Episodio 6 – La fuga

Visualizza versione: PDF

Molto tempo prima che tutto questo accadesse…

 

Il bagliore accecante che dai neon sul soffitto, si rifletteva sui lucidissimi listelli in laminato bianco con cui era lastricato il pavimento, imponeva uno stato di vigile allerta che alla Weapon Corporation non cessava mai, neanche quando il sole era calato da parecchie ore.
Dai cubicoli in plexiglass, si sovrapponeva ai continui trilli dei telefoni una cacofonia di innumerevoli voci agitate che facevano apparire l’open-space dell’ultimo piano come la sala di Wall-Street nell’ora di apertura.
Incurante della bolgia cianciante che gli si stava scatenando attorno, un corteo di fieri uomini in giacca e cravatta era guidato da una splendida bionda quarantasettenne con un tailleur scuro. Il gruppo procedeva lungo quel labirinto di pareti in plastica con un passo esageratamente veloce per gli standard di Walter che, a fatica e ridotto ad uno straccio ansimante, seguiva dietro tutti. La sua camicia mostrava vasti aloni di sudore sia sotto le ascelle che sul petto, la cravatta sembrava volerlo strozzare con una morsa letale attorno al collo e le scarpe gli bruciavano ai piedi come gabbie ardenti, minacciando di prendere fuoco ad ogni passo.
In cuor suo, Walter sapeva di essere un ometto cicciottello con una pessima attitudine per l’attività sportiva, ma sperava che l’Amministratore Delegato, con la sua longuette strettissima e i suoi tacchi vertiginosi, dovesse muoversi più lentamente… invece si era sbagliato di grosso: Linda Gilmore non conosceva la parola “calma”.
Intenta a rispondere con straordinaria fermezza ad ogni telefonata che le veniva passata da uno qualsiasi degli assistenti al suo seguito, quella donna dallo sguardo impassibile e la voce gelida, non lasciava mai trasparire il minimo senso di agitazione, nonostante l’immensa multinazionale di cui era a capo stesse per colare a picco.
Quando la processione arrivò alle porte dell’immenso ufficio principale, Walter tirò un sospiro di sollievo ma, non appena le due imponenti ante si aprirono, quel sospiro gli si strozzò in gola. Un immenso salone si espandeva spoglio di mobili fino ad una vetrata ampia oltre venti metri che dominava dall’alto la vista notturna sugli edifici della città. Ma a far ancor più scalpore era quella riproduzione fin troppo fedele del David di Michelangelo che, al centro della stanza, torreggiava dietro un’enorme scrivania in okite nera. Walter ondeggiò per un istante colto da uno strano senso di vertigine, poi trovò finalmente una sedia su cui far riposare le sue doloranti membra.
<<John, fai prelevare i fucili d’assalto M4 dal magazzino T-31 e piazzali nel prossimo convoglio diretto al molo>> D’altro canto, Linda Gilmore non aveva alcuna intenzione di abbassare il ritmo <<Henry, porta immediatamente i risultati dei test dell’artiglieria pesante al Ministro della Difesa e, per carità, non scordarti di citare l’inno del suo partito quando farai la consegna>>
La donna si era seduta su di un voluminoso scranno in pelle scura, poggiando con noncuranza la borsa di Louis Vuitton sull’enorme scrivania, sopra la quale spiccava un vecchio telefono color panna. Nel frattempo, i suoi assistenti vagavano a caso per tutta la stanza come uno sciame di api attorno alla propria regina, passandole in continuazione quelle chiamate a cui non potevano dare evidentemente delle risposte esaustive, fino a quando…
“TRIIIIIIINNN” … “TRIIIIIIINNN”
…il vecchio telefono sulla scrivania iniziò a squillare ed ogni altro rumore nella sala cessò all’istante.
Tutti i cellulari vennero messi in modalità vibrazione, facendo così riecheggiare un riverbero simile al ronzio di decine di zanzare inquiete. Gli assistenti fissarono ammutoliti e con occhi sbarrati quell’apparecchio telefonico a malapena adatto ad un mercatino dell’usato, ma che in quel contesto, sembrava far terrore più dell’epidemia devastante che stava causando centinaia di migliaia di morti. Perfino Linda Gilmore rimase visibilmente turbata sentendo quel suono ormai arcaico, tanto da concedersi un breve ma profondo respiro, prima di alzare la cornetta.
<<Signor Presidente buona sera, sono lieta di…>> Si affrettò a dire la donna, interrompendosi però subito dopo <<sì signore, capisco benissimo ma…>> ancora un respiro smorzato con la voce che aveva assunto un’insolita tonalità sommessa <<certo signore, è stato tutto “classificato”, signore, è solo che…>>
Walter si sforzò di sentire cosa stesse dicendo la voce dall’altro capo del telefono purtroppo, i dieci metri che separavano la sua sedia dalla scrivania al centro dell’ufficio, rendevano indecifrabile ogni parola.
<<La consegna avverrà nei tempi previsti, signor Pres…>> Un’altra frase spezzata <<certo, signore…>> l’ennesimo sospiro dimesso <<ovviamente sign…>> un altro ancora <<senz’altro, signor Presidente, le auguro una buo…>>
“TUU-TUU-TUU…”
Il ripetuto tono alternato che dalla cornetta riecheggiava nell’ufficio, lasciò chiaramente intuire che la telefonata si era conclusa.
Linda rimase per un istante immobile, poi ripose il telefono nel suo alloggio. Si schiarì la voce e, come se nulla fosse, ritornò a parlare con la consueta cadenza perentoria, liquidando con precisi ordini tutti i suoi assistenti in pochi minuti. Quando anche l’ultimo di quegli omaccioni in doppio petto uscì dalla stanza, all’interno dell’ufficio rimasero solo l’amministratore delegato e Walter, ora palesemente intimorito.
<<Se non sbaglio, lei dovrebbe essere il Responsabile delle Risorse Umane>> Commentò la donna senza mai distogliere lo sguardo dai fogli che aveva in mano.
<<Ehm…>> Walter sentì il proprio sangue gelarsi <<Sì, signore… volevo dire, signora… volevo dire…>>
<<Si risparmi i convenevoli e venga più vicino>> Aggiunse l’altra concedendogli solo un breve sguardo <<prometto di non morderla>>
Walter non ci avrebbe giurato, ma decise comunque di rischiare. La perfidia e la crudeltà di quella donna erano ben risapute tra i dipendenti della Weapon Corporation ed ora, lui avrebbe sperimentato sulla propria pelle la veridicità di quelle dicerie. Afferrò la propria ventiquattrore e, con un grande sforzo di coraggio, si alzò dalla sedia per avvicinarsi alla scrivania.
Vista da vicino, Linda Gilmore era ancor più bella e terrificante. Benché non fosse più giovanissima, quei dorati capelli biondi raccolti in un’accurata treccia e quegli occhi celeste chiaro, simili a ghiaccio cristallizzato, concedevano alla donna dall’avvenenza quasi innaturale, la capacità di far innamorare qualsiasi uomo, dai venti agli ottant’anni, con un semplice schiocco delle dita. Ma dall’atteggiamento altezzoso e distaccato, era chiaro che tra tutte le cose di cui lei poteva aver bisogno, un uomo non sembrava affatto essere una di loro.
<<Immagino lei abbia qualcosa per me>> Disse la donna poggiando i fogli che aveva in mano e portando tutta la sua attenzione sul tizio timoroso che si era appena congelato in piedi sotto il suo sguardo.
<<Sì signora, sono qui>> Walter si affrettò ad aprire la propria valigetta ma il tremolio nervoso delle sue mani rese l’operazione assai difficoltosa. Quando finalmente si udì il “CLACK” dei due fermi, l’uomo tirò un profondo sospiro di sollievo <<Eccoli, come mi aveva chiesto>> concluse poggiando sulla scrivania i cinque fascicoli che aveva preparato con meticolosa accuratezza nelle ultime due settimane.
Linda prese il primo fascicolo, lo aprì, ne sfogliò rapidamente due pagine e lo gettò via proferendo un semplice <<Sposato>> come commento. Passò al successivo, vide a malapena il foglio con l’immagine della foto e gettò via anche quello. <<Troppo altezzoso>> Fu l’unica spiegazione che diede. Con il terzo fascicolo arrivò a malapena al quinto foglio, concedendo non più di cinque secondi ad ogni pagina. <<Due figli ed un… cane>> sentenziò con tono acido, prima di condannare quel plico alla stessa fine ingrata dei suoi predecessori. Gli ultimi due fascicoli non ebbero sorti migliori <<Forse non mi sono spiegata, signor…?>>
<<Ehm… Leeds>> Rispose l’uomo madido di sudore, vedendo il frutto di tanto lavoro relegato ad inutile carta straccia <<Walter Leeds>> completò asciugandosi la fronte con una manica della camicia.
