Episodio 7 – Il mattatoio

Visualizza versione PdF

Revisione: Silvia Scicchitano

 

«Ma allora ti sei proprio bevuto il cervello, sbirro!», esplose Ned sbigottito, mentre il suo indice accusatorio puntò diretto contro il poliziotto. «Credi veramente di poter attraversare la città con questi quattro pezzenti?».
«Grazie, Ned», intervenne Josh sarcastico, «la tua stima nei nostri confronti mi commuove».
«È inutile fare tante discussioni», replicò Phil con tono perentorio. «Dopo il crollo delle Zone di Quarantena, tutta l’area urbana è stata pericolosamente compromessa dagli zeta-uno. Non esiste più alcun luogo sicuro in cui rifugiarsi. Tornare indietro, con quell’enorme mostro in giro, sarebbe troppo rischioso, quindi la nostra unica speranza è attraversare la città verso Nord ed allontanarci il più possibile».
Nonostante la luce del giorno filtrasse copiosa tra gli scaffali della fumetteria Freekomix, uno spesso strato di polvere, che ormai sembrava stanziare lì da molto tempo, aveva avvolto ogni cosa in un tetro manto grigiastro. Libri, fumetti, giochi di ogni genere… tutto era stato relegato allo stesso destino di degrado e di abbandono. Ogni oggetto appariva simile ad un reperto archeologico di un passato ormai perduto.
Gli unici elementi di disturbo all’immota esistenza del locale, erano quelle sei persone sparse un po’ ovunque.
Wanda ronfava pesantemente tra la moltitudine di fumetti che aveva letto senza sosta e per svariate ore, prima di crollare esausta. Da tutt’altra parte, Doug era seduto per terra vicino al suo puzzle di Star Wars, vagamente interessato ai tre uomini che confabulavano nei pressi della cassa principale.
Per quanto Phil e Josh provassero a discutere senza far troppo rumore, i commenti al vetriolo di Ned risuonavano come botti di capodanno. Trattenendo a stento la furia alimentata dal baccano causato da quei tre idioti, una taciturna Amy era poggiata contro la porta d’ingresso, e si assicurava quanto meno di non ricevere visite indesiderate da clienti dal passo claudicante e dal corpo marcescente. L’unica presenza che riusciva a rasserenarla era il suo gatto Matisse, intento a leccargli dalla mano gli ultimi residui di una confezione di latte in polvere.
«Appunto, cazzone!». Il volto di Ned stava tornando ad assumere quella preoccupante tonalità rossastra, tipica dei suoi famigerati scatti d’ira, «Come pensi di risolvere il problema dei putridi che troveremo per strada? Volando? Perché non so quanti proiettili ti siano rimasti in quella fottuta “spara-chiodi”, ma i pallettoni del mio fucile cominciano a scarseggiare e di certo, la mia “Stephanie” non potrà pomiciare con tutta quella marea di carne morta che è là fuori, sta aspettando solo la nostra prossima stronzata!».
Josh lanciò uno sguardo dubbioso alla “Stephanie”, completamente chiazzata di sangue, legata dietro la schiena di Ned. Ancora non riusciva ad abituarsi all’idea che qualcuno avesse dato un nome alla propria mazza da baseball.
«Neanche io ho molti caricatori», rispose Phil con decisione. La necessità di  un po’ d’alcool si stava facendo sempre più impellente, soprattutto quando le fastidiose obiezioni di quello psicopatico miravano unicamente all’ennesimo litigio. «La nostra priorità ora sono i viveri. Recuperati quelli, dovremmo rigorosamente allontanarci dalle zone più pericolose. Quindi, per ora, vediamo di farci bastare i pochi colpi che ci rimangono».
«Po… po… po… possiamo andare al mo… mo… mo…». L’intervento tartagliante di Doug fece appena in tempo ad attirare lo sguardo incuriosito di Josh.
«Bel piano del cazzo!», proruppe Ned, battendo un paio di volte le mani con fare sarcastico. «Complimenti, sbirro! Questo è proprio un bel piano del cazzo!». Subito dopo tornò serio. «E poi cosa faremo quando ci troveremo davanti alla prossima mandria di carne morta, senza neanche un fottuto proiettile? Ci metteremo a raccontare barzellette?! No perché in quel caso, devi sapere che io ne conosco un’infinità sulla stupidità degli sbirri».
«Fo… fo… fo… forse potremmo a… a… a…».
«OK» lo sguardo di Phil si piantò con fermezza sullo psicotico, ignorando il nuovo tentativo di Doug «sentiamo, qual è la tua idea?».
Un silenzio improvviso calò nella fumetteria. Ned si ritrovò palesemente spiazzato. Non era solito dover suggerire una soluzione, anche perché nessuno voleva mai sentire la sue soluzioni.
«Allora?!», aggiunse il poliziotto con atteggiamento di sfida «Niente?!».
Amy iniziò a sentire aria di tempesta tra i due, e le sue previsioni su quell’argomento non erano mai errate.
«Ve… ve… ve… veramente io sta… sta… sta… stavo per…», provò ad intromettersi Doug, pronto a sfruttare quel breve attimo di silenzio.
«Fanculo!», esplose Ned ritrovando coraggio, «Sai che ti dico?! Secondo me la puttanata dei viveri serve solo a rinviare l’inevitabile. Se vogliamo sopravvivere in questo carnaio di merda, ci servono armi. Tante, maledette e devastanti… armi!»
«Se po… po… po… posso permettermi vo… vo… vo…», ma anche questa volta il tentativo di Doug non ebbe successo.
«Non sono molte le persone di questa città che possedevano un’arma, a malapena qualche negoziante», replicò il poliziotto. «La nostra ricerca potrebbe essere molto lunga e molto inutile… a meno che non ci imbattiamo nella casa di un altro squilibrato come te».
«Figlio di put…».
“STRRRRRRRR!”.
La sferzata di proiettili esplosi da una delle pistole-mitragliatrici di Doug, fece sobbalzare tutti, arrestando appena in tempo la corsa omicida di Ned verso il poliziotto.
«Che succede?». La testa di Wanda, ricoperta di biondi capelli arruffati, spuntò di scatto da dietro uno scaffale. Appena i suoi occhi ancora assonnati videro però, che non c’era nulla di cui preoccuparsi, il corpo della ragazza si riafflosciò per terra, riprendendo a dormire come se non fosse accaduto nulla.
«Sei uscito di senno, Doug?». L’addestramento di Phil lo aveva guidato ad estrarre la pistola e puntarla nella direzione degli spari. «Stavo per farti secco. Avanti, ora dammi quella…».
«Aspetta, sceriffo!».
Anche se sorpreso dal gesto improvviso, Josh voleva vederci chiaro. Qualcosa non quadrava. «Cosa c’è amico, stavi per dirci qualcosa?», disse invitando l’uomo dallo sguardo costantemente intimorito a prendere coraggio.
Doug fece un profondo respiro. Non poteva arrancare con le parole sotto lo sguardo scettico di tutti, quindi decise di intraprendere un’altra strada.
«Codice spedizione cargo 187-45-50, direzione molo, banchina 7C, hangar 15», disse tutto d’un fiato, sperando che qualcuno ne cogliesse il significato.
«Va bene Doug, ora basta giocare». I timori di Phil sulle limitate capacità intellettive di quell’uomo, si stavano rivelando fondati. «Dammi le tue armi e calmiamoci tutti, poi vedrai che troveremo una soluzione».
«Non parlargli come se fosse un idiota!», gracchiò Ned, infastidito da un atteggiamento che ritrovò molto simile a quello dei suoi dottori del manicomio. La procedura iniziava proprio così: dopo una sfilarata di infide parole condiscendenti, quei maledetti mentecatti in camice bianco, si limitavano a ficcargli elettrodi, anche su per il culo, convinti di poter rimuovere con delle scariche da 450 Volt le sue presunte paranoie sull’esistenza di morti viventi.
