai idea di quanto mi ci è voluto per attirare tutti quei mostri in quel piccolo…».
«Sei un lurido bastardo!», sbottò William frustrato dal suono di quella voce saccente. Era venuto finalmente il momento di reclamare la tanto desiderata vendetta per la macabra fine di suo fratello Ben e di tutti i suoi compagni. «Dì addio alla tua bocca, perché hai finito di sparare cazzate!».
«Già», replicò Josh sorridendo, «proprio come tu hai finito le munizioni».
William rimase per un attimo perplesso «Stronzate!», obiettò subito dopo.
«Quella pistola ha un tamburo a sei colpi e, nonostante la bolgia assordante di poco fa, ho riconosciuto senza troppa fatica ogni singolo boato dei proiettili ad espansione dell’arma di José».
La risposta di Josh lasciò William basito. Possibile che avesse ragione? No, doveva essere un bluff, altrimenti se ne sarebbe già andato. «E allora perché sei ancora qui?», chiese mostrando un ghigno compiaciuto dalle proprie conclusioni.
«Perché stavo aspettando che quei maledetti lumaconi di putridi barcollanti ti arrivassero addosso, prima di svignarmela».
Lo sguardo di Josh deviò per un istante alle spalle di William, che sbarrò gli occhi inorridito. Poi si voltò di scatto come fosse il perno di un meccanismo a molla. Guidato da un terrore incontrollabile, il ragazzo armato di 44 Magnum esplose un paio di colpi che riecheggiarono nel buio del corridoio.
«Merda!», esclamò dopo essersi reso conto di aver sparato al vuoto. Il duro e freddo metallo del piede di porco che lo investì alla nuca, William non riuscì neanche ad avvertirlo ma, in fondo, sapeva che sarebbe arrivato.
Ora che anche l’ultimo intoppo era stato sistemato, Josh proseguì la sua fuga indisturbato, lasciando sul terreno sia William, sia quell’inutile pistola. A quel povero ragazzo non rimaneva molto da vivere: se non ci avesse pensato la marmaglia di carne morta, ora impegnata a ripulire le ossa dei Razziatori, lo avrebbe fatto l’infezione che aveva al braccio. Mentre di quel cannone, anche se bello e senza dubbio devastante, non sapeva proprio che farsene. Aveva solo sei colpi in canna ed erano decisamente troppo pochi per un’arma da fuoco che potesse definirsi utile.
Tutte le regole a cui la società moderna si era aggrappata per organizzare la propria esistenza, erano state soppiantate dall’unica vera legge ancora in vigore, ovvero quella del più forte. Proprio per questo motivo, Josh puntava a qualcosa di molto più “performante” di un tamburo a sei colpi.
La porta del magazzino DeMartino’s si spalancò sotto la sua pressione, palesandogli l’immagine spettrale di una città ferita e infetta. Nonostante ogni equipaggiamento militare disponibile sul mercato fosse stato riservato per gli organi di polizia e di sorveglianza autorizzata, c’era ancora un luogo dove poter trovare armi piuttosto performanti… e quel luogo, anche se confinato all’interno di un’area posta in quarantena, era il suo prossimo obiettivo. Perché quel luogo si chiamava Weapon Corporation.

[…]

Finalmente, erano riusciti a mettere parecchia distanza tra loro e l’esercito di carne morta che li aveva costretti a rintanarsi nel McDonald. Ma la prima svolta a sinistra che dalla Cinquantaquattresima dava su Hope Street, mostrava un ambiente decisamente poco accogliente. Una fitta nebbia, impregnata da un acre odore d’aria salmastra, stava nascondendo il sole dietro il suo manto opaco, riducendolo ad un’indistinta sfera giallastra dalla quale filtrava a fatica solo una tiepida luce.