<<Bene, signor Leeds>> Proseguì la donna con voce tanto placida quanto agghiacciante <<quello che le avevo chiesto era di trovarmi un dipendente che conoscesse a trecentosessanta gradi la nostra azienda, con specializzazioni tecniche nel campo sistemistico ed informatico, MA>> bastò il gesto improvviso di un indice puntato verso l’alto per far sobbalzare il cuore di Walter <<senza troppi legami affettivi. Direttiva che lei, signor Leeds, non ha rispettato affatto con i candidati che mi ha presentato. Dunque ha qualcosa da dire in merito?>>
<<Ehm…>> Walter era in confusione completa <<veramente io ho cercato quello che mi aveva chiesto, è solo che di personale qualificato per tali mansioni è rimasto molto poco, quindi avrei optato…>>
<<No no, non ci siamo, signor Leeds>> Il tono dell’amministratore si fece improvvisamente cupo, facendo sbiancare il volto dell’uomo <<non ci siamo proprio!>> la donna sospirò, quindi tornò a fissare il viso terrorizzato del povero Walter <<Signor Leeds, voglio essere franca con lei. Non sono diventata l’Amministratore Delegato della più importante azienda di produzione di armi del pianeta con gli “avrei” e gli “ho cercato”. Guido questa multinazionale da più di dieci anni con un fatturato annuo da trentasettemila miliardi, in un settore dove il potere è totalmente in mano agli uomini. E sa come ci riesco?>> domandò indugiando sul faccione di Walter che oscillò velocemente a destra e a sinistra <<Perché io ho più palle di tutti i miei concorrenti messi insieme>> concluse senza variare di una virgola il tono pacato della sua voce <<vede quella statua alle mie spalle?>> chiese con disinvoltura in attesa che Walter lanciasse un’occhiata intimorita alla maestosità del David <<Quella serve a ricordare ad ogni uomo spocchioso ed impettito che entra in questa stanza che, per quanto sia grande il suo ego, il mio lo è molto di più. Tutti vedono in questa epidemia una condanna ma, dal mio punto di vista, è la più grande opportunità di profitto da quando l’uomo ha iniziato a commerciare armi. Abbiamo avuto un incremento del 700% rispetto allo scorso trimestre e, nonostante i prezzi raddoppiati, la domanda non accenna a scendere. Ma in tutto questo ben di Dio, ci sono dei maledetti burocrati da strapazzo che vogliono farci evacuare per mettere tutta la zona in Quarantena. Ho più sicurezza armata a difendere l’esterno del palazzo che personale aziendale  interno, eppure sono costretta a sloggiare. Per di più, in soli quattro giorni. Questo non sarebbe stato un problema se centoquindici dei nostri dipendenti specializzati nell’area informatica non fossero stati “colpiti” dal virus. A sessantaquattro metri sotto i nostri piedi c’è una server-farm che non posso far trasportare, ecco perché mi serve qualcuno che resti qui e che riesca a decriptare i codici per eseguire il Backup dei dati sul satellite, il tutto senza fare troppe domande. Quindi…>> aggiunse vagamente sconsolata <<visto che lei non ha trovato quello che le ho chiesto di trovare, non credo sia più utile a questa azienda>> concluse scura in volto <<Le consiglio di fare attenzione quando uscirà di qui senza scorta, le strade non sono affatto sicure>>
Walter ingoiò un pesante magone di nervosismo, poi si decise a rischiare l’ultima carta.
<<Ehm… veramente…>> Disse prendendo un altro fascicolo rimasto nella sua valigetta <<ci sarebbe questo candidato, ma ha qualche… “problemino”>>
La donna afferrò il plico accigliata. Non sembrava affatto aver gradito che qualcosa le fosse stato tenuto nascosto. Poi la sua espressione cambiò <<Interessante…>> commentò sfogliando intrigata dalle prime pagine <<molto interessante. Questo tizio ha girato un bel po’ nella nostra azienda, ha anche lavorato nel reparto “collaudo” apportando notevoli migliorie alla precisione degli uzi. Come mai non ha proseguito in quel campo?>>
<<Ehm… attacchi di panico>> Rispose Walter che ormai conosceva a memoria tutti i report che aveva presentato <<Non sopportava il frastuono degli spari>>
<<Curioso…>> Replicò lei continuando nella lettura <<il reparto di “Ricerca e Sviluppo” gli ha proposto una carica come dirigente. Come mai l’ha rifiutata?>>
<<Ehm… non riusciva a salire oltre il decimo piano>> Rispose l’altro quasi vergognandosi delle proprie parole <<Soffre di vertigini e gli uffici dei dirigenti hanno tutti le vetrate>>
La donna sembrò non curarsi delle motivazioni assurde che le venivano fornite perché la sua attenzione era completamente dedicata a ciò che stava leggendo.
<<Memoria “eidetica”?>> Domandò poi abbassando il fascicolo <<Cos’è, una specie di memoria fotografica?>>
<<Ehm… non proprio>> Corresse Walter <<la memoria fotografica si basa sui ricordi visivi, quella eidetica è molto più ampia. Praticamente ricorda tutto ciò che gli è accaduto dall’età di sei anni>>
<<Pazzesco! Questo tizio mi sarebbe molto utile al tavolo del Black Jack>> Disse lei con un’espressione che sembrava avere un velato cenno di divertimento <<Duecento-ottanta di QI! Abbiamo uno Steven Hawking e lo utilizziamo come scribacchino?! Devo proprio rimuovere il mentecatto che si occupa del personale>> concluse con tono minacciosamente sarcastico.
<<Ehm… veramente quella mansione l’ha scelta lui>> Si affrettò a rispondere l’altro sentendosi sul bordo del baratro <<Abbiamo cercato di sfruttare le sue attitudini, ma ogni volta riscontravamo dei “problemini”>> quindi invitò la sua titolare a sfogliare le ultime pagine.
Linda Gilmore strabuzzò gli occhi stupefatta.
<<Wow! Quante allergie e intolleranze per un solo uomo! Non credevo si potesse essere allergici anche alla resina. Mi chiedo come abbia fatto a sopravvivere tutto questo tempo>>
<<Ehm… veramente, in ventisette anni, non ha mai preso un giorno di malattia>> Intervenne l’altro pensieroso <<Senza considerare che ha accumulato settecentonovanta giorni di ferie>>
<<Un vero stakanovista!>> Il volto della donna era palesemente soddisfatto <<Niente mogli, né figli, neanche genitori o parenti, quest’uomo è… PERFETTO! Complimenti signor Leeds, ottimo lavoro>>
Più che “perfetto”, Walter lo avrebbe definito un uomo “solo”, ma di certo, non si sarebbe mai arrischiato nel fare un’obiezione alla sua titolare. Qualsiasi cosa avesse portato Linda Gilmore a vedere in quel dipendente così problematico il candidato perfetto, per lui andava più che bene.
<<Reneé>> Disse la donna premendo il pulsante dell’interfono <<convoca immediatamente il dipendente codice T1815 del reparto contabilità>> quindi, senza attendere una risposta, tornò a sfogliare il fascicolo con molta più attenzione <<Appassionato di puzzle… questo è un “gancio” ideale>>
<<Ehm… Come? >> Chiese Walter spiazzato.
<<Ah, ma lei è ancora qui?>> Commentò la donna con sorpresa <<Può andare adesso, signor Leeds. Il suo compito è terminato>> concluse con un sorriso serafico.
L’uomo attese per qualche istante, ancora dubbioso sul da farsi. Poi si incamminò verso l’uscita provando un immenso sollievo nell’essere riuscito a lasciare quel luogo dannatamente angosciante senza essere stato licenziato.
<<Il dipendente che aveva chiesto è qui, signora Gilmore>> Disse una cortese voce femminile all’interfono.
<<Lo faccia entrare>> Rispose l’altra sorridente.
L’immensa porta a due ante si spalancò e la figura ricurva di un uomo sulla cinquantina, con capelli brizzolati e due spessi occhiali da vista, fece il suo ingresso a passo lento.
<<Vo… vo… volevate ve… ve… vedermi?>> Provò poi a chiedere con parole tartagliate.
<<Ma prego, si accomodi>> Replicò con insolita cordialità Linda Gilmore <<Doug, se non sbaglio. Posso chiamarti Doug, vero? In fondo, alla Weapon Corporation, siamo tutti una grande famiglia>>
Walter incrociò lo sguardo di un uomo la cui immagine gli era familiare, ma solo per le foto scattate sul suo badge. Dai fascicoli che aveva studiato, sapeva praticamente tutto di lui, eppure, non lo conosceva affatto. Per un istante ebbe l’istinto di invitarlo ad andarsene, a fuggire, ad allontanarsi il più possibile da quell’arpia succhia sangue. Poi, però, gli occhi davanti a lui si abbassarono intimoriti e quell’uomo passò oltre. Alla fine, Walter non disse niente, si strinse nelle spalle, nascondendosi dietro le sue stesse paure ed uscì.