«Quella sventagliata di proiettili avrebbe potuto colpire uno di noi, senza contare il fatto che probabilmente tutti i deambulanti del circondario hanno sentito gli spari, ed ora staranno venendo proprio qui», replicò il poliziotto spazientito. «Cosa dovrei fargli, un applauso?».
«No, magari starlo solo a sentire», intervenne Josh pensieroso. Sapeva che Doug non era mai stato un tipo loquace, né tanto meno un pistolero in stile far-west, quindi se aveva azzardato quell’intervento, doveva esserci sotto qualcosa di molto importante. «Ehi amico, ripeti quello che stavi dicendo».
«Non credo sia il caso di dargli corda».
«Tu chiudi il becco, sbirro!», ordinò Ned ancora irritato per il ricordo che le parole del poliziotto avevano rivangato.
«Avanti Doug, non avere paura», aggiunse Josh cercando di tranquillizzarlo. L’altro fece un respiro, poi una breve pausa… quindi ripeté la stessa frase con la medesima cadenza atona.
«Codice spedizione cargo 187-45-50, direzione molo, banchina 7C, hangar 15».
«Ok, quindi?», chiese Phil esasperato da quell’inutile perdita di tempo, «cos’è, adesso ci mettiamo a fare anche i rebus?».
«Non è un indovinello», rifletté per un attimo Josh, che già aveva sentito parlare il suo compagno in quel modo, doveva solo ricordare dove «Ci sono», esclamò poi, attirando lo sguardo perplesso di tutti «Weapon Corporation!».
«Weapon Corporation?», chiese Ned, «Ma non è quell’enorme azienda che fabbrica armi?».
«Sì è lei», intervenne Phil scuro in volto, «e si trova in una vecchia Zona di Quarantena stracolma di non-morti. Scordatevi di poterci arrivare».
«No sceriffo, veramente la Weapon Corporation non esiste più, da quando Doug l’ha fatta implodere».
«Cosa?», domandò Ned stupefatto, «Cos’è che ha fatto!?».
«É una lunga storia», rispose Josh, mal celando un sorriso divertito al ricordo di quell’incredibile fuga dal palazzo, «ora non c’è tempo per raccontarla. Quello che volevo dire è che Doug ha sempre tartagliato come un trattore ingolfato, tranne la prima volta che l’ho incontrato. Stava smanettando davanti ad uno dei computer della Weapon Corporation, dove mi ero intrufolato per fare incetta di armi, ma che a suo dire erano state tutte evacuate. Poi, quando gli ho chiesto cosa ci facesse lì, si è messo a blaterare su di uno strano codice di non so che tipo. Erano tutti termini sparati a raffica apparentemente incomprensibili, proprio come questi, ma mi è bastato intuirne solo un paio per scampare ad una bella esplosione. Ora, le uniche parole che ho capito sono state “spedizione” e “molo”, e se non sbaglio, Doug ha iniziato a balbettare proprio quando Ned ha tirato fuori la storia delle armi…».
Un’idea illuminante balenò nella mente di Josh, che tornò a guardare il suo bizzarro amico timoroso.
«È al molo che la Weapon Corporation ha spedito le sue armi?», chiese il ragazzo, con la speranza di non aver fatto tutto quel ragionamento inutilmente.
Doug si limitò a fare un cenno con la testa.
«Bingo!», esplose Josh soddisfatto, «Sceriffo, abbiamo la nostra destinazione».
«Sei impazzito?», chiese Phil sconcertato, «Il molo è lontanissimo da qui, dovremmo passare in zone ad alto tasso di infezione».
«Ancora con questa solfa!», sbottò Ned, stanco di dover sentire sempre le solite scuse.
«Non c’è più tempo per decidere», imperturbabile ed improvvisa, la sottile voce di Amy riuscì a mettere a tacere ogni discussione. Bastavano sempre poche parole a quella ragazza, dallo sguardo inquietante e gli occhi di ghiaccio, per instillare nel cuore delle persone il puro terrore. «Stanno arrivando da Sud, saranno una ventina, ma procedono a passo lento». La spada venne liberata dal fodero, poi Matisse intuì di doversi accoccolare nella piccola borsa dietro la schiena della sua padrona.
«Bha! La pacchia è finita», commentò Ned sconsolato, ricaricando il suo fucile.
«Dannazione!». Il piano del ragazzino non gli piaceva affatto, ma Phil sapeva che in quella circostanza, non c’erano alternative.
«Tranquillo, sceriffo». Una mano di Josh si poggiò sulla spalla del poliziotto, il quale però, non sembrò trovare in quel gesto alcuna rassicurazione. «Conosco questa città come le mie tasche. Ci sono delle scorciatoie che fanno proprio al caso nostro».
«Muoviamoci», rimarcò aspramente Phil, che con un rapido strattone riuscì a scrollarsi di dosso la mano di quel delinquente da strapazzo, mentre invece, non gli fu altrettanto facile liberarsi dall’idea che presto si sarebbero ficcati tutti in un mare di guai. Ora però, non c’era tempo per pensarci.
Ognuno riordinò le proprie cose in fretta, ed in pochi istanti, il gruppo di cinque persone fu subito fuori dalla fumetteria.
«A… A… A… Aspettate!», borbottò Doug rimasto piantato sull’ingresso con un’espressione preoccupata sul volto.
«Per la miseria!», imprecò Phil visibilmente esasperato, «Si può sapere cosa diavolo c’è adesso?!».
«Wa… Wa… Wa… Wanda!».

…molto tempo prima che tutto questo accadesse…

Lo stretto ponte di metallo, che correva sopra al legname perfettamente ordinato e ricoperto dai teli anti-pioggia, scricchiolava ad ognuno dei suoi nervosi passi come le corde di una vecchia amaca. Senza fermarsi, Patrick indugiò col pensiero su quel misero quantitativo di materiale che era riuscito a produrre nelle ultime due settimane. Dopo oltre venticinque anni di lavoro come boscaiolo, aveva imparato a valutare l’andamento produttivo dei suoi cantieri da una semplice occhiata, e da quello che vedeva, anche la migliore delle sue ipotesi non superava le dieci tonnellate. Questo voleva dire una marea di giorni di ritardo, ma soprattutto, di soldi buttati al vento.
«Signor Mayers, cercavo proprio lei», disse un’irritante voce nasale che sembrava averlo atteso come una cornacchia, appostata sul limitare opposto del ponte. Una voce a cui Patrick doveva porgere i suoi più maledetti ringraziamenti per tutti quei guai.
«Mi spiace, ma ora non ho proprio tempo per lei, signor… Taddeo», rispose Patrick scostante, accelerando il passo.
«Teodopolus», corresse l’altro, che nonostante il fisico minuto e la mole pesantissima di fogli che portava sottobraccio, si mise all’inseguimento del capocantiere. «Signor Mayers, devo ancora ricevere i progetti sul disboscamento del settore 4-D e le ricordo che senza quei progetti, non intendo rimuovere il fermo impartito alla sua squadra».
Patrick soffocò con un sospiro profondo l’istinto di mettere mano alle tronchesi che portava nella sua cintura porta-attrezzi e strappargli la lingua. Quindi continuò a camminare sempre più veloce, con la speranza che quel burocrate in giacca e cravatta desistesse… ma non fu così fortunato.
«Signor Mayers…», proseguì imperterrito l’uomo alle sue spalle, «Signor Mayers, io spero di essere stato chiaro, perché se vedrò anche solo una delle sue macchine in funzione…».
