Episodio 5 – Colpo grosso

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Molto tempo prima che tutto questo accadesse…

Il lento scorrere dell’acqua che dal bollitore si riversava nella piccola tazza circolare finemente lavorata, era l’unico rumore che disturbava l’assoluta quiete meditativa in cui tutta la stanza era immersa. Il caldo bagliore opalescente proveniente dalle porte scorrevoli in carta di riso, si sposava egregiamente con il morbido colore giallastro dei filamenti di paglia di riso con cui erano composti gli otto tatami disposti sul pavimento. Bollitore e braciere, entrambi in ferro nero, si intonavano alla perfezione con il  rivestimento scuro  delle tazze circolari, dai cui bordi esterni spiccavano finissime decorazioni rosate che richiamavano il paesaggio primaverile della fioritura dei ciliegi, rappresentata in grande stile dai disegni sulle pareti della stanza. Unica eccezione all’assenza totale di mobilio, era quel semplice piedistallo in legno, su cui era poggiato un vaso in porcellana e dal quale spiccava un candido giglio col pistillo dorato, proprio al di sotto di una consunta pergamena appesa, raffigurante antichi ideogrammi orientali. Entrambi gli ornamenti erano posti di fianco all’ospite del venerabile maestro del tè, il quale, benché mostrasse i segni di un’età avanzata e quell’infido male che lo stava inesorabilmente debilitando, riusciva ancora a sorreggere la pesante teiera con la sola mano destra senza mostrare il minimo tremore, mentre con l’altra scostava la manica del kimono per evitare di bagnarla.
Non appena l’uomo finì di versare l’infuso, un forte odore di matcha invase l’aria. Subito dopo, il maestro si prodigò nel consueto inchino, per poi poggiare la piccola tazza di fronte alla propria ospite, rimasta perfettamente immobile, inginocchiata nella sua nicchia in quieta attesa. Nonostante gli estremi sforzi nel mantenere la concentrazione, alla vista di quella ciotola fumante, la ragazza non riuscì a trattenere un sospiro.
<<Uff… che palle…>>
Si lasciò sfuggire Amy, strabuzzando gli occhi per aver espresso quel pensiero ad alta voce. L’uomo la squadrò con un’occhiata gelida, non proferì parola, ma il suo sguardo inflessibile fu l’equivalente di una frustata alla schiena.
La ragazza si irrigidì e lasciò cadere il capo come cenno di scusa. Si chinò poi verso la tazza, la ruotò per due volte di quarantacinque gradi, in modo che la raffigurazione rosata sul bordo esterno fosse rivolta verso il maestro, quindi sorseggiò lentamente.
Il sapore amaro e bollente del tè verde gli corse lungo l’esofago ustionando qualsiasi cosa trovasse sul suo percorso fino allo stomaco, ma Amy trattenne con incredibile stoicismo ogni cenno di disgusto. Il maestro attese che la sua ospite poggiasse la propria tazza di fronte a sé, ringraziando col dovuto garbo, poi a sua volta ripeté con meticolosa precisione gli stessi movimenti da lei fatti, mostrando la medesima espressione impassibile nel degustare l’aspra bevanda.
<<Dunque, non c’è nulla che vuoi dirmi, mia cara?>> Chiese l’uomo anziano asciugandosi le labbra con un lembo di seta scura accuratamente ripiegato vicino alla teiera.
Amy scrutò per un istante l’espressione apparentemente distaccata del vecchio che aveva davanti e tra le infinite linee severe delle sue rughe secolari, capì di essere giunta al momento tanto temuto. Aveva sperato di poter arrivare indenne fino al termine della cerimonia del tè, ma evidentemente la delicatezza della questione richiedeva una certa urgenza.
<<No, sensei>> si limitò a rispondere ringraziando con un cenno del capo, senza mostrare alcuna emozione. L’uomo davanti a lei rimase in silenzio per qualche istante.
<<Ormai dovresti sapere che al di fuori del dojo non occorre rivolgersi a me come sensei>> disse lui mostrando un velo di dissenso <<questa è la sala del tè, e qui puoi chiamarmi semplicemente nonno>>
Amy si concesse un altro istante per guardare quella figura apparentemente minuta ed ingobbita, ma che in realtà emanava fierezza ed impeccabilità da ogni lembo del suo kimono perfettamente indossato. Sempre posato ed equilibrato, non diceva mai una parola fuori luogo e non faceva un gesto che fosse inopportuno. Queste erano tutte cafatteristiche che, per quanto si sforzasse di sentire familiari, non le appartenevano affatto. In quella stanza in cui ogni elemento sembrava in completa armonia, Amy era l’unica nota stonata. Gonna e T-Shirt erano della stessa tonalità scura delle calze lacerate, anche se a spiccare più di tutti erano i capelli viola raccolti in due codine irriverenti.
Quell’uomo l’aveva allevata e cresciuta come una figlia, l’aveva anche istruita per anni nell’antica arte del bushido, addestrandola a maneggiare la katana come fosse un vero guerriero samurai. Aveva perfino deciso di controvertere alle antiche leggi della sua stessa patria che vietavano l’insegnamento di quell’arte ad una donna. Ma, per quanti sforzi avesse fatto, quell’uomo non sarebbe mai stato suo nonno.