…oggi…

Sotto le prime luci del mattino, l’asfalto aveva iniziato ad assumere la forma di una grigiastra massa opaca, quasi inconsistente. Camminarci sopra stava diventando sempre più difficoltoso, tanto da costringere quell’andamento, già da tempo precario ed oscillante, a deviare pericolosamente verso destra, finché…
“SDAMM!!”
<<Doug!>> Urlò preoccupata una stridula voce femminile poco distante.
<<Ma che caz…?>> Commentò subito dopo un uomo nelle vicinanze.
Tutti quei suoni gli risuonavano familiari ma il fiato corto e la vista annebbiata avevano azzerato le capacità cognitive di Doug. La porta di vetro contro cui si era schiantato, aveva retto, nonostante quella ragnatela di vene che si espandeva dal punto in cui aveva urtato.
<<Stai bene, Doug?>> La voce della donna si era avvicinata e la massa di capelli biondi che le scivolava attorno alla testa, aiutarono il pover’uomo tramortito a riconoscere l’immagine sfocata di Wanda.
<<Aiutatelo ad alzarsi, dobbiamo muoverci e alla svelta>> Il commento intransigente di Phil non si fece attendere <<Questa zona della città non è indicata per fare una pausa>>
<<Ma Phil, non vedi che Doug non ce la fa più?>> Disse Wanda con tono preoccupato <<Sono ore che camminiamo senza sosta, abbiamo tutti bisogno di riposare>>
<<Non qui>> Replicò il poliziotto guardandosi attorno accigliato <<Questo posto è troppo pericoloso>>
<<Perché, esiste forse un “posto sicuro” in questa merda di città?!>> Irruppe Ned con il consueto commento acido <<Odio doverlo ammettere, ma io sono d’accordo con la cameriera>>
<<Se vi dico così, è perché questa zona purtroppo la conosco bene e so che nelle vicinanze c’è un nido di deambulanti>> Precisò Phil spazientito <<tutta l’area era stata etichettata come “zona-rossa” prima che tutto…>>
<<Puttanate!>> Aggiunse Ned stizzito <<Non venirci a fare il gioco dei colori, sbirro, perché ormai l’unico colore che esiste in questo mondo andato a male è quello della carne morta>>
Phil iniziava a sentire il sangue salirgli al cervello e per evitare di dare nuovamente in escandescenza, si sforzò di ignorare le osservazioni di Ned e si avvicinò lentamente a Doug, ancora accovacciato a terra <<So che sei stanco, ma dobbiamo andare. Ti aiuto ad…>>
<<No… No… Non tocca…>> Replicò l’altro affannosamente.
<<Prova anche solo a sfiorarlo con un dito e ti spacco quella testa piena di merda, come fosse una pignatta>>
Lo psicotico si frappose facendo scricchiolare la mazza da baseball stretta tra le mani, ma Phil ne aveva abbastanza di quell’atteggiamento.
<<Ora mi hai davvero stufato, dannato idiota!>> Il poliziotto sfoderò la pistola, ma questa volta, Ned aveva in serbo una sorpresa molto più letale della sua amata Stephanie. Con un movimento rapido, fece ruotare il fucile che portava legato dietro la schiena e, in un istante, sia Phil che Ned si ritrovarono a dover fissare entrambi la canna dell’arma da fuoco dell’altro.
“Che palle!” Pensò Amy scuotendo la testa “Ci risiamo”
<<Ragazzi, per favore…>> Intervenne Wanda cercando inutilmente di farli ragionare.
<<Ah, stupido coglione! Cosa credi di fare?>> Proruppe Ned goliardico <<Se avessi visto più film di Sergio Leone sapresti la brutta fine che fa un uomo con la pistola quando incontra un uomo col fucile!>>
<<Falla finita di dire stupidaggini e getta quell’arma!>> Fu la risposta del poliziotto
<<Piuttosto mi sparo nelle palle>>
<<Ragazzi, vi prego, non fate così>> Si intromise Josh con fare esageratamente teatrale <<Sono lusingato, dico sul serio, ma non c’è bisogno che vi battiate per me. Mi duole comunicarvi che nessuno di voi due è il mio tipo, anche perché il mio cuore è già stato preso>> Concluse ammiccando con un malizioso occhiolino verso Amy che, di rimando, si limitò ad alzare gli occhi al cielo prima di voltarsi quasi nauseata, dirigendosi poi verso la porta di vetro del locale.
<<Voi continuate pure a bisticciare>> commentò Amy stizzita <<io entro>>
Con passo lento ma deciso, la ragazza passò tra Ned e Phil, incurante delle armi che stringevano minacciosamente in mano e degli sguardi attoniti di tutti. Arrivata davanti all’ingresso, lanciò un’occhiata dal vetro crepato della porta: all’interno tutto sembrava tranquillo, anche troppo. La sua mano si tese fino a poggiarsi sulla maniglia…
AAAAHHHHRRRR!!!
Una figura smunta, alta quasi due metri, si schiantò contro il lato opposto della porta. La maglietta dov’era riportato lo sgargiante logo Freekomix del locale, che spiccava proprio sotto ad una targhetta identificativa con su scritto “Frank”, era lorda di sangue rappreso. La creatura fissò Amy con occhi vitrei e sguardo famelico, agitando le mani contro il vetro, bramose di quel prelibato pasto dai capelli viola. Dall’altro lato, la ragazza rimase impassibile, immobile e per nulla impressionata dalla furia del non-morto a pochi centimetri di vetro di distanza.
<<Cosa vi avevo detto?!>> Commentò Phil cambiando bersaglio e puntando la pistola contro il deambulante.
<<Chiudi il becco, sbirro!>> La replica di Ned arrivò puntuale ed acida come al solito <<Ce n’è solo uno, possiamo sistemarlo facilmente>>
<<Ned ha ragione>> Commentò gelida Amy <<Se ce ne fossero stati altri, ora sarebbero tutti qui davanti>> disse poi senza mai distogliere lo sguardo dal putrido che continuava a smanacciargli tutto il suo furore.
<<Sì sì, sono d’accordo anch’io e poi, avete letto l’insegna? FREEKOMIX… questa è una fumetteria!!>> Aggiunse Wanda estatica <<Non possiamo perdere l’occasione di farci un giro>>
<<Cosa? Qui vendevano il fumo!?>> Chiese Ned perplesso <<Perché nessuno mi ha detto che esistevano negozi dove comprare droghe?>>
<<Ma no! Ma quale fumo!>> Proruppe Wanda <<Fumetti! Qui ci sono anime, manga, comics di tutti i generi e tanto altro ancora!!>>
<<Ah… Quindi, niente fumo?>> Commentò Ned sconsolato.
<<Ok, allora è deciso!>> Disse Josh evitando che quella discussione portasse via altro tempo, poi afferrò le pistole <<Io penso a Frank>>
<<Non provare neanche a pensarla una simile assurdità>> Il corpo del ragazzo si congelò sotto lo sguardo glaciale di Amy che, di scatto, si era voltata per fissarlo <<Niente armi da fuoco>> aggiunse indugiando anche sul poliziotto e sullo psicotico <<Niente motoseghe>> fu quindi il turno di Wanda <<Niente rumori inutili>> infine, posò un’ultima occhiata torva su ognuno di loro <<Ora chiudete tutti il becco e lasciate fare a me>>
La katana venne liberata dal fodero lasciando sul suo percorso solo un sibilo sinistro. Con un rapido gesto della mano, Amy aprì leggermente la porta, quindi fece un passo indietro, concedendo al non-morto la possibilità di uscire. Il mostro non si fece attendere. Si avventò furioso verso la ragazza, ansioso di poter mettere le mani su quella carne di cui aveva solo pregustato l’odore, ma Amy non rimase a guardare. Uno scatto verso destra ed il lento assalto venne scartato, quindi vibrò un rapido colpo di taglio mirato alla caviglia. Il deambulante perse quel poco equilibrio che ancora riusciva a mantenere e finì a terra.
Amy affondò la lama nel suo cranio, ponendo fine alla questione.
<<Andiamo>> Disse poi laconica, prima di entrare.
Doug fu il primo ad alzarsi per seguirla. A turno tutti gli altri fecero lo stesso.
Per quanto dalla vetrata del portone d’ingresso filtrasse una debole luce, il locale era piuttosto buio, anche perché suddiviso da molteplici scaffali su cui stazionavano impolverati pile di libri e fumetti di ogni genere. Nonostante la maggior parte della merce fosse dedicata ai comics, era possibile trovare anche ben altra mercanzia di carattere ludico, come t-shirt, scatole di giochi, action-figure e un’infinità di altri articoli.