«Mi ascolti, signor… Topolinos», sbottò Patrick esasperato, arrestandosi all’improvviso.
«Teodopulos!», corresse nuovamente l’altro, prima di impattare con il fisico massiccio ed imponente del capocantiere che non si smosse neanche di un millimetro.
«Come le dicevo», proseguì il boscaiolo, sfiorato dal macabro pensiero che il cadavere di quell’ometto sarebbe stato impossibile da identificare una volta all’interno del trita-tralci, «sono ben consapevole dei miei obblighi, soprattutto quando lei sente la necessità di ricordarmeli ogni santissimo giorno che Dio ha reso possibile. Quindi stia sereno e dorma pure sonni tranquilli, lei e quel suo opossum volante dalle difficili capacità riproduttive riceverete tutte le precauzioni necessarie, prima che io abbatta i prossimi alberi».
«Signor Mayers!», sottolineò stizzito l’uomo, sistemandosi la cravatta con il solito lamento stonato, «In quanto capo dell’Associazione per la Preservazione delle Specie Naturali, le rammento che la Cincia Bigia, NON È un opossum, ma un raro Passeriforme della famiglia delle Paridae, una specie che ormai si trova sul baratro dell’estinzione, soprattutto per colpa della crudele e scellerata opera di disboscamento incontrollato, perpetrata da avide imprese come la sua».
Improvvisamente, l’ipotesi di sbrindellare il corpo di quel burocrate irritante, sembrò per Patrick, un’allettante soluzione a tutti i suoi problemi. Ma c’era del lavoro da fare, e per portarlo a termine, un’altra discussione, molto più impegnativa, richiedeva tutta la sua concentrazione.
«Bene, signor… Tedionico».
«TEODOPULOS!», arrivò tempestiva l’ennesima correzione, «É un cognome greco, deriva da…».
«Come dice lei», proseguì il capocantiere, mentre con una mano  cercava di placare il fastidioso mal di testa che lo stava torturando dall’inizio di quella conversazione. «Mi piacerebbe saperne di più sul suo passato, ma ora devo proprio salutarla, il dovere mi chiama», concluse voltandosi di scatto, per poi riprendere a camminare.
Un’altra parola di troppo, anche una sola, e avrebbe messo definitivamente a tacere il lagnare di quell’inutile hippy incamiciato. Ma anche questa volta, Patrick non ebbe fortuna.
Un freddo vento sferzante aveva addensato un agglomerato di nuvolacce nere che minacciavano di innaffiare tutta la foresta per chissà quante ore, e questo voleva dire solo un ulteriore mare di ritardo. Lasciatosi alle spalle la zavorra di quell’omuncolo, il capocantiere proseguì in fretta oltre il promontorio, fino ad arrivare ai bungalow del personale. Un’ovattata ma inconfondibile musica smielata lo guidò alla roulotte della persona che era venuto a cercare. Prima di afferrare la maniglia della porta, Patrick fece un lungo respiro. La sua speranza era quella di potersi liberare di tutte le sue precedenti incazzature, così da poter affrontare con la dovuta lucidità, quella che sarebbe presto venuta.
«Petali di stelleeeeeeeee… per Sailor Moon, per Sailor Moooooon». Poi la femminile voce scanzonata che veniva dall’altra parte, spazzò via ogni barlume di calma. Patrick spalancò la porta furente.
«Wanda!», esplose l’uomo, «Si può sapere cosa diavolo ci fai ancora qui? É un’ora che ti cerco per tutto il cantiere».
L’interno della roulotte era un completo disastro. Un tappeto di riviste di gossip era disteso per terra come fosse un’enorme lettiera per cani. Sulle pareti erano stati affissi poster di ragazzini sbarbati dalle stravaganti capigliature, con espressioni facciali che sembravano voler solo irretire una selvaggia raffica di ceffoni a mano aperta.
Seduta, con uno striminzito abito rosa di fronte ad una scrivania ricoperta di fogli e penne multicolore, la ragazza che Patrick era venuto a cercare sgranò gli occhi stupefatta, accartocciando rapidamente nella mano sinistra un foglio su cui stava scrivendo con una vistosa penna color fucsia.
«Papà!», recriminò lei con tono sorpreso, «Non si usa più bussare?!».
“Ancora un’altra stupida lettera d’amore!”, Pensò l’uomo, disgustato al ricordo di quella pila di fogli, che aveva trovato alcuni mesi prima, imbrattati da pomposi ghirigori e frasi tanto smielate da far nauseare anche la più svampita delle dodicenni. In verità, non era la lettera in sé a mandarlo in bestia, ma il suo destinatario.
Nel frattempo, la musica a tutto volume continuava a tessere le lodi di una ragazza “fatata” dalle incredibili capacità, di cui tuttavia Patrick non avrebbe potuto sopportare una parola di più. Trovò lo stereo nell’angolo alla sua destra, e cercò il tasto con cui spegnere quel maledetto marchingegno infernale, ma con tutto quel baccano a trapanargli il cervello, l’impresa si rivelò decisamente più difficile del previsto. Decise quindi di optare per una soluzione più drastica, strappando via dal muro il cavo dell’alimentazione elettrica.
Il sublime silenzio che ne seguì, deliziò le sue orecchie per non più di qualche misero istante.
«Papà!!», ripeté a gran voce la ragazza con uno scuro cipiglio, «Ma che fai? Così lo rompi! Potresti aver rovinato il mio CD preferito!!».
«Ascolta, tesoro, siamo letteralmente in un mare di merda», provò a spiegare l’uomo facendo appello a tutta la sua calma. «Il presidente della commissione d’inchiesta mi sta così tanto col fiato su collo che se lui starnutisce, sono io a dovermi soffiare il naso. Abbiamo un ritardo sulla consegna di quasi due settimane e mi serve qualcuno di valido che mi aiuti a pianificare i controlli di caduta dei cedri, con l’obiettivo di non disturbare dei fottuti uccellacci della malora, dannatamente suscettibili al troppo rumore. Mi capisci ora?».
«Ma papà», il lamento lagnante di quella ragazza era qualcosa di insopportabile, «quante volte te lo devo ripetere, il boscaiolo non è un mestiere per femmine».
«Ed io ti ripeto quello che diceva sempre la buon’anima di tuo nonno: ogni mestiere è fatto per la persona che lo riesce a fare. Tra tutti i miei dipendenti, tu sai maneggiare alla perfezione ogni attrezzo e conosci tutti i dettagli tecnici che si richiedono ad un vero esperto del settore. Sai bene di essere la più qualificata e capace persona su cui posso contare. Quindi ora va a cambiarti e mettiamoci a lavoro».
«Uffa… Ma è da quando avevo dodici anni che ti dico che non è questo che voglio fare», disse lei, mutando poi la sua espressione da seccata a sognante, «io voglio andare in città, conoscere persone, vivere una vita come una ragazza normale».
«Ne abbiamo già parlato, Wanda», Patrick era stufo di dover tornare sempre sullo stesso spigoloso discorso, «tra qualche anno, quando sarai più grande ed io avrò sistemato le cose con la ditta, potrai andare dove vorrai».
«Ma io ho venticinque anni e tu hai sempre qualche nuovo problema con il tuo lavoro», replicò lei senza neanche riprendere fiato, «oggi la commissione d’inchiesta, il mese scorso il WWF, l’altro ancora lo sciopero dei dipendenti… e chissà cos’altro capiterà in futuro». Poi l’espressione della ragazza tornò nuovamente sulle nuvole, «io voglio viaggiare, vivere la mia vita e il mio amore».
«Oh no, Wanda», un pensiero terrificante si impadronì di Patrick, «non starai parlando ancora del troglodita».
«Il suo nome d’arte è Grindlock, e non è un troglodita, è un musicista».