<<Perdonatemi, nonno>> Disse Amy rimarcando forzatamente quell’ultimo appellativo.
<<Tornando a noi, sei proprio certa che non ci sia nulla di cui vorresti parlarmi?>> Replicò l’uomo riempiendosi nuovamente la tazza con estrema lentezza.
<<No>> disse Amy tradendo un velo di impazienza nella risposta <<nulla di particolare>>
Lui sapeva, Amy ne era certa. Come fosse venuto a conoscenza dei fatti, questo per lei era ancora un mistero, ma in tutti quegli anni aveva imparato ad interpretare ogni impalpabile emozione del suo sensei tramite le flebili variazioni del tono della sua voce.
Lui sapeva tutto, ma lei non gli avrebbe detto nulla.
<<Mi hanno informato che nella tua scuola sono avvenuti degli strani “incidenti” qualche giorno addietro>> l’uomo fece un sorso <<credevo me ne volessi parlare>>
Amy attese un istante prima di rispondere, poi si accorse che quell’istante l’aveva tradita.
<<Non so di cosa…>> provò a replicare, ma ormai era troppo tardi.
<<Silenzio!>> comandò lui con voce ferma mentre il tè oscillava pericolosamente all’interno della tazza <<non ti ho insegnato la “via della spada” perché tu la oltraggiassi con simili viltà!>>
“Vero, mi hai insegnato il bushido perché era l’unica cosa che potevi fare dopo aver perso tuo figlio e sua moglie in un tragico incidente, lasciandoti da solo in un paese straniero a crescere la loro unica figlia adottiva di appena cinque anni che per di più non hai mai accettato”.
Ma quel pensiero Amy se lo tenne stretto tra le labbra, così come aveva fatto per tutti i suoi sedici anni di vita. Quella era la triste verità che entrambi sapevano, ma lui non lo avrebbe mai ammesso e lei non avrebbe mai rischiato di rinfacciarglielo: per una simile insolenza, avrebbe dovuto scontare come minimo una punizione di almeno cinquantina di flessioni appesa a testa in giù con un secchio d’acqua tra le mani.
<<Mi hanno minacciata…>> provò a spiegare Amy mantenendo tutta la sua compostezza. Ormai era stata scoperta.
<<E con ciò?>> intervenne lui con tono severo <<Alle orecchie dei saggi, le  parole degli stolti sono come foglie secche spazzate via dal vento>>
<<Hanno aggredito un ragazzino che era…>> cercò nuovamente di argomentare la ragazza un po’ spazientita.
<<E tu sei giunta in sua difesa, immagino>> disse lui con un cenno provocatorio, interrompendola nuovamente.
Amy si morse un labbro trattenendo a fatica quel commento che avrebbe tanto voluto gridare, ma che al contempo avrebbe anche scatenato le furie del suo sensei.
<<Ho fatto quello che andava fatto>> si limitò a dire dopo un profondo respiro, in cerca di quella pace interiore propria dei noiosissimi insegnamenti zen a cui era stata costretta per oltre dieci anni.
L’uomo fece un lungo sorso dalla tazza lasciando solo un minimo residuo di tè all’interno, poi la poggiò delicatamente sul vassoio vicino alla teiera, quindi tornò a fissare sua nipote.
<<La tua età è ancora troppo giovane per concederti la saggezza con cui distinguere cosa sia opportuno “fare” e cosa sia doveroso “non fare”>> poi fu l’uomo a sospirare, ma il suo era un evidente gesto sconsolato <<ed ora, per la tua presunzione di conoscenza, un ragazzo è morto>>

…oggi…

“SBAAM!”
<<Sei impazzito, Phil?!>> gridò una starnazzante voce di donna.
Quando riaprì gli occhi di scatto, Amy non riuscì a trattenere un sospiro infastidito nel vedere la ridicola pantomima che gli si stava palesando davanti. Ned era in piedi vicino all’auto decappottabile, con i fari accesi a fungere come unica fonte di luce in quella notte tetra. La sua mano destra era impegnata a tenere premuta la manichetta della pompa di benzina infilata nel bocchettone di rifornimento, mentre Phil, ad una manciata di metri di distanza, lo fissava con un ruvido sguardo truce e la pistola fumante puntata verso l’alto. A disturbare Amy dal quieto stato di meditazione in cui finalmente era riuscita ad immergersi, non era stato il colpo esploso dal poliziotto, bensì la voce lagnosa di Wanda, che assisteva alla scena con espressione attonita, poco distante dai due uomini.
<<Ma bravo, sbirro!>> il tono indisponente nelle parole di Ned non lasciava presagire mai nulla di buono <<Non ti hanno insegnato che è pericoloso sparare vicino alle pompe di benzina?! Vuoi farci saltare tutti in aria, dannato idiota?!?!>>
<<Quello era un avvertimento, il prossimo ti arriverà in mezzo agli occhi>> Disse Phil puntando la sua arma contro lo psicotico, segnando la fine di quel breve periodo di tranquillità.