<<Non per essere pessimista, ma io darei un’occhiata in giro>> Commentò Josh prima di scavalcare il cadavere del non-morto <<Giusto per verificare che non ci siano altri amici di Frank>>
<<Buona idea>> Osservò Phil, ancora armato di pistola <<Perlustrate tutto il locale con attenzione prima di…>>
<<AAAAAAHHHH!!!!>>
Distante dal resto del gruppo, I’urlo stridulo di Wanda causò un immediato silenzio, poi tutti iniziarono a correre in quella direzione. Amy fu la prima a trovarla dietro ad uno scaffale, seduta per terra, in lacrime e con una marea di libricini sparsi ovunque.
<<Ci sono tutti i numeri di Sailor Moon>> Disse Wanda commossa, mostrando la copertina di un manga che riportava il disegno di una ragazza con lunghissime codine bionde e due occhi blu, esageratamente sproporzionati rispetto al viso.
Quando arrivarono allarmati anche gli altri, Amy aveva già rinfoderato la katana e si era voltata per allontanarsi il più possibile, trattenendo quella furia omicida che avrebbe causato un bagno di sangue, solo grazie agli insegnamenti del sensei suo nonno.
<<La prossima volta che ti sentirò urlare senza vederti un putrido attaccato alle chiappe, giuro che ti farò saltare quella testaccia vuota>>
Ignara di quanto gli stesse capitando attorno, la cameriera si era completamente re-immersa nelle pagine del suo fumetto, sfogliandolo con uno sguardo sognante che di tanto in tanto sfociava in un commento sospirato <<Ah… Milord!>>
Consapevole che qualsiasi parola non sarebbe servita a nulla, Phil tornò semplicemente a perlustrare il locale, mentre Josh sorrise quasi divertito avvicinandosi al povero Doug ancora visibilmente scosso dal falso allarme.
<<Tranquillo amico, non c’è alcun pericolo, è solo quell’incosciente di Wanda che ha trovato un nuovo passatempo>>
Dubbioso e tremante, alla fine, anche Doug abbassò le armi e calmò il respiro.
<<Il luogo è sicuro>> Disse Phil dopo qualche istante <<riposeremo per un paio d’ore, ma quando il sole sarà alto, ci rimetteremo in marcia. Non sappiamo se quell’enorme mostro sia ancora sulle nostre tracce, quindi non possiamo rischiare di perdere troppo tempo>><<Agli ordini, sceriffo!>> Gridò Josh sarcastico, scimmiottando un grossolano saluto militare.
Il poliziotto gli concesse a malapena il tempo di un tetro sguardo obliquo, poco prima di voltarsi per andare a sorvegliare l’ingresso.
All’esterno, la zona sembrava sicura, almeno per il momento. Nonostante questo, Phil non sarebbe riuscito a riposare, al contrario dei suoi bizzarri compagni di viaggio che sembravano incoscientemente sereni.
Ned si era rannicchiato in un angolo tenendosi stretta la sua mazza da baseball come fosse un peluche.
Fingendo di riposare appoggiato ad uno scaffale, Josh stava lanciando occhiate furtive ad un’ignara Amy che, dopo aver lasciato il suo gattino libero di scorrazzare tra le Action-Figure di Dragonball esposte in vetrina, si era svestita della vecchia maglietta nera ormai ricoperta di chiazze sangue, rimpiazzandola con una mini t-shirt completamente scura trovata nel locale, su cui però spiccavano il disegno di una rosa rossa e la scritta bianca “Black Stones”.
Sul lato opposto della fumetteria, con molta probabilità Wanda stava navigando nel mondo della sua eroina vestita alla marinara ed avrebbe fino per addormentarsi su quei manga che ormai l’avevano completamente rapita.
L’unico che proprio non sembrava volerne sapere di riposare, era l’unico che ne avrebbe avuto davvero bisogno.
<<Ehi Doug, ti converrà farti qualche ora di sonno, perché quando ripartiremo ci sarà da camminare… e parecchio>> Disse Phil dopo essersi avvicinato.
L’altro non gli rispose. La sua attenzione era completamente rivolta verso le centinaia di piccoli tasselli che aveva appena sparso per terra dall’interno di una scatola con il logo “Star Wars”.
<<Sto parlando con te, Doug!>> Aggiunse il poliziotto, piuttosto seccato.
<<De… de… devo finire il pu… il pu… il puzzle>> Replicò l’uomo accovacciato a terra senza mai perdere di vista l’immagine che lentamente si andava componendo.
<<Non ti conviene insistere, sceriffo. Lascia perdere>> per quanto fastidiosa, l’osservazione di Josh riuscì ad evitare l’ennesima replica spazientita. <<Quando quell’uomo si mette in testa di dover fare qualcosa, bisogna solo lasciarlo stare>>
Phil emise un sospiro poi tornò a sorvegliare l’ingresso. Josh decise di fargli compagnia, almeno per un po’.
<<Cos’è, ti sei stancato di fare il guardone?>> Chiese con tono provocatorio il poliziotto.
<<Cosa?>> Rispose Josh decisamente colto di sorpresa <<Naaa, era solo un gioco>> Provò a sminuire <<La prima volta che ho incontrato Amy, mi sono quasi cagato sotto dalla paura, poi ho capito che in fondo quella ragazza è pazza di me, fidati>> Lo sguardo del poliziotto non sembrava affatto convinto <<Vedrai sceriffo, prima di finire in pasto a qualche putrido, io rimedierò un bacio da quella tipa>>
<<É molto più probabile che rimedi un bel calcio nei testicoli>> Osservò Phil vagamente divertito <<Ma questi sono solo affari tuoi e comunque, devi ancora dirmi come siete riusciti, tu e Doug, a trovarci alla pompa di benzina>> Chiese tornando a scrutare con sguardo attento gli imbocchi dei vicoli nelle vicinanze <<E soprattutto, devi spiegarmi cos’è successo di preciso all’accampamento e come ha fatto quel mostro a superare le difese che avevamo eretto>>
<<Bhé, in verità siete stati voi a trovarci lungo la strada>> Replicò il ragazzo pensieroso <<Noi abbiamo solo seguito la scia di putridi che Ned stava lasciando sull’asfalto>> Aggiunse con un sorrisetto irriverente che purtroppo non trovò alcuna complicità nel volto impassibile di Phil <<Comunque me la sono vista davvero brutta nel campo-base. Se non fosse stato per Doug, oggi non sarei qui a raccontartelo>>
Il poliziotto volse uno sguardo interrogativo all’interno del locale, dove quell’uomo così timoroso e taciturno aveva quasi composto un quarto dell’intero puzzle.
<<Non mi è mai piaciuto vedere un tipo così problematico andarsene in giro armato di pistole-mitragliatori>> Commentò con tono scuro <<Dobbiamo ammetterlo, Doug non è del tutto… “normale”>>
<<Ah!…>> Esplose Josh con una breve risata di gusto <<Normale, dici? Guardati attorno, sceriffo e dimmi quali di queste persone ti sembra “normale”. Lì abbiamo una ragazzina che non avrà neanche sedici anni ma che d’altro canto ha dimostrato una strana attitudine nell’affettare la gente con una spada samurai. Di là c’è una cameriera con i pattini a rotelle, le cui passioni sembrano essere leggere fumetti e sbrindellare carne morta con una motosega. Come gran finale, rannicchiato in quell’angolo, abbiamo uno psicopatico che di rotelle non ne ha proprio e che ama spaccare crani con una mazza da baseball a cui ha anche dato un nome>> un sorriso amaro comparve sul suo volto <<Da quando in questo pazzo mondo i morti se ne vanno a zonzo con un forte appetito, la definizione di “normale” ha assunto decisamente un altro significato>>
Quel ragazzino non era uno stupido e Phil, questo, non poteva negarlo. Sì, era anche uno spaccone presuntuoso senza sani principi morali che quando voleva, riusciva ad essere irritante almeno quanto Ned. I suoi tatuaggi parlavano di un passato tra le gang peggiori della città e non era da escludere che lo avesse persino sbattuto dentro qualche volta. Ma nonostante i suoi diciotto anni scarsi, Josh aveva dimostrato di avere la testa sulle spalle, sangue freddo e un’ottima perspicacia.
Lo sguardo del ragazzo tornò in fine su quell’uomo occhialuto dalla parlata tartagliante <<Fidati, sceriffo, tra tutti i problemi che abbiamo, Doug è l’ultimo di cui preoccuparsi… per ora>>