«Fammi capire… ruttare davanti ad un microfono con altri tre imbecilli che agitano la testa e l’ammasso di capelli che portano in testa, sotto un frastuono assordante, tu quella la chiami musica?».
«Sei proprio un ignorante in materia, papà», rispose lei con fare saccente, «quello è un nuovo genere musicale e si chiama undeath-metal».
Davanti a quella ridicola spiegazione, l’uomo capì che ogni replica sarebbe stata inutile, quindi passò oltre.
«Va bene, tesoro, capisco la tua frustrazione, ma adesso ho proprio bisogno che ti vai a cambiare, sali su quegli alberi, mi aiuti a posizionare i cardini ed esegui le misurazioni di caduta».
«Che pizza… se la mamma fosse qui, lei sarebbe d’accordo con me».
Le mugolanti parole di Wanda toccarono l’unico tasto a cui Patrick non sapeva mai come far fronte. Un silenzio denso di tristezza si frappose fra i due.
«Scusa, papà», disse la ragazza con evidente espressione contrita.
«Non fa niente, tesoro», rispose l’altro mascherando il dolore con un sorriso forzato.
«No papà, io lo so cosa stai pensando», proseguì lei con fermezza.
“No, tesoro, non ne hai proprio idea, fidati” rifletté lui silenzioso, lasciandola comunque parlare.
«Tu credi che lei se ne sia andata per colpa tua».
“Non puoi immaginare quanto questo sia errato”
«Ma la verità è che lei ha lasciato entrambi».
Patrick si avvicinò alla sua unica figlia celando la verità con un affettuoso abbraccio. In fondo era molto più facile farle credere che sua madre se ne fosse andata da un giorno all’altro quando aveva appena due anni, piuttosto che rivelarle di essere stata partorita da una donna a cui avevano dato dodici ergastoli dopo aver trucidato ventisette persone con un macete, solo perché una voce nella sua testa le aveva detto di farlo.
Dopo pochi istanti, l’uomo allentò la stretta, si allontanò da sua figlia e una volta sul ciglio della porta, disse con voce profonda: «ti aspetto fuori, fa’ con calma».
Wanda accolse quelle parole con un sorriso, quindi attese che suo padre uscisse, prima di rimettersi all’opera. Non gli piaceva affatto fare quello che stava per fare… ma doveva farlo. Aveva aspettato fin troppo tempo che le cose cambiassero, ma ormai era evidente che tutto sarebbe rimasto così com’era, almeno finché lei non avesse fatto qualcosa.
Aprì la mano sinistra e dispiegò la carta che aveva appallottolato. Rilesse ancora una volta ciò che aveva scritto, assicurandosi di aver dato il giusto sentimento alle proprie parole.
“Addio papà, io me ne vado. Ti voglio bene”.
Come firma, la vaporosa “W” che aveva disegnato, circondata da un delizioso cuore fucsia, era un’adorabile conclusione per un’adorabile lettera. Sì, suo padre avrebbe sicuramente apprezzato.

[…]

La triste fila di negozi con le inferriate abbassate, stava accompagnando il gruppo da ormai un centinaio di metri lungo tutto il marciapiede dissestato. Una via che fino a pochi mesi addietro era il fulcro vitale di shopping selvaggio e caos urbano, si era tramutata in un macabro scenario di desolazione e morte. I cumuli dei cadaveri carbonizzati, lasciati lì a marcire sul ciglio della strada, emanavano un tanfo insopportabile. Le immense insegne pubblicitarie dei nuovissimi Smartphone con schermo olografico, assieme al quinto film degli Avengers, sarebbero rimaste affisse per sempre, condannate a sbiadire dal lento logorare dal tempo. Ruggine e ragnatele avevano preso possesso delle ultime auto ancora in sosta, mentre al loro interno, intere colonie di ratti si litigavano gli ultimi brandelli ancora appetibili dei loro vecchi conducenti.
In quel silenzio asfissiante, Wanda procedeva a capo chino, la motosega poggiata distrattamente sulla spalla destra, ed il lento rollio dei propri pattini come unico suono di sottofondo; in marcia senza dire una parola. Di norma, avrebbe ignorato il grigio ambiente circostante e si sarebbe divertita ad evitare i ciottoli sul suo percorso. Ma in quel momento, il suo umore si sposava alla perfezione con la desolazione in cui era immersa, ed ogni barlume di euforia, era stato soffocato da un triste pensiero di cui non riusciva proprio a liberarsi.
«Non posso ancora credere che stavate quasi per lasciarmi nella fumetteria».
«Bhé, io non posso credere che siamo venuti a riprenderti», giunse sottovoce la risposta di Ned all’ennesimo commento incredulo di Wanda.
«Guarda che ti ho sentito, maleducato!».
«Avanti, non fare così». Il pensiero che fosse stato un errore svegliare la bionda cameriera dal suo quieto sonno, attraversò anche la mente di Josh. «Te l’ho detto, abbiamo solo avuto delle improvvise visite indesiderate, e nel trambusto prima di abbandonare il locale, ci siamo scordati qualcosa, tutto qua. Ma l’importante è che ce ne siamo accorti in tempo». Il colpevole sorriso del ragazzo non sortì il risultato sperato.
«Ah! Tutto qua!», rimarcò lei sconcertata, «Quindi per voi, io sono poco più di un bagaglio smarrito?». Il broncio di Wanda non sembrò affatto mutare, anzi, le braccia incrociate ne risaltarono maggiormente il disappunto.
«No, ma che dici», replicò Josh in evidente difficoltà. Poi finalmente, trovò a pochi passi da lui il suo unico appiglio «Amy ti prego, diglielo anche tu che…».
In testa al gruppo, l’altra ragazza levò una mano imponendo silenzio. Phil, che procedeva dietro di tutti, si fece avanti intuendo il pericolo.
«Putridi», affermò Amy con la katana stretta tra le mani, facendo un cenno con il capo verso un agglomerato di persone ad una cinquantina di metri nella direzione opposta, «ma non sembrano averci percepito».
«Da quella parte, muoversi!», disse il poliziotto a bassa voce. Attraversare la strada non sarebbe stato rischioso, eppure, la canna della sua pistola venne comunque caricata, pronta a far fuoco qualora il passaggio di uno dei suoi compagni avesse attirato sguardi poco raccomandabili.
Svoltato un vicolo, Phil trovò sul percorso che aveva pianificato per il molo, un altro ostacolo formato da una buona dozzina di quei mostri.
“Merda”, pensò frustato dall’idea di dover modificare ancora i suoi piani, “Stiamo allungando troppo”.
«Ma perché non prendiamo una di queste auto?», obiettò Wanda con la speranza di potersi riposare sul sedile posteriore di una vecchia berlina.
«SSSHHH! Fa’ silenzio!», intervenne Josh con un dito sulla bocca, «Se c’è una cosa che attira quei mostri più dell’odore di carne fresca, è il rumore. E se ce ne andassimo in giro per la città con il rombo di un motore sotto al sedere, non dureremmo neanche dieci minuti».
Sempre in testa al gruppo, Phil stava imprecando sommessamente, dovendo escludere anche la terza alternativa a causa di altra carne morta al pascolo.
«Dobbiamo passare per la Cinquantaquatresima e girare su Hope Street», disse Josh arrivato di fianco al poliziotto.
«Sei impazzito?», replicò l’altro, con gli occhi puntati sugli ingressi di un paio di vicoli nelle vicinanze, «la Cinquantaquattresima è una delle vie più grandi della città, sarà intasata da veicoli e da non-morti».
«Appunto!», il ragazzo sorrise beffardo, «Sfruttiamo le auto come nascondiglio dietro cui zig-zagare tra la marmaglia di putridi, poi svoltiamo su Hope Street e siamo ad un passo dal molo».