<<Ora smettetela!>> provò ad intromettersi Wanda con più vigore, frapponendosi tra i due uomini <<Amy ti prego, dammi una mano>> concluse cercando disperatamente di scuotere dall’indifferenza  la propria amica ancora  seduta per terra. Per nulla intenzionata ad intervenire, Amy era rimasta con la schiena poggiata alla parete di un piccolo Coffee-Store, costituito da un arrugginito prefabbricato fatiscente, mentre il suo gattino gli sbuffava acciambellato tra le gambe incrociate.
<<Ti conviene prendere bene la mira, sbirro>> proseguì Ned acido, ignorando completamente le parole della bionda pattinatrice <<perché, se sbagli anche il prossimo>> aggiunse afferrando la mazza da baseball che teneva dietro la schiena <<la mia “Stephanie” sparerà le tue palle in orbita>>
<<Smettila di fare l’imbecille e dammi le chiavi dell’auto>> fu l’unica replica di Phil
<<COLCAZZO!!>> Urlò l’altro schiumando rabbia <<Sei ubriaco fradicio, sbirro! Cosa credi, che non abbia visto dallo specchietto retrovisore quella bottiglia di whiskey che ti sei scolato mentre io guidavo?>>
<<E tu quello lo chiami guidare!?>>
La voce di Phil era ferma e decisa, cosa che non si poteva dire della sua presa sulla pistola <<Hai rischiato un’infinità di volte di farci ammazzare con le tue stupide spacconate>>
<<Stronzate! Ho solo messo al tappeto un po’ di carne morta>>
<<Avanti ragazzi calmatevi, per favore, cerchiamo di ragionare>> Wanda non sapeva più cosa dire per placare gli animi.
<<Parli come un ragazzino incapace di capire la gravità delle proprie azioni avventate>> il commento di Phil arrivò come una stilettata alle orecchie di Ned.
<<Questo “ragazzino avventato” ti ha scarrozzato a spalla in lungo e in largo nelle ultime ventiquattro ore, salvandoti le chiappe mentre eri ridotto a poco più di un vegetale>> il rossore sul volto di Ned iniziò ad assumere una tonalità preoccupate, come se quella faccia barbuta rischiasse di esplodere da un momento all’altro <<Se non fosse stato per me, a quest’ora una marmaglia di putridi starebbe banchettando con le tue budella e usando le tue palle come olive da cocktail. Per non parlare del fatto che quest’auto e quelle due taniche lì per terra, sono piene solo grazie ai miei trucchi su come fottere benzina dai distributori>>
<<Dammi le chiavi, Ned>> ripeté il poliziotto laconico, iniziando a far trapelare una vena di nervosismo dalla voce.
<<Fottiti!>>
<<Ragazzi, siamo in mezzo al nulla, di notte>> Wanda si guardò attorno preoccupata <<e ci siamo lasciati alle spalle anche un bel po’ di quei mostri che però potrebbero arrivare da un momento all’altro>>
<<Non sto scherzando… Dammi le chiavi>>
<<Preferirei rischiare la vita facendo guidare una di queste due squinzie, piuttosto che vederti al volante>> Ned rabbrividì al pensiero che una donna conducesse un’auto con lui dentro.
<<Per favore, cercate di ragionare>> aggiunse Wanda con parole nuovamente inascoltate.
<<Ora basta, Ned!>> la sicura sulla pistola di Phil venne tolta da un rapido movimento del suo pollice <<dammi quelle chiavi, non lo ripeterò ancora>>
<<Vuoi queste chiavi, sbirro?>> un inquietante sorriso malefico apparve sul volto di Ned <<Allora vieni a prenderle!>> disse infine, serrando la presa con entrambe le mani sull’impugnatura della mazza, per poi scimmiottare i movimenti di un battitore di baseball.
Quel momento di idiozia assoluta che nessuna parola avrebbe mai potuto arrestare, era infine arrivato. Sarebbe stato più facile ragionare con un’orda di non-morti, piuttosto che con due uomini intrisi di così tanto orgoglio e testosterone da non far capir loro neanche di essere totalmente incapaci di guidare una qualsiasi vettura motorizzata, senza mettere a rischio la propria vita e quella dei loro passeggeri.
Infatti, nonostante cercasse di mantenere la voce ferma ed il suo rigido atteggiamento autoritario, Phil era palesemente ubriaco: la sua pistola ondeggiava pericolosamente, mentre le palpebre degli occhi battevano con una frequenza decisamente eccessiva per uno che avrebbe dovuto mantenere un freddo contatto visivo con il proprio bersaglio. Inoltre, tutto il sangue che aveva perso dalla ferita al braccio, lo aveva lasciato visibilmente debilitato.
Per quanto riguardava Ned, c’erano fin troppe motivazioni per non mettergli un volante in mano, prima fra tutte la sua follia sconsiderata.
Il sensei, suo nonno, diceva sempre che per legare una vera amicizia, bisognava prima cimentarsi in un onorevole combattimento. Forse era arrivato anche per Phil e Ned il momento di risolvere le loro divergenze con una bella scazzottata o forse, com’era più probabile, si sarebbero semplicemente ammazzati a vicenda. In ogni caso Amy, contrariamente all’inutile ostinazione di Wanda, non aveva alcuna intenzione di ficcare il naso in quegli stupidi battibecchi da scolaretti, sperando unicamente che trovassero termine una volta per tutte. Già in passato aveva dovuto avere a che fare con simili atteggiamenti infantili e, quando si era intromessa, non era andata affatto bene, soprattutto per gli altri.