[…]

La sirena dell’allarme generale emetteva un suono talmente acuto da sovrastare le improvvise esplosioni che provenivano dal cortile esterno della Weapon Corporation.
<<Risalite le scale e raggiungete il tetto del palazzo!>> Gridò un agente tra un acuto e l’altro <<Lì troverete un elicottero che vi porterà in una zona sicura della città>>
Un boato tuonò molto più vicino rispetto ai precedenti ed il tremore sotto ai piedi di Walter lo costrinse ad appoggiarsi alla ringhiera della scala di emergenza per non perdere l’equilibrio. La radio sulla pettorina dell’agente, che stava parlando al gruppo di civili, sfrigolò poi si udì una preoccupata voce metallica.
<<Signore, abbiamo bisogno di rinforzi, uno sciame di infetti ha superato la recinsione esterna. Sono in troppi!>>
<<Mantenete la posizione, ripeto, mantenete la posizione!>> Si affrettò a rispondere l’uomo con voce ferma <<Stiamo arrivando!>> Poi tornò a parlare alla decina di persone che continuavano a fissarlo intimorite <<Ora andate e, mi raccomando, non usate gli ascensori!>> Gridò l’agente prima di avviarsi verso l’esterno, facendo un cenno al gruppo di uomini in tenuta antisommossa dietro di lui.
Walter non se lo fece ripetere: si voltò di scatto ed iniziò a salire. I piani che lo separavano dal tetto erano più di venti erano e per ogni piano c’erano due rampe da almeno trenta gradini ognuna che si incrociavano formando una spirale continua fino in cima. Anche se normalmente avrebbe avuto il fiatone al solo pensiero di dover fare tutti quegli scalini, la paura di essere la prossima vittima dell’orrore di cui era stato testimone quel giorno, fece scomparire ogni sensazione di fatica.
TV e web erano ormai saturi di video che riportavano le aggressioni degli zeta-uno e fra tutti, “Allerta Zombie” era stato sicuramente il più visto. Nonostante Walter fosse abituato a vedere simili scene di efferata violenza da uno schermo, quando quella mattina si era trovato davanti agli occhi un non-morto che squarciava il collo di una guardia con un morso, il sangue gli si era gelato in corpo, lasciandolo pietrificato. Mai come in quel momento aveva provato così tanta paura ed impotenza.
Nel procedere verso il tetto, il fragore delle esplosioni all’ingresso e l’incessante suono alternato della sirena, si mescolarono ai tonfi metallici prodotti dai passi frenetici del gruppo. Il tutto riecheggiava in una cacofonia sinistra.
Come spesso capitava quando si doveva camminare, Walter era l’ultimo della fila ma non per questo avrebbe mollato.
Giunto al settimo piano, il gruppo si fermò quasi stremato. Fred Polson, un pallone gonfiato in doppio petto dell’area marketing, si appoggiò al corrimano per riprendere fiato, poi sporgendosi, guardò in alto per scrutare il lontano traguardo che lo separava dalla salvezza.
<<Al diavolo quel babbeo in divisa>> Sbottò irritato <<Io non mi faccio diecimila scalini solo per rispettare le norme di sicurezza>> Quindi si voltò verso la porta che dava accesso al piano di “Ricerca e Sviluppo” <<Io prendo l’ascensore. Chi vuole assicurarsi un posto su quell’elicottero, mi segua>> Spinse la maniglia anti-panico e si avviò all’interno di un buio corridoio illuminato unicamente dalle luci di emergenza con buona metà del gruppo.
<<Fermati, Polson!>> Intervenne Walter ansimante <<Gli ascensori potrebbero non funzionare con l’allarme generale attivato>>
<<Non se conosci il codice per forzarne l’avvio>> Rispose l’altro con un sorriso compiaciuto, richiudendosi poi la porta alle spalle.
Walter non si fidava di Polson, quell’uomo era sempre stato un ignobile e meschino arrivista. Con molta probabilità, avrebbe venduto sua madre ad una banda di narcos colombiani, se questi gli avessero garantito un incremento dell’indice di produttività anche solo dello 0,5%. E a giudicare dalle persone che rimasero su quelle scale, Walter non doveva essere l’unico a pensarla così.
Nonostante questo, i successivi tre piani furono per lui un inferno.
Le persone più in forma non si fermarono mai, tanto da prendere almeno un paio di piani di distacco, mentre quelli meno allenati fecero solo alcune pause di tanto in tanto prima di riprendere la marcia. Seduto a terra e con la schiena poggiata al portone del decimo piano, Walter aveva il fiato corto e la camicia completamente impregnata di sudore. L’effetto energizzante della paura era finito.
Improvvisamente, un’esplosione di un’intensità mai sentita prima, fece tremare tutto l’edificio, tanto da spegnere completamente qualsiasi luce d’emergenza ed azzittire perfino l’allarme generale.
Nel buio più completo, Walter avvertì il freddo sentore della morte ed un terrore paralizzante. Una delle porte dei piani superiori si aprì d’improvviso con un tonfo sordo, facendogli sobbalzare il cuore. Alcuni versi sguaiati riecheggiarono nella tetra oscurità della tromba delle scale, seguiti da strazianti urla di dolore che risuonarono con un’eco agghiacciante.
Un istinto quasi primordiale si impadronì del corpo pietrificato di Walter quando, nel sentire quei rumori avvicinarsi, tastò il portellone alle sue spalle cercando di aprirlo. Ridiscendere le scale sarebbe stato un suicidio, continuare a salirle anche peggio, quindi l’unica opzione ancora disponibile, per quanto disperata, era quella di Polson.
Se non ricordava male, il decimo piano era dedicato al settore sistemistico ed informatico, composto da un ampio open-space per gli sviluppatori nella zona vicina alla vetrata Est e gli uffici dirigenziali nel reparto Ovest. Gli sarebbe bastato percorrere il corridoio che separava le due aree, quindi svoltare a sinistra per arrivare proprio di fronte all’ascensore.
“Facile” pensò facendosi coraggio. Doveva solo figurarsi mentalmente il percorso mentre procedeva. Quando trovò finalmente il maniglione anti-panico per aprire il portone, il buio più totale gli si parò davanti ed improvvisamente nulla sembrò più così facile.
Walter si mise in ginocchio ed iniziò ad avanzare lentamente mani-e-piedi come un cane sovrappeso, mantenendo la parete del corridoio come unico punto di riferimento. D’un tratto, in quel silenzio angosciante, risuonò il ticchettio di tasti premuti freneticamente su di una tastiera.
Il rumore veniva dalla zona dedicata agli sviluppatori e quando Walter gattonò fino ad arrivare al punto di accesso che si apriva sull’open-space, si sporse leggermente cercando di capire chi diavolo fosse quell’idiota che stesse perdendo tempo davanti ad un computer; poi si accorse che quell’idiota era Doug.
L’uomo sedeva ricurvo, fissando con sguardo ebete l’unico monitor ancora stranamente acceso tra le decine di postazioni inattive mentre continuava a digitare sulla tastiera senza mai sbattere le palpebre. Alle sue spalle, una manciata di uomini pesantemente armati, sorvegliava la sala assieme a Linda Gilmore che fissava lo schermo con una espressione compiaciuta disegnata sul volto.
<<Molto bene Doug, ora che abbiamo trasferito i codici delle “Ultra-Rosse”, puoi riavviare i sistemi>> Disse la donna con enorme soddisfazione.
Uno “STAK” sulla tastiera e le luci di emergenza ripresero a funzionare, contrariamente all’allarme che invece rimase silenzioso.
<<Perfetto, ora sai come procedere. Mi raccomando, completa il protocollo con codice 0104X98>> Con fare quasi amorevole, la mano leggiadra della donna si posò sulla spalla di Doug che, irrigidendosi in un istante, assunse un’evidente espressione disgustata.
<<Leviamo le tende>> L’ordine dell’amministratore venne subito tradotto dagli uomini armati di fucile d’assalto in una partenza immediata in direzione del corridoio. Walter non sapeva se fosse un bene essere scoperto oppure no ma, per non sbagliare, si rannicchiò in un angolo trattenendo quasi il respiro. Solo quando tutto il gruppo fu passato oltre per risalire le scale di emergenza, tirò finalmente un sospiro di sollievo.
<<Doug, cosa caspita ci fai ancora qui?!>> Disse sottovoce uscendo dal nascondiglio improvvisato <<l’edificio è stato invaso dai deambulanti, dobbiamo andarcene, subito!>>