Immersi in quell’umidità che aveva imbrattato ogni lembo dei loro indumenti, Phil e gli altri procedevano con cauto passo vigile rasentando le pareti esterne degli edifici, ben attenti che la scarsa visibilità non li portasse ad incrociare qualche altra famelica comitiva dall’andamento ciondolante. L’unico che sembrava incedere senza curarsi troppo delle conseguenze, era Ned.
«Vuoi smetterla di fare l’idiota!?», lo apostrofò Phil con un filo di voce, vedendolo camminare baldanzoso in mezzo alla strada come fosse una celebrità durante una parata. «Vieni qui o ci farai sbranare tutti!».
«Non rompermi il cazzo, sbirro!». Con la canna del fucile poggiata distrattamente sulla spalla e ricoperto dalla testa ai piedi da fetide carni rancide, Ned procedeva imperterrito con l’aria di avere tutto sotto controllo. «Sei solo invidioso perché io ho trovato il rimedio “definitivo” contro questi fottuti mangia-merda, mentre tu sei costretto a nasconderti come un animale braccato».
Ad ogni passo che facevano in direzione del molo, il rischio di imbattersi in qualche deambulante era sempre maggiore, e la carenza di munizioni unita al comportamento di quello psicopatico incosciente, stavano solo peggiorando la loro situazione.
La possibilità che mascherare il proprio odore potesse confondere la percezione dei non-morti era decisamente da escludere, almeno questo era ciò che Phil poteva raccontare dalla sua esperienza. Nonostante fosse trascorso molto tempo, il poliziotto ricordava perfettamente il rapporto del capitano LeBlanc sugli Zeta-Uno e in nessuna sua sezione veniva menzionata qualche loro capacità olfattiva per la selezione dei bersagli. Inoltre, i lunghi anni di servizio come agente gli avevano insegnato quanto gli infetti fossero particolarmente sensibili ai rumori e ai movimenti improvvisi. Quindi, pensare di affidarsi ad un tanfo nauseante come arma di difesa, rasentava l’assurdo. Purtroppo, spiegare tutto questo a Ned, voleva dire impattare a cento all’ora contro un muro di solida insolenza.
«Fermi!». Distanziata di qualche metro davanti agli altri, Amy aveva teso il braccio con cui stringeva la sua katana, quasi fosse la sbarra di un casello che imponesse l’alt. La foschia aveva aumentato drasticamente la sua densità, tanto da rendere impossibile vedere più in là di dieci metri, ma ciò che aveva catturato l’attenzione della ragazza era ben altro. Un graffiante rumore metallico sembrava celarsi nelle vicinanze, accompagnato dall’inconfondibile verso ansante di alcune creature marcescenti.
Guidata dal puro istinto, Wanda afferrò il cordino d’avviamento della sua motosega, poi qualcosa la costrinse a bloccarsi: lo sguardo glaciale con cui Amy l’aveva congelata, che non sembrava affatto d’accordo con quella malsana idea. Accorso a dare man forte dal fondo del gruppo, Phil aveva cercato in primo luogo di tranquillizzare un tremante Doug, invitandolo a rimanere immobile e non mettere mano alle sue pericolose uzi, quindi si era fatto avanti pistola in pugno. Quando il poliziotto arrivò a fiancheggiare la ragazza armata di katana, tutto ciò che riuscirono a vedere fu solo uno spesso semovente manto grigiastro.
Per fortuna, i rumori sembravano stazionari in un punto ancora imprecisato. Almeno avrebbero avuto un po’ di tempo per pianificare con accortezza una lenta manovra di avvicinamento, se non fosse stato per qualcosa che attirò la loro attenzione e che, in un secondo, mandò in fumo ogni loro prospettiva.
«Dove cazzo stai andando, brutto pezzo di…?!», disse Phil con voce strozzata, senza riuscire ad impedire che la figura strafottente di Ned gli passasse oltre, fino ad immergersi fischiettando nella nebbia.