[…]

Lo school-bus tentennò per un istante prima di fermarsi di fronte al grande edificio in mattoni marroni, sul cui ingresso principale, una fila di bianche colonne in stile greco sorreggevano un imponente architrave in pietra. Lì, una targa metallica riportava a caratteri cubitali la scritta “COMMUNITY COLLEGE”. Come ogni giorno negli ultimi tre mesi, Amy fissò sconsolata quella scritta e, come ogni giorno, fece un profondo respiro prima di togliere mentalmente un altro numero dal suo contatore: “meno duecentosessanta”.
Gli studenti sul pullman impiegarono quasi dieci minuti a scendere dal veicolo, ma Amy attese con la dovuta pazienza che fossero tutti fuori prima di decidere di alzarsi dal sedile. Trovarsi in mezzo a quella bolgia di spintonate goliardiche, grida scherzose e versi disumani, sarebbe stata una prova decisamente eccessiva per la sua sopportazione ormai ridotta allo stremo.
Presa la lunga custodia del suo clarinetto, si incamminò solitaria verso l’uscita. Non aveva alcuna passione per quello strumento, né per la musica classica in generale, ma almeno durante le prove dell’orchestra, riusciva ad evitare il noioso blatericcio che risuonava nelle normali lezioni scolastiche.
Una volta fuori, un oceano di adolescenti stagnava rumoroso sul cortile antistante l’istituito, mentre un fulgido sole splendente illuminava una calda giornata di primavera. In questo luogo di vibrante sapere e conoscenza, giovani menti desiderose di sapere, sarebbero state istruite in modo da poter affrontare le difficoltà della vita con la dovuta preparazione, per traghettare tutto il paese verso un radioso futuro. Queste smielate parole di incoraggiamento andavano bene solo per il discorso del rettore che si teneva ogni anno per i neo-iscritti: la verità dei fatti era ben diversa.
Come ogni agglomerato di “pseudo-civiltà”, anche il College aveva le sue regole non scritte e le sue caste.
I meno fortunati erano i “nerd”. Intellettualoidi capaci solo di focalizzare le proprie attenzioni sullo studio o su attività che li portassero al di fuori della realtà attuale. Stazionavano isolati dal grosso della massa, seduti sulle panchine vicino ai cassonetti, con gli occhi fissi sugli smartphone ed i pollici che si agitavano sui display come piccoli tentacoli impazziti. La loro vita sociale era confinata nei caratteri dei loro messaggi, aspirando unicamente ad oltrepassare i cinque anni di studi nel modo più indolore possibile.
Al secondo gradino c’erano gli “aspiranti”, ovvero un immenso agglomerato di ragazzini insoddisfatti del proprio status sociale, a cui era consentito ammirare chi era in vetta. Ansiosi di risultare degni di poter salire di grado, questi individui non conoscevano limiti di emulazione o di deficienza umana per dare prova della loro idoneità, senza sapere però che chi era al potere, non amava affatto condividerlo.
Ed infatti, in cima alla piramide c’erano loro: “gli eletti”. Per la maggior parte costituita da atleti, questa manica di adolescenti palestrati, limitava la sua esistenza al solo utilizzo della propria massa muscolare per cercare una pseudo-vittoria in una qualche competizione di dubbio gusto, contro avversari ugualmente cerebrolesi di altre scuole.
A fiancheggiare questo simbolo del minimalismo umano, c’era una “specie” che si distaccava da ogni altra casta: “le cheerleader”. Venerate come dee dell’antica Grecia, queste ragazzine dai lunghi capelli rigorosamente racchiusi in una coda di cavallo oscillante, vagavano per i corridoi nei loro leggiadri abitini svolazzanti, con l’espressione distaccata di chi si erge al di sopra della plebaglia. Queste oche sghignazzanti erano per lo più accoppiate con gli atleti al solo scopo di aumentare l’indice di gradimento della propria immagine, anche perché sarebbe stato impensabile trovare la benché minima traccia di sentimento umano in entrambi gli elementi della coppia.
Infine, al di fuori di ogni casta, c’erano gli “isolati”, ovvero coloro che non avevano alcuna intenzione di aggregarsi ad una di queste ridicole congregazioni e per questo motivo, diventavano facili bersagli di insulti e vessazioni da chi era in cima. Amy era uno di quei bersagli.
<<Ehi, streghetta!>> gridò un irriverente ragazzotto grassoccio conosciuto come “il Gordo”, che nel gruppo dei giocatori di football era stato ammesso solo come divertente intrattenitore e mascotte della squadra <<Dovresti aggiornarti, Twilight è passato di moda ormai da qualche anno>>
Le risate sguaiate dei compagni tuonarono come botti di capodanno, accompagnate da pacche compiacenti e spintonate goliardiche. A far loro eco, seguirono le battutine di scherno delle ragazze poggiate come esili soprammobili sui propri partner traboccanti steroidi.