L’idea non era male e se non fosse stato per l’irritante espressione compiaciuta di quel teppista da quattro soldi, Phil non avrebbe neanche fatto obiezioni.
«E cosa succede se qualcuno di quei mostri ci scopre?», disse poi, «Non tutti sono capaci di correre zompettando come cavallette».
«Fai come credi, sceriffo», replicò Josh fingendo una resa a mani alzate, «ma se facciamo altre deviazioni, ci ritroveremo molto presto davanti all’insegna della fumetteria Freekomix, più che di fronte all’ingresso del molo».
Con un rapido gesto della mano, Phil fece segno a tutti di proseguire oltre, senza fare troppo rumore. «Va bene, furfante», disse tornando a fissare Josh negli occhi, «ma se le cose dovessero mettersi male e ti vedessi dartela a gambe, sappi che l’ultimo colpo che sparerò prima di morire, avrà il tuo nome scritto sopra».
Il ragazzo si limitò a replicare con un occhiolino complice, senza però riuscire a nascondere quel lieve tremolio nervoso.
Phil mosse quindi il gruppo in direzione della via principale, poi si affacciò. La sua previsione era stata maledettamente corretta, forse anche troppo.
Sulla Cinquattraquattresima strada era stato allestito un posto di blocco fisso, formato da una serie di barriere di cemento armato alte più di un metro, su cui però si erano ammassate almeno una trentina di auto nel vano tentativo di forzarlo. Ne conseguiva ora un fiume di lamiere accartocciate e vetri rotti sparsi ovunque, tra cui centinaia di deambulanti vagavano distrattamente, rimbalzandoci senza sosta come palline di un flipper.
«Ok, procederemo molto lentamente, uno alla volta», disse Phil indicando un punto in cui alcune macchine, leggermente distanziate, avevano creato un piccolo passaggio.
«Ma che ti si è svitato il cervello, sbirro?!», sopraggiunse Ned prevedendo un pessimo esito per quel piano.
«Non c’è tempo ora per le discussioni!», rispose il poliziotto con fermezza, «fate come vi dico e ce la caveremo».
«Questa è la più stupida idea stupida che tu abbia mai avuto!», rimarcò l’altro scuotendo la testa innervosito.
«Quali sono le alternative?», intervenne Amy, anche lei perplessa da quella soluzione.
«Non ce ne sono», rispose Phil preoccupato.
«Allora andiamo», disse la ragazza, che senza attendere altre spiegazioni, fece per avviarsi nell’ingorgo di macerie… poi qualcosa la costrinse ad arrestare il suo cammino.
«Ehm… ragazzi, abbiamo un problema!», la voce di Wanda arrivò dalle retrovie molto più forte di quanto quel delicato momento richiedesse. Increduli ed infuriati, quasi tutti si voltarono nella sua direzione, pronti a riversagli contro un mare di ingiurie. Poi, l’immagine intrecciata dell’orda scattante di carne morta, che stava risalendo a gran velocità la via alle loro spalle, strozzò ogni parola.
«Ned!!», gridò Phil indicando i non-morti in rapido avvicinamento.
Ned, non si fece attendere.
L’uomo afferrò con prontezza il fucile che teneva dietro la schiena, caricò quattro pallettoni ed incassò il calcio sulla spalla prendendo la mira. Poi iniziò a contare.
“SBAAAM”.
Fuori uno.
“SBAAAM”.
Fuori due.
“SBAAAM”…“SBAAAM”.
E siamo a quattro.
Ad ogni colpo, uno schizzo di materia grigia esplose vigoroso tra la folla in corsa. Ma di carne morta ce n’era in abbondanza, e quando lo psicotico passò a ricaricare la sua arma, anche i deambulanti incastrati tra i veicoli della Cinquataquatresima, si stavano avvicinando lentamente, attirati dal frastuono degli spari.
«Via di qui, dobbiamo attraversare la strada», Phil ne stese un paio e si immerse nella via intasata. Poco distante, Amy attese che un tizio con passo strascinato gli fosse a tiro di lama, prima di staccargli completamente la testa dal corpo; poi seguì il percorso del poliziotto. Nel frattempo, Josh si stava assicurando che Doug lo seguisse a capo chino senza che mettesse mano ai propri uzi. Anche se letale, il suo amico non era rinomato per mantenere la calma nei momenti concitati, e tra i cinquanta colpi per caricatore delle sue pistole-mitragliatrici, non sarebbe stato piacevole riceverne uno in testa per errore. Con la motosega accesa e un andamento decisamente sprizzante, Wanda si stava aggirando tra le auto con incredibile naturalezza, macellando ogni arto che le si avvicinava. Rimasto indietro rispetto agli altri, Ned invece, sembrava aver fatto una questione di principio far saltare più teste possibili di quell’ammasso di carne morta dal passo veloce.
«Maledetto psicopatico, cosa diavolo aspetti, un invito scritto?», gli urlò contro Josh, sperando che la sua voce non si perdesse tra gli spari del poliziotto ed il rumore scoppiettante della motosega di Wanda.
Ma Ned non si mosse. Ricaricò di nuovo il fucile, incurante degli arti frenetici che gli stavano arrivando addosso e riprese a sparare. Degli ultimi cinque infetti rimasti, fece in tempo a ridurre in brandelli le cervella di un paio di loro, ma gli altri sopraggiunsero subito dopo, emettendo versi famelici.
“SBAM!! SBAM!! SBAM!!”.
«Brutta testa di cazzo!», gridò Ned inviperito alla vista degli ultimi tre crani marcescenti esplosi ad un palmo dal suo naso, «Si può sapere perché diavolo lo hai fatto? Mi hai appena sputtanato la possibilità di battere il mio record personale di quindici su quindici».
«Certo che voialtri sapete proprio come essere riconoscenti quando qualcuno vi salva le chiappe», rispose Josh con le pistole ancora fumanti, «ora andiamocene subito, avrai un’infinità di occasioni per battere il tuo stramaledetto record».
Quando entrambi si voltarono per raggiungere il resto del gruppo, ciò che videro in mezzo alla strada non fu affatto confortante. Un folto numero di non morti si stava avvicinando con passo lento ma inesorabile da tutte le direzioni. Nonostante la determinazione con cui cercavano di resistere, Phil e gli altri sarebbero stati ben presto accerchiati e sopraffatti. Poi lo sguardo di Josh andò ad incontrare quella figura tremante che aveva lasciato accovacciata con le mani sulla testa, proprio vicino ad un’auto ai bordi del marciapiede. Al ché, una folle idea si impadronì della sua mente.
«Sceriffo!», gridò il ragazzo, «quando sentirai il mio segnale, fai gettare tutti a terra!».
«Tu sei pazzo!». La risposta del poliziotto arrivò dall’altro lato della strada tra un colpo di pistola e l’altro, «Di quale segnale stai parlando e perché diavolo dovremmo…».
«Fallo e basta!», lo interruppe Josh con irruenza, «Fidati, sceriffo, lo capirai qual è il segnale», poi sbracciandosi con ampi gesti, andò a cercare l’attenzione dell’unica persona già pronta ad eseguire quell’ordine. D’un tratto, gli occhi terrorizzati di quell’uomo rannicchiato con le mani serrate sulle orecchie, incrociarono finalmente i suoi.
«DOUG!!», urlò Josh con tutto il fiato che aveva in corpo. L’altro liberò le orecchie perplesso, cercando di capire cosa volesse quel ragazzo.
«FUOCO!!!!!».
Doug tirò indietro il capo sempre più dubbioso, poi gli uzi tra le sue mani chiarirono ogni perplessità.
«OMMERDA!». Fu l’unico commento di un terrorizzato Ned che non attese neanche un istante prima di sdraiarsi sull’asfalto.