«Dobbiamo seguirlo o si farà ammazzare». Sebbene la preoccupazione nelle parole di Wanda avrebbe meritato un corposo “sticazzi” come risposta, Phil trattenne a denti stretti quel commento, poi si inoltrò lentamente nella foschia con la pistola in posizione di tiro.
«Vieni Doug…», proseguì Wanda premurosa, facendo cenno all’uomo di seguirla, «ma mi raccomando, non fare rumore».
Con passo incerto e gli occhiali appannati, Doug si accodò al rollio dei pattini della cameriera.
Rimasta sola e sconsolata, Amy si limitò ad un sospiro e ad una scrollata di spalle. Ormai aveva rinunciato a trovare una logica nelle azioni di quella strampalata banda di schizzati. Quindi, acuì i sensi, afferrò ben salda la propria spada a due mani e seguì il poliziotto nella sua folle operazione di salvataggio.
Quando ogni cosa fu nascosta dalla totale opalescenza della nebbia, i versi sguaiati delle creature non-morte riecheggiarono come lamenti lontani di anime inquiete. Un senso di puro terrore bussò con prepotenza nell’animo di Phil, ma i suoi lunghi anni di addestramento lo portarono a controllare il respiro e mantenere la sua mente lucida. Come diceva sempre il capitano LeBlanc, “la paura è un lusso che un agente di polizia non può permettersi”. Inoltre, Ned sarebbe potuto spuntare da un momento all’altro in qualsiasi direzione e, anche se avrebbe volentieri ficcato una pallottola in quel cervello bacato, Phil non poteva sprecare munizioni con chi non fosse una reale minaccia.
Improvvisamente, la foschia andò lentamente diradandosi.
Il poliziotto si trovò proprio di fronte ad una recinzione metallica che correva fino a perdersi in entrambe le direzioni, lì dove la nebbia tornava più fitta. Lungo la rete, alcuni lampioni ormai spenti apparivano come sottili tronchi di alberi senza chioma. Attorno ad uno di questi, una manciata di deambulanti era ammassata con le braccia protese verso l’alto quasi volesse catturare l’aria, per nulla interessata alla presenza del poliziotto.
«Alla buon’ora, sceriffo!».
A Phil sarebbe bastata anche solo la prima parola di quella frase per riconoscere il tono strafottente di Josh, ma quando si guardò attorno, del ragazzo non trovò traccia.
«Ehi, iu…uuuu!», risuonò nuovamente la voce nel vuoto. «Ma dove stai guardando? Sono quassù!».
Il poliziotto si rigirò un altro paio di volte su se stesso prima di capire che quella voce proveniva proprio al di sopra del piccolo agglomerato di creature marcescenti. Infatti, sulla parte alta del lampione che curvava verso il basso come un grosso uncino, era seduto un ragazzo con le gambe penzolanti in un evidente atteggiamento spazientito.
«Bingo!», proruppe Josh canzonatorio.
Come ci fosse finito quel teppista impertinente su di un palo della luce alle porte del molo, era una questione che Phil avrebbe risolto in seguito. Per ora doveva pensare a come farlo scendere da lì, senza che quel manipolo di putridi gli mettesse le mani addosso.
Per sua fortuna, la soluzione emerse pochi istanti dopo dalla nebbia.
«T’oh!», esclamò improvvisamente Josh. «Guarda un po’ chi si rivede! Scommetto che eri preoccupata per me, tesoro».
Amy stava avanzando con un incedere deciso e la katana serrata tra le mani, ma quando si rese conto del ridicolo teatrino di cui Josh era protagonista, la maschera di concentrazione sul suo volto mutò in un’espressione di puro sconforto. Alle sue spalle, fece capolino anche Wanda impegnata a traghettare uno sperduto Doug, il quale sembrava procedere completamente alla cieca, vista la grande quantità di umidità che si era addensata sui suoi occhiali.
«JOSH!», gridò euforica la pattinatrice.
«Do… do… dove?», chiese l’uomo alle sue spalle guardandosi inutilmente attorno.