<<No… No… Non posso, de… de… devo decriptare il sistema di sicurezza e… e… e… eseguire il codice 0104X98>>
Quella risposta lasciò Walter inizialmente allibito, poi il ricordo di ciò che aveva letto sul suo fascicolo, diede un minimo senso alle sue parole.
<<Ascolta Doug, conosco il tuo passato e posso solo immaginare quanto sia stato difficile, ma questo non è uno dei tuoi amati puzzle e quell’arpia di Linda Gilmore, non è di certo tua madre>>
L’uomo occhialuto smise di ticchettare sulla tastiera, rimanendo completamente immobile. In quel momento di silenzio riflessivo, Walter sperò di non essere stato troppo brusco. Poi Doug si voltò, prese uno zaino che teneva nascosto sotto alla scrivania e tirò fuori due uzi dall’interno. Walter rimase immobile, pietrificato… e se la fece sotto.
<<Co… co… conosco i pe… pe… pericoli che ci so… so… sono là fuori>> Le parole inceppate costrinsero Doug ad una pausa <<ec… ec… ec… ecco perché ho pre… pre… pre… preso questi nel re… re… re… reparto “Test e Upgrade”>>
Anche se era ancora di sasso, Walter lanciò una fugace occhiata all’interno dello zaino e vide ammassati parecchi caricatori, provviste e un paio di pistole. Quell’uomo non era affatto intenzionato a lasciare la sua postazione prima di aver concluso il proprio incarico.
<<Ehm… Doug, la tua dedizione per il lavoro è encomiabile, ma questo edificio sta per essere evacuato e l’ultimo elicottero partirà senza di noi se non ci sbrighiamo…>>
<<So… so… so… so anche questo, in… in… in… infatti ho scaricato un ma… ma… ma… manuale in PDF pe… pe… pe… per sapere come pi… pi… pi… pilotarlo>>
<<No, aspetta, l’elicottero non lo devi pilotare tu…>> Walter iniziava ad avere mal di testa <<Ascolta, Doug, devi credermi, Linda Gilmore ti ha ingannato, lei è una…>>
<<Signor Leeds…>> una voce femminile alle spalle di Walter congelò ogni segno di calore nel suo corpo <<mi auguro che ci siano solo parole di elogio per la mia persona>> La speranza che quella voce non appartenesse a Linda Gilmore andò in pezzi quando il tacchettio della sue scarpe avanzò lento ed incessante <<La prego di non disturbare il lavoro di Doug, quest’uomo ha un compito cruciale per il futuro della nostra azienda>>
<<Ma questa azienda sta per essere…>>
Dalla scorta che era alle spalle dell’amministratrice, il rumore di fucili d’assalto che venivano caricati fece intuire a Walter che forse non era il caso di concludere l’obiezione.
<<Molto bene signor Leeds, sono davvero lieta di saperla in buona salute. La scorterò personalmente sul tetto per assicurarmi che venga portato sano e salvo>>
Walter rimase per un istante dubbioso sul da farsi, poi si voltò verso Doug che però aveva già ripreso a pigiare sui tasti. Con rassegnazione decise di seguire le istruzioni impartitegli.
<<Buon lavoro Doug, ricordati di timbrare il cartellino quando avrai finito>> Concluse la donna sorridendo melliflua per poi voltarsi ed uscire dal reparto.
<<Dovremmo prendere l’ascensore, sulle scale d’emergenza è pieno di infetti>>
<<Vuole scherzare, signor Leeds?>> Commentò scostante la donna <<Abbiamo caricato gli ascensori con dell’esplosivo per farli schiantare a rotazione così da rallentare l’avanzata degli infetti. Non le hanno detto di non prendere l’ascensore?>> Nel sentire quelle parole, per la prima volta, Walter provò pena per il povero Polson. <<E poi secondo lei a cosa mi serve una scorta come questa?>> Concluse infastidita.
Gli agenti uscirono sulla tromba delle scale d’emergenza, scatenando una pioggia di piombo. I versi disumani dei deambulanti durano solo pochi istanti, poi tornò il solito silenzio inquietante.
<<Libero!>> Gridò una guardia dall’esterno.
<<Vede, signor Leeds, possiamo andare>> Commentò Linda sorridente.
I gradini si fecero sempre più difficili da risalire ad ogni piano ma, oltre alla fatica, il pensiero di Walter andò quasi sempre a quel poveretto che avevano lasciato seduto ad una scrivania.
<<Non ci sarà nessun elicottero per Doug, giusto?>>
<<Ovviamente>>
<<Ha intenzione di lasciarlo qui a morire?>>
<<La sua perspicacia mi sorprende>>
<<Ma lei è un mostro!>>
<<Qualcuno deve pur sacrificarsi per questo mondo sull’orlo del baratro>> Disse lei stringendosi nelle spalle <<Mi auguro solo che Doug finisca il suo lavoro, prima di “lasciarci”>>
Forse avrebbe dovuto dire qualcosa di più incisivo, probabilmente avrebbe potuto rimarcare il fatto che la decisione di lasciare quell’uomo ad un destino tragico e cruento, era una cosa del tutto immorale, ma tutte le parole che gli vennero in mente, avrebbero ricevuto con molta probabilità una delle solite distaccate risposte. Quindi Walter decise di risparmiare il fiato e continuare a camminare, richiudendosi nel silenzio della sua espressione crucciata.
<<Non faccia così, signor Leeds, molti scienziati stanno cercando una cura per questo morbo, ma la verità è che l’unica cura siamo “noi”>> Con un sorriso goliardico, Linda si fermò, concedendo una pausa a quell’uomo che la seguiva ansimante <<Per estirpare un male come questo, c’è bisogno di piombo, di tritolo, di napalm e non di una medicina. Se Doug farà il suo dovere fino in fondo, la Weapon Corporation potrà usufruire di tutte le informazioni necessarie per produrre nuove armi in un altro luogo più sicuro, più protetto e dare al mondo la possibilità di difendersi>>
“E a lei una grossa fetta dei guadagni” pensò Walter schifato.
<<In fondo, Doug è un eroe e dobbiamo elogiare il suo coraggio>> Concluse soddisfatta riprendendo la marcia.
Per un attimo, Walter pensò di mandarla al diavolo ma, nella sua precaria situazione, avrebbe solo rischiato di mettere a repentaglio la possibilità di vedere il tetto di quel palazzo infernale.
Le guardie mantennero un paio di metri di distacco rispetto ai due civili, assicurandosi che la porta d’accesso di ogni piano non nascondesse brutte sorprese.
Il capitano della scorta aveva appena aperto la porta che dava sul penultimo piano dirigenziale, quando uno sguardo di puro terrore si materializzò sul suo volto.
<<Via… via… via!!!>> Urlò ripetutamente richiudendo la porta e facendo cenno a tutto il gruppo di salire velocemente la scala. Un paio di agenti si piantò contro la porta, mentre gli altri membri della scorta si appostarono con le armi puntante, pronte a far fuoco a qualsiasi cosa uscisse da lì. Senza scomporsi più del dovuto, Linda Gilmore affrettò semplicemente il passo, procedendo oltre. Per quanto si sforzasse, Walter non riuscì neanche lontanamente a starle dietro. La voce del capitano che gli urlava contro di darsi una mossa, risuonava confusa e fastidiosa nel vorticorìo della sua testa. Le gambe avevano iniziato a tremare mentre la sua respirazione si era ridotta ad un rantolo sofferente: Walter era sfinito.
Quando superò anche lui la porta, una delle guardie lo spinse via facendolo cadere sui gradini superiori, poco prima che un enorme creatura, col  ventre putrido e prominente, abbattesse la resistenza dei tre uomini puntellati contro l’accesso. I fucili d’assalto spararono a ripetizione ma la creatura non era sola.
Walter si tappò le orecchie per attenuare il frastuono degli spari che si mescolavano alle urla di dolore delle guardie assalite e mutilate, poi si costrinse a farsi forza per raggiungere quella porta a soli venti gradini di distanza da lui.
<<Mi spiace davvero, signor Leeds>> Disse Linda arrivata già in cima e circondata dalla luce del giorno <<Lei è stato un prezioso collaboratore, ma la sua utilità si è conclusa. Addio>>
Quando la donna chiuse la porta davanti a sé, i colpi dei fucili erano cessati del tutto ed al loro posto si udiva soltanto l’inquietante biascicare dei non-morti.
Se avesse avuto ancora fiato in corpo, lo avrebbe usato per gridare un corposo “PUTTANA!”; ma di fiato, Walter, non ne aveva più e quando uno dei tanti putridi, che aveva dilaniato la scorta, lo afferrò per una caviglia, l’uomo ormai esausto, sperò solo che facessero in fretta.