Amy concesse loro a malapena un sospiro, poi s’incamminò verso l’ingresso. A dirla tutta non aveva mai fatto molto per farsi piacere. Anche se di aspetto gradevole, essere abbigliata con T-Shirt e gonna nera, indossando anfibi con la punta metallizzata e delle lugubri calze a rete lacerate, poteva suscitare qualche macabra fantasia tra gli adolescenti, certo però non era il miglior modo per farsi delle amicizie; soprattutto quando aggiungevi a quell’immagine il volto pallido di una ragazzina dai capelli viola ed uno sguardo glaciale.
<<Ehi, Mortisia!>> urlò un’altra voce sempre lì nei pressi del manipolo di idioti <<Scommetto che ci tieni una falce in quella custodia!>>
Le ennesime grida di giubilo si espansero per tutto il cortile come il latrato di cani impazziti. Lo spettacolo ormai aveva attirato l’attenzione di molti ma, per quanta soddisfazione potessero ricevere da quel ridicolo teatrino, Amy non degnò loro neanche un’occhiata fugace, tanto che il suo fare distaccato alla fine riuscì ad irritare qualcuno di molto “in alto”.
<<Chi è quella sciacquetta con la puzza sotto al naso?>> chiese la voce infastidita di una ragazza con cui Amy sperava di non aver mai niente a che fare.
<<Ma chi, la vampiretta?>> rispose un’altra ragazzina dal tono starnazzante <<É una nuova. Mi sembra che si sia trasferita da poco con suo nonno dal Giappone>>
<<Ho sentito dire che i suoi genitori sono morti ammazzati e che sia stata proprio lei ad ucciderli. Lo ha fatto tramite un rito satanico, per ottenere l’eredità>> aggiunse un’altra cheerleader tutta euforica per il proprio ridicolo scoop.
<<A me invece hanno detto che la notte va in giro nuda in cerca di uomini con cui fare sesso, prima di scuoiarli vivi>>
Le notizie che Amy fu costretta ad ignorare variavano dall’orrido all’assurdo, ma tutte avevano in comune la macabra componente che la ritraevano come una sadica  assassina.
<<Non m’importa cosa abbia fatto o quante persone abbia ucciso, non  sopporto che una scellerata da quattro soldi vada in giro conciata in quel modo nella nostra scuola>> Nonostante procedesse imperterrita ed indifferente, Amy avvertì su di sé il peso di due occhi furenti che la seguirono fino all’ingresso.
Capo cheerleader e reginetta del ballo degli ultimi due anni, Catherine Lorn era lo sfavillante stereotipo della figura femminile che la maggior parte delle donne avrebbe voluto essere. Giovane, carina e dai modi apparentemente affabili, era ovviamente fidanzata con Tony Adams, capitano della squadra di football, formando con lui quello che tutti avrebbero definito la coppia perfetta. Sin dalla prima riunione scolastica da loro presenziata, Amy li aveva subito inquadrati come due individui da evitare come la peste. Già in quell’occasione, non c’era voluto molto per capire che Catherine comandava il suo ragazzo come una marionetta, quasi fosse un automa incapace di intendere e di volere tra le sue mani. Inoltre, ciò che dava potere più di ogni altra cosa a quella ragazza tutta moine e risatine, era la facoltà di decidere non solo chi fosse degno di salire nella casta degli “eletti”, ma soprattutto chi potesse entrare a far parte delle tanto idolatrate cheerleader.
Tutto questo per Amy contava assai poco, l’unica cosa importante era scontare la pena degli oltre duecento giorni rimasti ed uscire da quella prigione che tutti chiamavano “istruzione scolastica”.
Dopo le sei noiosissime ore di lezione, finalmente la giornata stava per volgere al termine. Tra il vociare confusionario e le urla di entusiasmo, l’unico suono gradito fu il tintinnio squillante della campanella d’uscita. Solo quando l’atrio si svuotò dalle centinaia di adolescenti che, correndo come tori imbufaliti, sembravano non veder l’ora di tornarsene a casa, Amy si incamminò verso l’uscita
<<AMY!! Aspetta!!>> La voce ansimante di un ragazzino, la sorprese alle spalle.
<<Oh no…>> commentò lei sommessamente, riconoscendo quello stonato accento francese.
<<Ohi…>> disse il ragazzo cercando di riprendere fiato dopo averla raggiunta di corsa <<ma non mi hai sentito?>>
<<Cosa vuoi ancora, Matisse?>> Chiese con tono esasperato.
<<So che non hai un cellulare, perché mi hai detto che tuo nonno pensa sia uno strumento inutile, però volevo farti vedere questo video. E’ pazzesco! Guarda…>> replicò il ragazzino mettendo il suo I-Phone in orizzontale dopo aver toccato il piccolo tasto “play” che compariva al centro dello schermo. Le immagini sfocate che ne vennero fuori ritraevano un tizio investito da un’auto che in pochi istanti sembrava rialzarsi di scatto ed aggredire con un morso al collo il guidatore accorso in suo aiuto. La scena era decisamente pacchiana e con molta probabilità era stata realizzata da dei dilettanti alle prime armi che, per non far capire i banali trucchi utilizzati, avevano opacizzato le immagini rendendo il tutto ancora più inquietante.