«Silenzio!», impose Phil perentorio. Fortunatamente, il commento di Wanda non sembrava aver attirato sgradite attenzioni. Quindi, lo sguardo del poliziotto incrociò quello della ragazza armata di spada. «Amy, dovresti…», disse senza aver quasi il coraggio di proseguire.
«È proprio necessario?», replicò lei sconsolata. Il silenzio che ottenne come risposta la lasciò tremendamente avvilita. «Uff… che palle», commentò poi, prima di incamminarsi con passo svogliato in direzione dei non-morti e trascinando quasi a fatica la katana.
«Ma dov’è Ned?», chiese Wanda che nel frattempo era impegnata ad asciugare le lenti di Doug ancora spaesato.
«Non ne ho la minima idea», replicò Phil con parole colme di sconforto. Stavano per “recuperare” un problema, ma quello più grave rimaneva ancora latitante.
Nel frattempo, Amy impiegò non più di quindici secondi, seppur controvoglia, per liberare la base del lampione dall’infestazione di carne morta. Subito dopo aver atteso che anche l’ultimo putrido ricevesse la sua dose intracranica di acciaio temperato, Josh si lasciò andare all’indietro rimanendo per un istante a testa in giù con le gambe serrate. Poi liberò la presa, e con una rapida capriola atterrò senza problemi a pochi passi dalla sua salvatrice.
«Dì la verità…», si affrettò a dire con una sfacciata espressione sornione, sfidando il volto impassibile di Amy, «ti sono mancato?».
Lei rimase in silenzio senza neanche concedergli il disprezzo di uno sguardo. Ruotò di scatto la spada con un gesto secco verso il basso, liberandola dai pezzi di cervella rimasti attaccati, poi si voltò come se non ci fosse nessuno con cui parlare e tornò dagli altri.
«Che ti dicevo, sceriffo», disse Josh ammiccando in direzione del poliziotto. «Quella ragazza è pazza di me».
Erano dispersi in un oceano fatto di nebbia pervasa dal puzzo di pesce marcio e carne morta, immersi in una zona brulicante di creature immonde di ogni genere, senza più scorte di cibo né acqua, a corto di armi e di munizioni. Eppure, il primo pensiero di quel ragazzotto incosciente era stato quello di atteggiarsi a playboy. Tra Ned e Josh era difficile decidere chi fosse il meno raccomandabile. A  quanto pareva, con il ritorno dei morti dall’oltretomba la follia era diventata una malattia contagiosa.
«Piantala di fare l’imbecille», replicò Phil seccato. «Abbiamo altri problemi a cui pensare, ora dobbiamo ritrovare quell’idi…».
Poi la terra sotto ai loro piedi iniziò a tremare.
«Oh mio Dio, il terremoto!», esclamò Wanda barcollando sui pattini.
L’oscillazione era in continuo aumento, così come un ronzio lontano che divenne in breve tempo un gorgogliante suono confuso. Phil si guardò attorno con un pessimo pensiero a formicolargli nella testa.
«Che cavolo è quello!?», urlò Josh estraendo di scatto le sue due pistole. Il bersaglio a cui stava puntando era una figura umanoide che, emersa dalla nebbia, correva ansimante verso di loro lasciandosi alle spalle pezzi di frattaglie di carne di cui era ricoperto.
«Fermo!», ordinò Phil ancora più preoccupato. «Quello è Ned».
Sin da quando lo aveva conosciuto, quello psicotico fuori di testa non aveva mai perso occasione di dare fuoco alle polveri. Anche quando la situazione sembrava condannarlo a morte certa, lui sentiva il dovere di lasciare per terra qualche morto (o non-morto) ammazzato. Non che il suo fosse coraggio, orgoglio, o senso del dovere: Ned era solo completamente e indiscutibilmente pazzo. Quindi, qualsiasi fosse la ragione che lo avesse costretto a darsela a gambe come se stesse correndo su di un braciere ardente, doveva essere qualcosa di maledettamente pericoloso.