Non sopportava i ritardi, non sopportava i contrattempi e soprattutto, Linda Gilmore, non sopportava l’incapacità delle persone. Gli avevano assicurato quattro giorni per organizzare l’evacuazione, ma neanche dopo il secondo, i  non-morti avevano invaso tutto il quartiere, facendo precipitare la situazione in poche ore. Per sua fortuna, le spedizioni dei cargo contenenti le armi della Weapon Corporation e diretti nelle aree sicure erano già arrivati a destinazione. L’ultima cosa importante, che ancora mancava da trasferire, erano i dati; ma a quello ci avrebbe pensato Doug o almeno così si augurava. L’unico vero dispiacere era stato quello di dover lasciare il suo prezioso David alla mercé di putrida carne morta che non l’avrebbe saputo apprezzare.
Mentre procedeva con passo celere verso l’unico elicottero rimasto sul punto di atterraggio, poco distante dalla gigantesca “W” scintillante alta quasi sei metri, si accorse di dover redarguire anche il suo pilota, perché nel velivolo non c’era nessuno.
<<Si può sapere dove diavolo…>>
Una mascella la sorprese alle spalle e le si chiuse attorno al collo. Il suo sangue schizzò come fosse all’interno di un palloncino appena esploso. La gonna damascata, in perfetto coordinato con le decolté scure di Valentino, si chiazzò di un rosso acceso. La capigliatura dorata, accuratamente raccolta in una treccia, venne strappata via come una vecchia parrucca dalle mani dal pilota infetto. Quando Linda Gilmore iniziò ad urlare, altre cinque creature si erano già unite al banchetto.

[…]

Bastò inserire un ultimo tassello ed anche il quadrante in alto a destra venne completato. Dei tremila pezzi, ne rimanevano da disporre solo centoquindici, tutti nell’area centrale. Doug non aveva la minima idea di cosa fosse quello strano pianeta scuro rappresentato sulla scatola, ma quell’immagine stava finalmente prendendo forma anche sul pavimento. Secondo una stima più che plausibile, avrebbe impiegato meno di quindici minuti a concludere il tutto e questo significava che poteva rimanere sveglio ancora per poco.
In quel silenzioso locale stracolmo di libricini e scatole dai colori vivaci, le uniche voci che ancora lo accompagnavano nella sua opera di creazione, erano quelle di Phil e di Josh, appostati a parlottare all’ingresso.
<<Così, mentre me ne stavo birra-in-mano a lavorarmi quella sventola di Jennifer, con cui ero ad un passo dall’arrivare al sodo, sento un boato terrificante venire dal cortile>> Disse il ragazzo mimando con le mani una grossa esplosione <<Al che, corro per vedere cosa cazzo mi abbia rovinato una piazza preparata con cura da due settimane e chi ti trovo là fuori?>>
Il silenzio del poliziotto lasciò intendere al narratore che ci sarebbe stata ben poca partecipazione.
<<Dicevo… vado fuori e trovo un enorme abominio di due metri e mezzo di carne putrefatta, enormi spuntoni su tutto il corpo, una bocca irta di zanne scheggiate talmente enorme da poter inghiottire un uomo intero>>
<<Risparmiami gli inutili ghirigori e vieni al dunque, ragazzino. Ho visto anch’io quel mostro>> Intervenne Phil che non sopportava affatto tutte quelle futili pantomime abituato alla sintesi dei rapporti di polizia.
<<E va bene!>> Commentò Josh sbuffando <<Scommetto che ai tuoi tempi eri l’anima delle feste, sceriffo. Non è vero?>> Il sarcasmo del ragazzo trovò come risposta un’altra espressione impassibile <<Dicevo…>> si affrettò a proseguire <<Dopo essere uscito, vedo questo mostro che fa per abbattere anche la seconda recinzione, fregandosene altamente delle pallottole che i ragazzi del turno di guardia gli stavano scaricando addosso. In pochi minuti, il nostro campo base si è ritrovato senza protezioni e con una marmaglia di non-morti ansiosi di fare bisboccia dei nostri compagni. A quel punto c’è stato il panico totale ma io non sono stato solo a guardare…>>
Anche se Josh la stava colorando con qualche esplosione di troppo e un paio di evoluzioni acrobatiche mai avvenute, Doug conosceva quella storia che, purtroppo, solo loro due potevano ancora raccontare. Quando la figura sul pavimento aveva ormai assunto la stessa immagine sulla scatola del puzzle, la narrazione del ragazzo era arrivata al punto in cui i due si erano fatti strada a fatica tra i deambulanti, schivando solo per poco l’enorme mostro. Poi venne la parte della fuga a piedi nel buio della statale Nord, dove avevano incrociato l’auto guidata da Ned proveniente dalla direzione opposta.
<<Quindi se non fosse stato per Doug, tu saresti morto al campo base e noi saremmo rimasti intrappolati in quel Coffe-Store>>
Disse Phil guardando il sole che ormai stava facendo capolino sopra ai tetti delle case disabitate.
<<Proprio così, sceriffo>> Replicò Josh divertito <<Quell’impacciato individuo balbuziente ha salvato le chiappe di tutti noi>>
Entrambi si girarono a guardare quell’uomo a cui, per lo strano corso degli eventi, dovevano tutti la vita. Lo trovarono rannicchiato vicino al puzzle ormai completo della Morte Nera mentre il suo corpo si agitava di tanto in tanto percorso da spasmi improvvisi.
<<Diamine, ha una crisi, dobbiamo…>>
<<Sta’ calmo, sceriffo>> Intervenne Josh, tranquillizzando il poliziotto con una mano sulla spalla <<Fa così tutte le notti. Non ho la minima idea di cosa gli prenda. Ho persino provato a chiedergli se si ricordasse dei propri sogni ma mi ha sempre farfugliato frasi evasive>> Poi un pensiero rabbuiò il volto del ragazzo <<Personalmente non ricordo mai i miei di sogni ma credo sia normale averne di brutti, soprattutto quando la realtà stessa in cui viviamo sembra veramente un maledetto incubo>>

[…]