<<Devi smetterla di credere a tutte queste buffonate>> commentò Amy con disprezzo <<ma soprattutto devi smetterla di perseguitarmi all’uscita della scuola, altrimenti rischierai di farmi perdere l’autobus, ancora una volta>>
<<Ma quali buffonate?>> Aggiunse Matisse scuro in volto <<“Allerta Zombie” ha avuto più di quattro miliardi di visualizzazioni! E’ il video più visto della storia, non può essere una boiata!>>
Matisse era un ingenuo, ma in fin dei conti, era un ingenuo in buona fede. I due si erano incontrati quando ad Amy era stato imposto di fare da tutor ad una matricola del primo anno come guida per l’istituto. Mentre gli altri suoi “colleghi” tessevano le lodi del College con aneddoti interessanti, impreziositi da citazioni di personaggi altolocati che vi avevano studiato, lei si era limitata ad indicare le sale principali e a dare una mappa del campus alla fine del giro. In dieci minuti aveva sbrigato un lavoro di ore.
Eppure, quel piccolo ragazzo mingherlino che le era stato affibbiato, non solo l’aveva ascoltata avidamente, ma non gli aveva mai tolto gli occhi di dosso, come se in quello sguardo scostante e nella parlata svogliata, lui avesse visto un’apparizione divina. Da quel giorno, Amy si era ritrovata sempre più spesso a dover improvvisare una scusa per liberarsi dalla sua insistente presenza petulante.
<<Quindi, cosa dovremmo fare?>> chiese lei inarcando un sopracciglio <<Andare a caccia di non-morti?>>
<<Ehm…>> la domanda colse Matisse decisamente impreparato. Dall’espressione sul suo volto era evidente che  l’obiettivo fosse creare unicamente scalpore, non ottenere controproposte <<forse… forse dovremmo avvertire le autorità!>> azzardò lui sperando di aver fatto un’osservazione arguta.
<<Sono certa che tra i quattro miliardi di idioti che hanno visto quel video, tu sia stato l’unico a cui è venuta in mente un’idea geniale come questa!>> l’espressione di Amy divenne sempre più sprezzante <<Ti conviene correre alla centrale di polizia e avvertire tutti della minaccia imminente, prima che sia troppo tardi>> fino a concludere con un evidente tono di sarcasmo, per poi riprendere a camminare verso l’uscita.
Freddato ancora una volta dalle frecciate glaciali della sua amata, Matisse non seppe cosa rispondere, quindi rimase semplicemente immobile, guardandola con occhi delusi mentre si allontanava stizzita.
<<Ma tu guarda chi si vede ancora in giro per i corridoi>> il volto esageratamente curato della “prima cheerleader” comparve all’improvviso sul limitare dell’ingresso, quasi stesse aspettando proprio Amy <<Cosa fai ancora qui, non dovresti essere già a casa a preparare antiche pozioni in un calderone fumante?>> I risolini beffardi della manciata di ragazze al suo fianco, agghindate con la stessa divisa, diedero ancor più soddisfazione all’espressione inorgoglita della loro regina. Ad accompagnare lo stuolo delle oche giulive, c’erano gli immancabili giocatori di football con i loro bicipiti in bella vista.
Per un attimo, Amy ebbe l’impulso di far vedere loro i risultati di dodici anni di durissime lezioni nelle antiche arti marziali orientali, poi le parole del sensei, suo nonno, sulla ricerca dell’immanenza, risuonarono ancor più forte.
<<In effetti sono in ritardo>> rispose quindi con voce atona <<dovrei affrettarmi, altrimenti il pentolone mi si raffredda>>
<<Stammi a sentire, sciacquetta impertinente!>> una mano arrogante si posò sulla spalla di Amy che, con molta fatica, trattenne nella sua mente la dozzina di varianti con cui avrebbe spezzato gomito e polso di quell’esile arto invadente  <<Le conosco le tipe come te. Vuoi fare quella “alternativa” solo per attirare un po’ d’attenzione, ma la verità è che nessuno ti da corda. Con quel fare da finta “dark lady” non incanti nessuno, si vede che sei solo una smidollata>>
<<Sono sbalordita dall’accuratezza della tua analisi>> replicò Amy senza far trasparire la minima emozione e cercando di respirare sempre con calma, con molta calma.
<<Per caso, ti stai prendendo gioco di me, troietta?>> le gote accuratamente truccate della biondissima cheerleader iniziavano a mostrare il rossore di un’evidente rabbia crescente <<Sei nuova e forse non sai come riduco le tipe come te, quindi per ora ti avverto: guardami anche solo un’altra volta in un modo che non mi piace e capirai cosa significa vivere in un inferno>>
<<Farò tesoro dei tuoi consigli>> aggiunse Amy senza modificare minimamente la sua espressione. La regina emise uno sguaiato verso infastidito
<<Senti “Casper in gonnella”, ti conviene non fare tanto la smorfiosa perché oggi rischi di passartela brutta>> A dare man forte alla sua fidanzata era stato ovviamente il “capitano”. Con indosso la giacca del College rigorosamente aperta per mostrare una maglietta attillata che mettesse in risalto un fisico scultoreo, Tony Adams era il più classico dei cliché “altezzoso e spaccone” che si potesse trovare nei telefilm anni novanta. Un cliché a cui Amy decise di non voler dedicare neanche il tempo di una risposta, quindi fece per allontanarsi senza dir nulla.