«Cazzo!!… Cazzo!!!… CAZZO!!!», gridò ripetutamente Ned a gran voce. I timori di Phil andarono ad aumentare, e improvvisamente alle spalle del corridore psicotico quei timori si materializzarono in un branco di famelici non-morti.
Come Ned, anche loro schizzarono fuori dalla nebbia, ma lo fecero con un andamento sbilenco e spasmodico. Mentre le gambe scattavano come molle prive di coordinazione, le braccia si agitavano protese in avanti desiderose di quell’ammasso di carne fresca ricoperta di carne rancida. I primi inseguitori non superavano una manciata, quindi Phil e Josh fecero subito fuoco e ne abbatterono un paio. Nel frattempo, Amy e Wanda si prepararono ad accogliere gli eventuali sfortunati superstiti. L’unico che proprio non aveva la minima idea di cosa stesse accadendo, era Doug. L’umidità della nebbia si ripresentava sistematicamente sui suoi occhiali ogni qualvolta questi cercava di ripulirli, e senza di essi, quel pover’uomo astigmatico non sarebbe riuscito a vedere neanche il palmo della propria mano spiaccicata in faccia.
Purtroppo, anche quando le altre tre teste sbavanti furono ridotte da altrettanti proiettili ad un ammasso di cervella sparse sul pavimento, la situazione non andò migliorando. Subito dopo i primi cinque putridi ne seguirono altri cinque. I dieci divennero venti in pochi secondi, quindi trenta… e quando Ned aveva quasi raggiunto il gruppo, uno tsunami di almeno cinquanta scalpitanti creature immonde si stava per abbattere su di loro.
Sconfortato dal numero esorbitante di bersagli, Phil abbassò l’arma e comandò a Josh di fare lo stesso: non aveva senso sprecare altri colpi.
«Presto muoviamoci!», ordinò agli altri indicando la recinzione. «Dobbiamo scav…». Poi, qualcosa di inquietante si delineò vagamente nella foschia dietro alla marea di carne morta in corsa, catturando l’attenzione di Phil con un effetto quasi ipnotico.
“Oh no”, pensò raggelando. “Ancora”.
AAAAAAAAAARRRRGGGGH!!!!
Un verso disumano riempì l’aria salmastra di puro terrore: lo stesso terrore di cui erano pervasi gli occhi di Ned. No, il tremore che sotto ai loro piedi stava aumentando non era un terremoto, ma qualcosa di molto più preoccupante.
Un’enorme massa di carne putrescente si liberò dalla copertura della nebbia schiumando rabbia. Il suo aspetto abominevole ricoperto di escrescenze ossee era purtroppo ben noto. Le sue fauci traboccanti sangue mostravano i resti di un pasto consumato di recente, ma dal furore con cui avanzava, sembrava non esserne stato affatto saziato.
Impietrito e attonito, Phil rimase immobile a guardare la macabra mutazione di quella raccapricciante creatura venirgli incontro. Solo quando Ned gli sbatté addosso, il poliziotto sembrò destarsi da quello stato di torpore.
«Che facciamo, Phil?», chiese Wanda terrorizzata dalla mandria di bocche affamate che stavano correndo verso di loro.
«Scavalchiamo!», rispose lui senza più esitazioni.
Perfettamente d’accordo con l’idea del poliziotto, il primo a raggiungere la recinzione fu Ned, ancora sospinto dall’inerzia della sua corsa terrorizzata. L’uomo si gettò sulla rete come un pesce appena pescato e, con una serie di goffi movimenti, caracollò dall’altra parte. Subito dopo, Phil e Josh aiutarono Doug ad aggrapparsi alla maglia metallica, ma le capacità atletiche di quell’uomo di mezza età erano praticamente nulle. Alla fine i due optarono per una manovra più drastica, rivoltando il loro amico occhialuto oltre la recinzione come un sacco dell’immondizia.