<<Madlene!>> Grida improvvisamente una voce rauca al piano di sotto <<Madlene! Dove sei, schifosa puttana!>>
<<Stai tranquillo tesoro, va tutto bene>> Mi sussurra la mamma carezzandomi i capelli <<Ti ricordi quello che devi fare ora, vero?>>
Le faccio un silenzioso gesto con il capo cercando di mascherare tutta la mia agitazione ma il respiro affannato mi tradisce.
<<Non aver paura, piccolo mio>> Mi sorride, mi abbraccia, mi bacia sulla fronte, ma nei suoi occhi scuri, velati di lacrime, vedo riflessa la mia stessa preoccupazione, perché lei non ha mai saputo mentire <<E’ solo tornato prima del previsto. Vedrai che quando avrai finito il tuo puzzle, se ne sarà già andato e la mamma sarà tornata da te. Poi andremo a fare quella bella gita di cui ti avevo parlato, ricordi?>>
Rispondo con il mio solito “sì” senza voce.
<<MADLENE!!>> Un altro urlo mi gela il cuore. Poi il rumore di pesanti passi che salgono le scale mi rubano lo sguardo della mamma che si volta in direzione della porta della mia camera.
<<Ora vado tesoro. Ricordati del puzzle… finisci il puzzle>> Mi sorride con una vaga espressione amara, poi si alza in piedi ed esce frettolosamente. La guardo allontanarsi e vorrei dire qualcosa per non farla andare, ma non so cosa. Prendo fiato, ma lei si è già chiusa la porta alle spalle.
“Finisci il puzzle” ripeto nei miei pensieri “Prima finisci il puzzle e prima rivedrai la mamma”
<<Si può sapere dove cazzo eri finita!?>> Sento l’uomo gridare nuovamente con tono irritato.
<<Ero solo andata un attimo in bagno>> La voce della mamma gli risponde sommessa mentre la sento scendere le scale rapidamente <<Non ti aspettavo così presto, comunque la cena è in forno…>>
<<E cosa cazzo credevi, che me la sarei presa da solo?>> Chiede lui rabbioso <<Stasera devo partire per una consegna e sai bene che quando torno a casa prima di una spedizione, voglio trovare la cena in tavola! E guardami quando ti parlo, donna!>>
<<Lasciami stare, Bill, ti ho detto che la cena è nel forno, ora la vado a prendere>>
La voce della mamma si fa sempre più preoccupata.
Devo sbrigarmi a finire il puzzle, così lei tornerà qui… Devo sbrigarmi.
Guardo la figura sulla scatola: un cavallo che corre su di un prato, 200 pezzi.
Devo sbrigarmi.
<<Non provare ad andartene mentre ti sto parlando, donna!>> Le grida dell’uomo si fanno sempre più furiose <<Altrimenti dovrò ricordarti le buone maniere>>
Inizio a sentire il cuore martellarmi nel petto. Devo calmarmi, devo respirare profondamente e lentamente, proprio come mi ha insegnato la mamma. Mi decido a voltare la prima dozzina di tessere e cerco di visualizzarle nel disegno. Almeno per una buona metà le riconosco quindi le posiziono ipoteticamente sul pavimento. Un’altra dozzina e faccio i primi incastri.
Devo sbrigarmi.
<<Sei ubriaco, Bill, lasciami andare!>>
<<E’ ora che ti ricordi chi comanda in questa casa, brutta troia!>>
Sento la mamma agitarsi, la sento muoversi in cucina. Posiziono altri pezzi <<Dove credi di andare, schifosa puttana!>> Le urla si mescolano ad altri rumori confusi <<Adesso ti faccio sentire la cinghia, poi ti farò sentire qualcosa di molto più…>> per un attimo la voce si arresta <<ehi… cosa cazzo sono quelle?>>
<<Niente, lascia stare>> Si affretta a rispondere la mamma.
<<Togliti di mezzo>> Sento lo schiocco di uno schiaffo e un urlo di dolore <<cosa cazzo ci fanno queste valigie qui?>> Sento l’uomo armeggiare con qualcosa <<Questi sono i tuoi vestiti e questi quelli di tuo… Dove cazzo credevi di andare?>>
<<Da… Da nessuna parte, pensavo solo di organizzare una gita di qualche giorno fuori città>> La voce della mamma trema e si capisce che sta mentendo, perché non ha mai saputo mentire.
<<Maledetta puttana, volevi andartene!!>> Grida lui acido <<Schifosa, ingrata, lurida, sgualdrina! Ti ho raccattata assieme a quel ritardato di tuo figlio, dopo che avevi perso tutto, compreso quell’idiota di tuo marito che si è fatto pure ammazzare in una guerra inutile e alla fine è così che mi ripaghi?>>
<<Non parlare così di mio figlio, lui ha solo sei anni>>
<<Chiudi quella fogna, baldracca!>> L’insulto precede di poco un altro ceffone <<Adesso ti dico io cosa accadrà. Ora me ne vado di sopra, prendo quel demente del tuo figlioletto e lo porto con me sul camion per la prossima spedizione. Gli insegnerò io a parlare, ma a suon di cinghiate. Così vediamo se avrai ancora tanta voglia di andartene!>>
<<No aspetta, fermo!>>
<<Non starmi tra i piedi, puttana!>>
Sento quei pesanti passi risalire le scale. Sento la mamma piangere, la sento supplicare, li sento discutere animatamente tra di loro, finché lui non decide che ne ha abbastanza, urlando un <<Fanculo>> rabbioso. Qualcosa cade per le scale, poi un tonfo sordo, quindi il silenzio.
Riconosco i pesanti passi di Bill allontanarsi velocemente. Sento la porta d’ingresso che si apre per poi sbattere con vigore. Avverto il rombo profondo di un motore che fa vibrare perfino i vetri: lo riconosco, è il camion di Bill. Poi il rumore si affievolisce fino a scomparire.
Tutto torna quieto.
Il mio puzzle non è ancora finito, dannazione! Devo sbrigarmi, altrimenti la mamma non potrà tornare. Mancano almeno due terzi delle tessere ed io sono ancora troppo agitato. Tiro dentro l’aria, poi la butto fuori. Ci riprovo ancora un altro paio di volte e alla fine mi rimetto a lavoro.
Giro tutte le sezioni per memorizzarle mentalmente, strutturandole come fossero sull’immagine della scatola.
Ci sono!
Inizio finalmente a posizionare i tasselli mancanti con una discreta celerità.
“Ho quasi fatto, mamma”
Tentenno per qualche istante nel comporre il cielo, ma in meno di cinque minuti la mia opera è finalmente conclusa. Sorrido soddisfatto nel vedere la figura sulla scatola, replicata perfettamente in quella che ho composto sul pavimento. Come dopo ogni puzzle, seguo le precise istruzioni impartitemi, quindi aspetto che lei rientri.
Aspetto.
Fuori non ci sono altri rumori e la mia attesa supera i dieci minuti. Quando arrivo alla mezz’ora, una bruttissima sensazione mi assale. Per calmarmi, passo con lo sguardo sulla dozzina di puzzle che la mamma mi ha appeso alle pareti, ma questa volta nessuno di loro, compresi “lo sbarco sulla luna” o “la rossa Cadillac di James Dean”, riesce a darmi conforto. No, non voglio uscire, lui potrebbe essere ancora lì fuori.
Il mio respiro torna affannoso e prendo l’inalatore.
Aspetto altri dieci minuti, che poi diventano venti, poi trenta, poi ancora di più.
“Basta!”
Mi ordino di avere coraggio, ma quando provo ad alzarmi dal pavimento, le mie gambe tremano ed i polmoni si riempiono di paure.
Prendo ancora l’inalatore ed ispiro, due volte. M’incammino verso la porta e la apro molto lentamente, causando un lungo cigolio. Sbircio fuori, pronto a scattare sotto al letto al minimo sentore di pericolo. Non c’è nessuno.
Guardo lungo il corridoio: niente.
Procedo con cautela mentre il freddo del pavimento sotto i piedi nudi mi causa un brivido che per poco non mi fa starnutire. Per fortuna riesco a trattenerlo tappandomi le narici appena prima che possa tradirmi. Arrivo alla scala e butto una rapida occhiata di sotto dove la luce è accesa e l’odore del polpettone della mamma risale fino al piano di sopra. Faccio il primo gradino aggrappandomi alla ringhiera per fare meno rumore possibile.
Quando arrivo in fondo, lei è lì, sdraiata in una posa scomposta poco distante dalla cassapanca all’ingresso. Dallo spigolo del mobile, vedo gocciolare un viscido liquido rossastro.
“Starà dormendo” penso mentre mi avvicino “Sarà stanca dopo il litigio con Bill”
Quando le arrivo vicino al viso, vedo i suoi occhi sbarrati che mi fissano inespressivi mentre da un ampio squarcio vicino alla sua tempia sgorga un vistoso rivolo sangue. Ho un sussulto di terrore, ma non scappo. Quella è mia madre.
Poi mi accorgo che non fissa me, sta guardando il soffitto o qualcosa del genere. Muovo una mano davanti al suo volto, ma lei non batte neanche le palpebre. Le metto l’altra mano sul fianco e provo a scuoterla lentamente poi, sempre più forte, senza ottenere reazioni.
<<Ma… Ma… Ma… Mamma…>> Riesco a pronunciare a fatica, singhiozzando tra le lacrime <<Ma… Ma… Ma… Mamma!>> Continuo a dirle sommessamente, sperando che, nel risentire la mia voce dopo tre anni di silenzi, possa risvegliarsi. Ma non accade nulla.
Mi rannicchio al suo fianco ed aspetto che si svegli per portarmi a fare quella gita di cui parlava da mesi. Sì, aspetto che si svegli e poi partiremo. Aspetto che si svegli, ma io non dormo, chiudo solo un attimo gli occhi, ma non dormo. Aspetto qui vicino che lei si svegli.
Aspetto.

[…]

Quando Doug si svegliò di scatto, aveva il fiato corto, il sudore che gli colava dalla fronte ed il cuore che gli batteva come un martello pneumatico nel petto: tutto come al solito.
D’istinto, tastò il terreno attorno a sé. Dalle vetrate d’ingresso della fumetteria Freekomix, nonostante la luce del giorno entrasse copiosa, Doug non avrebbe visto ad un palmo dal suo naso senza i suoi occhiali. Una volta trovati, passò a setacciare la sua borsa, tirando fuori una pillola di Prozac ed il suo inalatore. Quando finalmente il respiro tornò sopportabile, si guardò attorno. Dormivano tutti o quasi.
Phil era l’unico rimasto vigile vicino alla porta di vetro con lo sguardo che sembrava scandagliare come un radar ogni movimento all’esterno. Gli altri, invece, erano assorti in un sonno profondo.
Doug avrebbe dato qualsiasi cosa per poter dormire così beatamente anche lui, ma da quando aveva sei anni, da quando nella sua mente non veniva dimenticato neanche il più insignificante dei particolari, ogni volta che si addormentava, tornava a perseguitarlo sempre lo stesso maledetto ricordo… sempre la stessa maledetta sera.
Sempre.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...