<<Ehi! Dove credi di andare? Sto parlando con te!>> Quando una mano l’afferrò  con irruenza per un braccio, tutte le parole sulla quiete interiore vennero spazzate via da un’ondata di furia incontrollabile.
<<Lasciatela stare!!>>
Prima ancora che potesse attuare una qualsiasi reazione, Amy vide la testa di Matisse schiantarsi a tutta velocità contro il fianco del ragazzone che le stringeva il polso, facendogli così perdere la presa.
<<E questo chi caspita è?>> Il capitano si massaggiò l’anca dolorante, poi tornò per un attimo con lo sguardo sulla ragazza, infine lo riabbassò sul piccolo individuo che con quel gesto disperato era perfino caduto a terra <<Non dirmi che questo imbecille è il tuo fidanzato?>>
Tutto il gruppo esplose in una risata esagerata. Ai commenti infantili, Amy non diede alcun peso, ma quando vide il capitano infierire con un calcio allo stomaco del povero Matisse, una palpebra le iniziò a tremolare convulsamente.
<<Che cosa sta succedendo?!>>
Ancora una volta, una voce lontana acquietò i suoi lugubri istinti, assieme ad ogni altra risata. Quella era la voce del vicepreside.
<<Tony, cosa stai facendo ancora qui?>> chiese con tono fermo un uomo sulla cinquantina completamente calvo <<domani abbiamo una partita importante, vai a riposare>>
<<Sì, vicepreside Gilmore>> replicò il ragazzo assumendo una posa rispettosa e congedandosi da Amy con uno sguardo di sfida. Il freddo che la ragazza riuscì a trasmettere con la sua espressione sarebbe stato percepibile anche da un cieco, ma il capitano questo non lo diede a vedere.
<<Anche voi ragazzi, tornatevene a casa… basta gozzovigliare>>
Amy aiutò Matisse ad alzarsi da terra mentre ancora si teneva una mano sullo stomaco, poi fece per allontanarsi. Il pullman era ripartito lasciandola con quel moccioso impiccione appiccato su una spalla e con tanta, troppa strada da percorrere a piedi fino a casa.
<<Ehi, mostriciattolo!>> L’imperterrita voce del capitano della squadra di football, proveniente dalla sua macchina decappottabile stracolma di ragazzotti idioti,  sembrava proprio non volerla lasciare in pace <<vedi di non farmi girare ancora le palle, perché non ci saranno sempre il fidanzatino o il vicepreside a pararti quelle belle chiappe. Sono stato chiaro?>>
L’auto partì sgommando tra le urla euforiche dei suoi passeggeri, lasciandosi alle spalle una corposa nuvola di fumo. Amy trattenne un commento, poi guardò il suo spasimante tossire e far parecchia fatica a respirare regolarmente.
<<Sei un imbecille, Matisse>> disse scura in volto <<Cosa pensavi di fare?>>
<<Ma…>> il ragazzino emise altri colpi di tosse <<veramente io ero venuto a difenderti>> concluse sbalordito.
<<Stammi a sentire, moccioso>> il corpo di Amy si irrigidì <<io non sono una bamboccia svampita che ha bisogno di un valoroso principe per essere salvata, chiaro?!>>
<<Ma io…>> Uno sguardo agghiacciante stroncò ogni possibile replica del ragazzo, che proseguì camminando a testa bassa senza dir nulla.
Nonostante fosse stato stupido ed avventato, quel ragazzino tutto pelle e ossa aveva avuto il coraggio di affrontare da solo un energumeno grosso almeno il doppio di lui e di questo doveva dargliene atto. Fu proprio in quell’istante che qualcosa in lei scattò, non avrebbe saputo spiegare con esattezza cosa fosse, l’unica certezza era il suo bisogno impellente di dover insegnare un po’ di vera educazione in quella scuola malsana, ma questa volta lo avrebbe fatto a modo suo.
<<Matisse, ho bisogno di una mano>> il ragazzo strabuzzò gli occhi nel sentir la sua amica pronunciare simili parole <<prendi il tuo cellulare>> concluse Amy cercando di celare quell’arricciatura malefica sul bordo del suo labbro.

[…]

<<Cos’è stato?!>> Wanda volse immediatamente lo sguardo verso un punto imprecisato nell’oscurità. Qualcosa si muoveva nell’ombra e non lo stava affatto facendo con molta circospezione.
Avvertendo il pericolo imminente, il gattino rientrò immediatamente nella piccola sacca, mentre con un gesto fluido, Amy sfoderò la katana che teneva poggiata a terra. <<Putridi!>> Gridò alzandosi di scatto. Il tempo della meditazione era definitivamente concluso.
<<Ma bravo il mio “piedi-piatti-spara-lesto”!>> Ned invece, sembrava tutt’altro che sazio del battibecco tra lui ed il poliziotto <<Guarda che cosa hai combinato con le tue maledette pallottole vaganti!>>
<<Sta’ zitto, idiota, e metti in moto quella dannata auto>> A malincuore, Phil cambiò bersaglio e fece partire alcuni colpi di pistola stendendo due individui barcollanti appena emersi dalla penombra.