Nel frattempo, la motosega di Wanda aveva ripreso a scoppiettare e la lama di Amy sibilava nella foschia con un suono sinistro: entrambe si erano preparate ad accogliere a dovere i primi infetti sopraggiunti. Brandelli di carne morta vennero sparsi ovunque come coriandoli appiccicaticci, ma per quanto le due ragazze fossero abili nello sminuzzare i putridi, neanche loro avrebbero potuto arginare la marea dissennata che stava sopraggiungendo.
Con provvidenziale tempismo, gli spari di Phil e Josh giunsero in loro soccorso, concedendo alle due ragazze abbastanza tempo per passare dall’altra parte della divisione. Per Amy quell’impresa fu poco più di un banale esercizio ginnico. L’addestramento samurai richiedeva una prontezza fisica e mentale che andava ben oltre quel ridicolo ostacolo di a malapena due metri. Wanda, invece, fece un po’ più fatica. Ostinata a non volersi togliere i pattini, la ragazza lanciò prima la motosega a Ned, poi incastrò i freni gommati che aveva sulla punta dei pattini nelle aperture delle maglie metalliche, quindi iniziò la scalata. Alla fine atterrò dall’altra parte con un sorriso compiaciuto, suscitando come sempre lo sdegno di Amy.
«Vai!!», gridò Phil spappolando un altro putrido a pochi passi. «Ti copro io».
«No, vai tu, sceriffo!!», gli rispose Josh aprendo le braccia e centrando contemporaneamente la fronte di altri due non-morti.
«Questo non è il momento di fare lo sbruffone», obiettò il poliziotto, mentre con un colpo fece esplodere un cranio arrivatogli dannatamente troppo vicino.
«Già, come non è neanche il momento di fare l’eroe», replicò l’altro schivando l’assalto di un arto marcescente alle sue spalle e conficcando poi una pallottola nella testa del suo aggressore. «Non per offenderti sceriffo, ma io impiegherò mezzo secondo a scavalcare, tu ci metterai una vita».

“SBAAAM”.

Un colpo di fucile tuonò a pochi metri dai due, frantumando una mascella putrida a cui i due sembravano non aver fatto caso.
«Brutte teste di cazzo, volete smetterla di bisticciare come dei poppanti!», gracchiò Ned che finalmente sembrava aver ritrovato un po’ del suo smalto. «Forse vi siete dimenticati di chi sta per arrivare a farvi il culo?!», aggiunse abbattendo un’altra minaccia.
Phil si voltò di scatto constatando a malincuore quanto lo psicotico avesse ragione. Ancora una decina di metri e quell’enorme abominio avrebbe fatto “mambassa” di entrambi.
Rinfoderata la propria arma, il poliziotto si aggrappò alla recinzione e la risalì constatando una certa difficoltà. Quel ragazzino strafottente aveva ragione, l’età iniziava a farsi sentire e certe manovre non erano più nelle sue corde: stava perdendo colpi.
Di colpi, invece, Josh continuò a spararne a ripetizione, finché i caricatori delle sue due pistole non dichiararono “sold-out”… anche se quello si rivelò essere il minore dei suoi problemi. Con una rotazione laterale, il ragazzo schivò un paio di mani fin troppo pretenziose, e si portò ad una distanza tale da avere lo spazio per una rincorsa adeguata. Poi, qualcosa di possente lo afferrò per lo zaino e lo issò in aria con estrema facilità. Josh guardò in basso e improvvisamente si ritrovò a fissare con orrore, un’enorme e gorgogliante gola nauseabonda.
Guidato dal puro istinto, il ragazzo si strinse nelle spalle sfilandosi le bretelle dello zaino. Prima di finire masticato dalle fauci di quella raccapricciante bocca intasata di resti umani, Josh puntò un piede contro una delle zanne più sporgenti e si spinse via, atterrando con una capriola lontano dal mostro.