«GIÙ!!!!». Intuito quale fosse il segnale, il grido prolungato di Phil si mescolò al frastuono della pioggia di proiettili che si sprigionò poco dopo in ogni direzione. Pezzi di cervella putrefatta e schegge dei vetri frantumati, schizzarono ovunque in mezzo ad un caotico scintillio tintinnante. Quando i caricatori negli uzi di Doug non ebbero più colpi da esplodere, un silenzio inquietante calò tra i resti bucherellati delle auto, disturbato soltanto da un respiro affannoso.
«Ben fatto, amico!», proruppe Ned, balzando in piedi euforico, «Guarda qua che bel lavoretto!».
Liberandosi dai frammenti di vetro che aveva sulle spalle, Phil non sembrava condividere la stessa emozione del suo compagno psicotico.
«Che ti avevo detto, sceriffo!», istigò Josh con un sorriso soddisfatto.
Vedendo anche le due ragazze rialzarsi senza grosse difficoltà, il poliziotto tornò con lo sguardo sul teppista, che sembrava in attesa dei suoi ringraziamenti.
«Siamo fortunati che tra quei cervelli sparsi per la strada non ce ne sia uno dei nostri», disse senza scomporsi, lasciando Josh decisamente incredulo.
«Io aspetterei a dire di essere stati fortunati».
Lo sguardo di Amy viaggiava lungo la Cinquantaquattresima, proprio nella direzione che avrebbero dovuto prendere per girare poi su Hope Street, e l’ondata di deambulanti che stava sopraggiungendo non lasciò spazio a nessun commento.
«Via da qui», comandò Phil con la dovuta freddezza del suo addestramento «Torniamo indietro!».
«No, aspetta!», obiettò Josh, «non avremo un’altra occasione per passare, se torniamo indietro adesso, saremo comunque spacciati!».
«Forse hai fatto qualche giravolta di troppo, ragazzino», intervenne Ned con un indice puntato sull’orizzonte, «ma io vedo tanta gente affamata là in fondo, da volerci una bomba atomica per arrestarla».
«Non servirà nulla di tutto questo», rispose Josh, guardandosi attorno pensieroso. «Li attirerò io da un’altra parte, voi dovrete pensare solo a rimanere nascosti ed in silenzio».
«Dove vuoi che ci nascondiamo, coglione! Qua è tutto sbarrato e sigillato! Magari potremmo infilarci su per il tuo cu…».
«Che ne dite di quello?». Il commento acido di Ned venne interrotto provvidenzialmente dall’osservazione di Wanda. La ragazza stava indicando l’unico locale senza serrande abbassate, con una gialla “M” ondulata proprio sopra ad una porta a doppia anta di vetro.
“Non male come rifugio temporaneo” rifletté Phil non ancora del tutto convinto del piano. «Sono un’infinità, come pensi di cavartela con tutti quei mostri alle calcagna?», chiese perplesso al ragazzo.
«Sei sempre troppo diffidente, sceriffo», sorrise l’altro prima di rimbalzare sui cofani di alcune auto per allontanarsi dal resto del gruppo.
«Dove sta andando quell’idiota?», chiese Ned grattandosi la barba.
«Probabilmente a farsi ammazzare». Il poliziotto scosse il capo sconsolato, poi indicò agli altri di seguirlo. L’orda di putridi si stava avvicinando sempre più pericolosamente e questo voleva dire pochissimo tempo per ripulire il McDonald «Tutti dentro!», ordinò poi estraendo il manganello e rinfoderando la pistola d’ordinanza. «Controllate il locale ed eliminate ogni minaccia, ma senza fare troppo rumore».
«Vieni Doug». Wanda si avvicinò all’uomo che, ancora agitato, sembrava attendere pazientemente in mezzo alla strada e con espressione disorientata, gli sviluppi della vicenda. Ma non appena lei provò a prendergli la mano, l’uomo oppose la solita protesta balbettante. Consapevole delle fobie dell’uomo, la cameriera si tirò indietro lentamente e solo allora, Doug seguì la scia dei suoi pattini.
Come era solita fare quando rapidità e discrezione erano richieste, Amy entrò per prima nel locale, katana in mano, constatando però la triste assenza di creature ostili. Phil la seguì subito dopo, sincerandosi a sua volta di non ricevere brutte sorprese. Caos e sangue erano sparsi ovunque, ma oltre a quelli, niente. Qualunque non-morto avesse infestato quel posto, non era più lì. Ned fece irruzione con la sua “Stephanie” tra le mani e tanta voglia di spaccare qualche cranio. Batté un paio di colpi contro il bancone, poi sui tavoli, ma nessun deambulante rispose al suo invito di farsi avanti. Rattristato, si mise a sedere su di uno sgabello ruotando dal manico la sua mazza da baseball. Gli ultimi a fare il loro ingresso, furono Wanda e l’uomo che a testa bassa la stava seguendo come un cagnolino.
«Ora fate silenzio!», disse Phil sottovoce. Quindi richiuse la porta principale ed ordinò a tutti di nascondersi dietro al bancone delle casse. «Mi raccomando, nessun rumore».
La quiete quasi surreale che si generò subito dopo, non durò più di un minuto. I versi sguaiati dei primi non-morti che stavano risalendo lungo la strada, furono solo il preludio per qualcosa di molto più raccapricciante. Quel vociare indistinto aumentò di una tale intensità, da assumere le sembianze di un unico, immenso, sospiro continuo. La maggior parte dei mostri passò oltre senza curarsi del locale, fin quando un paio di tizi dalla pelle butterata e le braccia scheletriche, si schiantarono contro la porta d’ingresso, intenzionati ad entrare. Quasi fossero istigati dai loro compagni, altri infetti fecero lo stesso, aggravando la pressione a cui le due ante di vetro dovettero resistere.
Uno scricchiolio sinistro iniziò a provenire dai cardini della porta. Phil si armò di pistola e di tutto il suo residuo coraggio.
Improvvisamente, un’esplosione lontana si sovrappose al brusio degli infetti, poi un’altra e un’altra ancora.
Il poliziotto sentì diminuire i preoccupanti rumori provenienti dalla porta, finché non scomparvero del tutto. Dopo quasi una mezz’ora che sembrò durare un giorno, ogni verso era completamente cessato.
«Ma che cazzo è successo?», chiese Ned incuriosito.
«Non ne ho la minima idea», rispose Phil pensieroso, «ma se quel furfante è ancora vivo, gli concedo solo un paio di minuti, poi ce ne andremo da qui senza di lui».
Con ancora le orecchie tese come un cane da guardia, Amy era concentrata nel percepire eventuali minacce nascoste. Di tutt’altro avviso, Doug si stava limitando a riordinare i medicinali nella propria borsa.
Totalmente indifferente alla situazione, Wanda vagava con lo sguardo, ed inevitabilmente, con i ricordi. Ad attirarla erano stati gli schermi con ancora sopra le offerte degli enormi panini traboccanti di salse deliziose, i simpatici giochi inclusi nei menu per bambini, le promozioni due-per-uno per chi passa dal McDrive. Tutte immagini che riportarono la sua mente a quel periodo che l’aveva profondamente cambiata. Un periodo in cui aveva imparato ad essere libera ed indipendente, ad essere una donna emancipata e risoluta, a vivere la vita che aveva sempre desiderato… prima che tutto si stravolgesse drasticamente.

[…]

“DLIN-DLON”.
Il campanello tintinnò sopra l’anta oscillante della porta d’ingresso, proprio mentre il lamento singhiozzato di “Only You” dei Platters risuonava dal vecchio Juke-Box.
«Benvenuti al “Every-50” dove tutti i giorni si fa il twist!».