«Muovi il culo, teppista!». L’incitamento di Ned si disperse nel boato di alcuni suoi colpi di fucile che sbrindellarono gambe e braccia di un paio di non-morti.
Josh non se lo fece ripetere. Gli bastarono due falcate per raggiungere la recinzione e con la sola forza delle braccia, si catapultò dall’altra parte facendo apparire quel gesto, quasi impossibile anche solo da pensare, come se fosse la cosa più normale del mondo.
«Wow, Ned, puzzi più dell’alito mefitico di quel mostro», commentò poi disgustato. «Ma che ti è successo?».
«Non è questo il momento di parlarne», intervenne Phil indicando la marmaglia di mostri che, dall’altra parte della divisione, stava spingendo contro la barriera metallica.
«Quanto pensate che potrà reggere?». La preoccupazione nella voce di Wanda divenne un timore condiviso da tutti.

AAAAAAAAAAARRRRRGGGG!!!

Poi, l’enorme paccottiglia di muscoli deteriorati si fece avanti calpestando ogni creatura sul suo cammino come fosse su un tappeto di fiori secchi, finché non andò ad impattare contro la divisione metallica. Quando le due possenti braccia iniziarono a spingere, tutta la struttura si incrinò pericolosamente.
«Poco», rispose Phil alla domanda di Wanda. «Troppo poco».

«Sì capo, li ho visti inoltrarsi nella foschia proprio all’imbocco del molo. Erano in cinque: due donne, due uomini e anche un piedi piatti», enunciò il ragazzino asiatico con ancora il fiatone per la lunga corsa.
«Uno sbirro?». Al centro di quel sudicio garage, seduto su di una cassa in legno con la scritta TNT sul fianco, l’uomo a cui era stato fatto quel breve rapporto non sembrò scomporsi più di tanto. Alzò distrattamente il braccio destro e fissò pensieroso il grottesco moncherino che aveva preso il posto della sua mano. «Quel pezzo di merda è riuscito a cadere ancora più in basso di quanto pensassi». Poi un sorriso nervoso comparve sul suo volto, ma durò a malapena un battito di ciglia.
Benché fosse trascorso talmente tanto tempo da averne perso ogni cognizione, bastò solo quel nome per far riemergere in lui un vulcano di rabbia ribollente. Con la mano sinistra aprì il tamburo della 44 Magnum argentata che teneva infilata nel cinturone, accertandosi che i sei proiettili ad espansione fossero tutti al loro posto. Poi si voltò verso il resto della sua sgangherata banda. «Preparatevi», disse loro con fermezza. «Andiamo al molo».
Quello a cui si era rivolto non era affatto l’élite dei Navy Seals, ma almeno i suoi ordini venivano eseguiti. Tutto ciò che era rimasto delle varie bande di un tempo, ora era ridotto ad un collage variegato di una ventina di manigoldi della peggio specie, di ogni risma e di ogni nazionalità. Il lurido scolo della società umana era tutto sotto il suo comando.
Come ipotizzato, dopo quell’ordine non ci furono grida di giubilo, tutt’altro. L’intera città era ormai diventata un unico territorio di caccia per i putridi, e il molo era una roccaforte praticamente inaccessibile.  Nonostante ciò, il capo passò in rassegna tutte le facce di quegli uomini che avevano mostrato un evidente dissenso, e ad ognuno di loro promise una mole di armi che mai avrebbero potuto immaginare: le armi della Weapon Corporation.
Anche se aveva apparentemente placato gli animi dei suoi sottoposti con promesse assai difficili da mantenere, William doveva ammettere a se stesso che quella missione era solo una scusa per poter realizzare un desiderio furioso che gli ardeva dentro da fin troppo tempo: veder esplodere la testa di quel bastardo di Josh con una pallottola calibro 44.

 

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