Quello slogan non aveva mai fatto colpo su nessun cliente, ma il suo Boss lo aveva imposto a tutto lo staff come saluto a chiunque entrasse nel locale. Quindi, Wanda si limitò a ripetere per l’ennesima volta, con il solito sorriso smagliante, quell’inutile filastrocca. Niente, neanche l’ultima coppia di omaccioni scostanti le concesse in minimo cenno di risposta. I due andarono solo a sedersi sulle poltroncine del primo tavolo libero ed iniziarono ad esaminare a testa bassa i menu plastificati incastrati vicino alle salse.
Con il dilagare dell’epidemia, la clientela si era fatta sempre più risicata, ma soprattutto, sempre più cupa. Quello che una volta era un ridente locale per famiglie, in cui si potevano ammirare foto ed oggettistica di ogni sorta dei mitici anni cinquanta, si era trasformato in un buco per alcolizzati e disperati… anche se la vecchia guardia della clientela non mancava mai.
«Ehi bellezza, dov’è il mio hamburger?». Un tozzo braccio peloso si tese per ostacolare la corsa di Wanda. Sempre reattiva, la ragazza si mise in equilibrio su di un unico pattino ed inarcò un fianco per evitare l’ostacolo. Il vestito turchese svolazzò leggiadro nell’aria come le ali di una fata delle fiabe. Il vassoio con le cinque birre che sorreggeva su di una mano, si inclinò pericolosamente, facendo traboccare un po’ di schiuma; ma nulla che una passata di tovagliolo non avrebbe potuto mascherare.
«Arriva subito, Carl», sorrise lei in risposta all’uomo corpulento seduto su di uno sgabello vicino al bar, rimasto immobile a fissarla con sguardo lascivo. Wanda proseguì facendo rollare i pattini fino a quell’apertura sul muro che si affacciava nella cucina, dove un vassoio stracolmo di vivande ed una voce corposa, sembravano attendere proprio il suo arrivo. «Un hot-dog e due Cadillac Burgher al tavolo cinque, tre porzioni di Twisty-Chips e un ElviSandwich al tavolo sei… e per la puttana, si può sapere dov’è finita quella sgualdrina di Ginger?».
Il sudore sulla fronte del Boss stava colando copioso all’interno di un’enorme friggitrice dalla quale fuoriuscivano voluttuose nuvole di vapore. Mentre l’uomo era intento ad alzare ed abbassare la griglia contenente centinaia di patatine sfrigolanti, i suoi occhi rimbalzavano tra gli  hamburger poggiati su di una scura piastra ribollente ed una fila di costolette di carne, lasciate ad arrostire sopra il crepitio di un piccolo braciere. «Allora? Si può sapere dov’è finita quella zoccoletta in gonnella? Ci sono altre sei ordinazioni da portare ai tavoli».
«Vado a cercarla», rispose Wanda prendendo il vassoio con le cibarie, «Ah, Carl chiede quanto manca per il suo panino».
«Puoi dirgli che il suo fottuto panino sarà pronto quando sarà pronto!».
Intuendo il pessimo umore del suo capo, la ragazza schizzò via per consegnare ai tavoli le pietanze ordinate, ovviamente, indossando sempre il suo più splendente sorriso.
«Allora bambola…», per la fretta di concludere il servizio, Wanda non si accorse di quella viscida mano che era riuscita ad afferrargli un lembo della gonna, e che per poco non l’aveva quasi fatta cadere. «Devi portarmi qualcosa che possa addentare. Se non vuoi che sia un panino, potresti anche essere…».
Con una piroetta fulminea, la ragazza si divincolò dalla presa di Carl, senza versare neanche una goccia dai calici poggiati sul vassoio che sorreggeva. «Arriva subito», disse poi, sempre con tono cortese, mentre si allontanava da quei tentacoli appiccicosi.
La mensola della cucina si era già riempita di altri piatti e il vocione del Boss cominciava ad assumere una tonalità spazientita molto preoccupante. Se voleva sperare di arrivare a fine giornata, Wanda doveva trovare assolutamente Ginger.
Il locale era composto da un ampio salone, una dozzina di tavoli sparsi quasi a caso ed un piccolo angolo bar, tutto ben visibile. Rimanevano solo due i posti in cui la sua amica poteva essersi andata a nascondere.
Quando arrivò in bagno, ad attenderla c’era il solito ronzio di mosche che svolazzavano su di un water otturato da uno spesso strato di merda, mentre l’odore nauseante di piscio stantio rendeva l’aria irrespirabile. Scappata dalla latrina maleodorante, provò in fine ad affacciarsi dalla porta che sul retro cucina del locale, dava su di uno stretto vicolo in cui stazionavano i cassonetti per l’immondizia. Lì trovò finalmente la sua amica Ginger, impegnata a farsi una cavalcata ansimante, avvinghiata con ancora i pattini addosso, ad un losco figuro dalla faccia completamente puntellata di piercing.
Wanda richiuse subito la porta con espressione imbarazzata.
L’imponente figura sudaticcia del Boss gli si fece improvvisamente incontro facendola sobbalzare.
«Allora, hai trovato quella sgualdrina di Ginger?».
«Ehm… sì… è andata una attimo a casa perché era un po’ indisposta. Sa com’è, cose da donne. Però mi ha detto che poi viene… ehm, volevo dire, torna subito».
Quella risposta mandò il suo capo su tutte le furie.
«Indisposta? Che caspita significa indisposta!?», gridò l’uomo agitando un forchettone, «Prima il cuoco malato, poi lo sguattero, poi ancora due cameriere… ora anche questa qui mi viene a raccontare la favoletta della malattia! Ma chi volete prendere per il culo? Questa epidemia è tutta una montatura delle case farmaceutiche per vendere qualche inutile vaccino, proprio come la SARS e la Mucca Pazza. Tutta roba inesistente! Per non parlare di internet e di quelle ridicole scenette che montano per abbindolare la gente. Ah no, non me, io non ci casco! “Allerta Zombie” un corno! Quelli sono tutti attori, pagati per farti credere che ci siano morti che camminano e bla-bla-bla, ma sai che ti dico? A me non mi fregano…». L’utensile biforcuto venne conficcato in un wurstel visibilmente bruciacchiato e poi rivoltato dalla parte non ancora cotta.
Senza dire una parola, Wanda decise che era venuto il tempo di defilarsi lentamente, lasciando il Boss al suo solito monologo sugli inganni della società moderna. Afferrò quindi i vassoi con le ultime ordinazioni preparate e si affrettò a consegnarle.
Le successive due ore trascorsero frenetiche come sempre, tra hamburger e birre consegnate ai tavoli cercando di evitare, sorridendo il più possibile, le luride manacce di un instancabile Carl. Infine, anche l’ultimo boccale spumeggiante venne poggiato sul tavolo che l’aveva richiesto e solo allora, Wanda tirò un profondo sospiro di sollievo.
Poi arrivarono le urla.
Il Juke-Box stava dando “Singing in the rain”, ma quando il primo putrido varcò la soglia del “Every-50” con un lento passo strascinato, fuori c’era bel tempo. La reazione iniziale degli ospiti fu quella di balzare in piedi, facendosi indietro con espressione dubbiosa.
«Che cazzo succede qui?», urlò il Boss uscito dalla cucina, «Ehi tu, idiota, non spaventi nessuno con quel sangue finto. Adesso vengo lì e te lo faccio vedere io un po’ di sangue».
Ma quando anche altri non-morti fecero irruzione nel locale, la spavalderia dell’uomo venne rimpiazzata da grida strazianti.
Seduta in un angolo del retro cucina, Wanda stava per slacciarsi i pattini su cui aveva corso per tutta la giornata, ma gli agghiaccianti suoni che provennero dal salone principale, la convinsero a desistere per andare a dare un’occhiata. Scrutando dall’apertura in cui venivano poggiate le ordinazioni, vide uno spettacolo raccapricciante di sangue e morte. Almeno trenta erano le creature fameliche che all’interno del locale si stavano cibando delle interiora degli ospiti. Arti strappati e organi sviscerati, giacevano sparsi ovunque come fossero scarti di un mattatoio, mentre voluminosi schizzi di sangue imbrattavano la tappezzeria e le vecchie locandine dei film in bianco e nero. Neanche Carl e il suo Boss erano stati risparmiati.
Intrappolata dal panico raggelante in cui quel macabro spettacolo sembrava averla costretta, Wanda riuscì a scuotersi solo quando il volto emaciato di un ragazzino, scattò di lato incrociando il suo sguardo.
La ragazza saettò sui pattini fino ad arrivare ad aprire la porta sul retro, ma anche nel vicolo, lo scenario non fu molto diverso da quello che aveva lasciato nel locale. I corpi di Ginger e del suo ragazzo dal viso bucherellato di metallo, giacevano a terra vittime dello scempio dissennato di una manciata di creature indemoniate.
Il ventre della sua amica era stato squarciato dallo sterno all’inguine, mentre un paio di individui raccapriccianti affondando le loro teste nelle sue interiora, lordandosi la faccia di sangue come maiali affamati in una trocca di frattaglie. Al ragazzo invece, erano state strappate gambe e braccia, ora tra le fauci di tre persone particolarmente indaffarate nel rosicarle.
Un conato di vomito si affacciò allo stomaco Wanda, che con un profondo sforzo lo ributtò indietro non appena una di quelle creature marcescenti alzò il volto imbrattato di sangue verso di lei. La ragazza non attese un istante: chiuse la porta e la sigillò a doppia mandata. Ma non appena la serratura emise il secondo “CLACK”, qualcosa alle sue spalle le fece capire di essersi intrappolata da sola.
Una fredda mano l’afferrò per un braccio, tirandola con forza. Wanda provò in tutti i modi a reagire, ma il ragazzino dalla pelle scorticata, di cui aveva incrociato lo sguardo poco prima, sembrava avere più forza dello stesso Carl. Ruotare, strattonare, perfino spintonare, non sortì alcun effetto; non c’era verso di divincolarsi.
Alla fine, proprio quando il fetido odore del sangue incrostato tra i denti del non-morto, gli arrivò ad un palmo dal collo, la mano di Wanda afferrò disperatamente qualcosa sul tavolo della cucina.
“Colpisci!” Le sussurrò una voce familiare.
E Wanda colpì.
“Ancora!”.
Wanda colpì ancora.
“Più forte!”.
Wanda colpì ancora più forte. Poi si fermò.
Gran parte del cervello del ragazzino era spalmato sul fondo della padella Flavorstone che la cameriera si ritrovò a stringere nella propria mano tremolante. Terrorizzata e sorpresa allo stesso tempo, Wanda lasciò cadere la sua arma improvvisata, come se non volesse accettare di essere stata lei l’artefice di quella barbarie. Senza neanche poter riflettere sull’accaduto, un profondo senso di inquietudine si impadronì del suo respiro, proprio quando vide altre creature putrefatte all’interno del locale inclinare la testa nella sua direzione. Improvvisamente, quella voce sibilante, tornò a farsi sentire.
“Voltati”, disse.
Ma quando Wanda si girò di scatto, pensando di trovare una persona amica, non vide nulla; solo un vecchio estintore ormai inutilizzabile ed un’arrugginita ascia antincendio.
“Prendila”.
E senza pensarci troppo, la ragazza, eseguì.
Quando la porta del “Every-50” si richiuse alle sue spalle, Wanda si era cambiata di vestito, indossando una divisa pulita. Anche i pattini erano stati spazzolati con cura ed i capelli lavati e riordinati a dovere. Mai avrebbe sopportato di dover uscire per strada ricoperta di sangue rappreso ed interiora umane di altre persone.
All’esterno, impazzava il caos più totale.
I suoni delle sirene si alternavano con una cadenza sempre più frequente, mentre oscure colonne di fumo si innalzavano dal centro della città. Folti gruppi di individui dal passo claudicante vagavano lungo tutta la strada aggredendo gli sventurati passanti che si trovarono sul loro percorso. Del tutto indifferente al tripudio di oscenità che si stava perpetrando, Wanda scivolò sui pattini con andamento scanzonato, fermandosi vicino all’insegna della solita fermata del pullman.
Dopo quasi dieci minuti di attesa, un gruppo di esseri dallo sguardo famelico le si fecero incontro, finché un veicolo molto pesante li investì con un impatto improvviso, arrestandosi proprio davanti alla cameriera.
Da una prima occhiata, quello non sembrava affatto il pullman sul quale Wanda saliva ogni giorno, e per di più, quando le porte si aprirono, la ragazzina che la stava fissando con sguardo glaciale, capelli viola, vestita di nero, e armata con una spada ricurva, non era il controllore che solitamente l’accoglieva per obliterarle il biglietto.
«Ehi tu, chi sei e cosa diamine stai facendo ancora per strada?», chiese quell’inquietante figura, facendo sibilare la sua lama affilata.
«Scusami, ma è questo il “tre-barrato”?», rispose Wanda dubbiosa.
«Oh santo cielo, un’altra sciroccata», esclamò la ragazzina, alzando gli occhi incredula. «Sali», disse poi facendosi da parte.
E Wanda salì sullo school-bus.

[…]

«La strada sembra sgombra», disse Amy scrutando furtiva dalla porta del McDonald.
«Dobbiamo andare!», Phil non ne poteva più, «ogni minuto che rimaniamo qui dentro potrebbe essere l’ultimo!».
«A… A… A… Aspettiamo ancora u… u…u… un po’».
Propose nuovamente Doug.
«Gli abbiamo concesso quasi dieci minuti di tempo», ripeté il poliziotto imperterrito, «non possiamo dargliene altri. Forza, muoviamoci».
Ma quando Phil provò con la forza ad istigare quell’uomo di seguirlo, il legno sfregiato di una mazza da baseball, si frappose tra i due.
«E invece, daremo tutto il tempo che serve a quel teppista salterino».
Ned lanciò uno sguardo di sfida all’uomo in divisa, il quale però, gli restituì la medesima espressione: quella di chi non aveva alcuna intenzione di desistere.
Indifferente alla discussione che si stava facendo sempre più animata, Wanda era seduta sotto l’immagine di un grosso pagliaccio, intenta a rimirare l’action-figure della sua Sailor Moon, trovata qualche giorno addietro, nel piccolo mini-market abbandonato.
Ricordava perfettamente gli eventi accaduti in quel luogo: la marmaglia di non-morti, il terrore che l’aveva assalita durante l’aggressione, ma soprattutto, quella voce familiare che l’aveva istigata alla sopravvivenza, guidandola ad afferrare una motosega con cui sbrindellare ogni pezzo di carne morta che le era capitato a tiro, esattamente come aveva fatto con quell’ascia antincendio nel “Every-50”.
Bezzy, così aveva chiamato quella voce che ormai era parte del suo essere e che le si presentava provvidenzialmente ogni qualvolta si trovava a dover fare i conti con qualche non-morto. In un certo senso, era diventata come una preziosa amica su cui fare affidamento nei momenti difficili.
Ma come ogni amica, anche Bezzy aveva i suoi piccoli difetti. Tra tutte le parole che le sentiva sussurrare, le uniche che Wanda non riusciva proprio a condividere erano le istruzioni su come sgozzare tutti i suoi compagni di viaggio ogni volta che questi erano profondamente addormentati.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...