<<Per favore ragazzi, datevi una calmata, dobbiamo andarcene, subito>> Wanda corse sul sedile posteriore dell’auto, afferrò con entrambe le mani la sua motosega e tirando un paio di volte il cordino, la mise in moto facendola avviare con un sussultorio movimento scoppiettante. Altre creature giunsero proprio nelle sue vicinanze, ma non ebbero nemmeno il tempo di sentire l’odore della sua pelle che la rotante lama incatenata sbrindellò gran parte del loro corpo.
<<Va bene, va bene…>> Ned saltò all’interno del posto di guida <<qua devo fare sempre tutto io>> con molta sufficienza inserì la chiave nella serratura, quindi fece per girarla premendo la frizione, ma invece di ricevere il solito rombo altisonante del motore, l’auto rispose con un ciancicante rumore ripetuto. <<ehm… ops>>
<<Che vuol dire “ops”?!>> altri cinque colpi partirono dalla pistola del poliziotto, sempre più preoccupato del crescente numero di deambulanti che si stavano avvicinando attirati da tutto quel frastuono <<Hai appena fatto benzina, dannazione!>>
<<Appunto… ho fatto benzina, ma credo  che quest’auto vada a diesel>> La risposta di Ned colse tutti di sorpresa, scaturendo un complessivo “COOOSA!?!”
<<Ci hai ammorbato per un’ora con la storia di essere il mago dei benzinai e poi sbagli a fare rifornimento!?!>> Phil non riusciva a credere alle sue orecchie. Ancora una volta quell’imbecille schizofrenico era riuscito a trovare un nuovo modo per ficcarli tutti in mezzo ad un mare di guai e di non-morti.
<<Fottiti, sbirro!>> rispose l’altro battendo con i pugni sul volante <<Guarda che questi “merdosi” li hai invitati tu alla festa con i tuoi cazzo di modi da “far west”>>
<<Piantatela!!!>> la voce di Amy si alzò furente al di sopra di tutti, subito dopo aver squarciato un cranio putrescente con la sua lama <<Phil, dobbiamo andarcene da qui, ora!>>
I versi sguaiati dei vaganti non solo stavano aumentando, ma iniziavano a provenire da ogni direzione ed a peggiorare la situazione, fu quel sibilante grido disumano che colse tutti di sorpresa.
<<Merda!>> Urlò Ned cercando avidamente con le mani ai piedi del sedile posteriore <<Riconosco questo maledetto verso>>
<<Che succede?>> Anche Phil aveva già sentito quel suono, ma non riusciva a ricondurlo ad un’immagine precisa.
<<Altri putridi>> disse Amy con gli occhi che si agitavano per scrutare nell’oscurità  <<ma questi sono decisamente più…>> un paio di creature marcescenti spuntarono dal buio come se la notte le avesse sputate addosso alla ragazza. Si muovevano con una rapidità innaturale, con le articolazioni che scattavano convulsamente simili ad ingranaggi difettosi, mentre i loro occhi iniettati di sangue rimanevano sempre fissi sul pasto che si erano prefissati di gustare.
Amy, però, fu ancor più celere. Bastarono due semplici rotazioni del polso per far sibilare quell’affilatissima spada ricurva che lasciò a terra i corpi inermi dei due non-morti, mentre un’ampia pozza di materia cerebrale si spandeva dalle loro calotte craniche aperte sul pavimento della stazione di servizio.
Altre creature dai movimenti spasmodici si aggiunsero alla marmaglia dinoccolata che continuava a sopraggiungere dalla strada, tagliando loro ogni possibile via di fuga in quella direzione. Il poliziotto tuonò una dozzina di rapidi colpi fino a svuotare il caricatore che prontamente venne fatto scivolare a terra e subito sostituito con un altro. Phil sparò ancora, ma per quanto si sforzasse di mantenersi lucido, la sua mira non era nelle migliori condizioni ed il numero di pallottole che mancavano il bersaglio era decisamente superiore rispetto a quelle andate a segno. Benché fasciato, il braccio ferito continuava a lanciargli delle lancinanti fitte di dolore, mentre la stanchezza ed il whiskey ingurgitato continuavano ad annebbiargli la vista. Una fuga in aperta campagna, nel cuore della notte, sarebbe stata un completo suicidio con le strade bloccate e quelle creature dannatamente rapide alle costole. Diede quindi un rapido sguardo nelle vicinanze passandosi un braccio sulla fronte madida di sudore.
<<Andiamo!>> gridò a tutti prima di procedere verso il piccolo Coffee-Store della stazione di rifornimento <<Muoviti Ned, scendi da quella macchina>>
Quasi come a non voler accettare l’evidenza, lo psicotico era rimasto all’interno dell’auto sparando ripetutamente con il fucile che finalmente era riuscito a recuperare dal sedile del passeggero.
<<Maledizione!>> urlò prima di scattare fuori dall’auto, schivando di poco una mano ossuta intenzionata ad afferrarlo per un piede.
Le due ragazze seguirono anche loro le indicazioni del poliziotto ed in pochi istanti, i quattro si ritrovarono asserragli in un monolocale dall’ampiezza non più grande di cinque metri per cinque, un unico ingresso composto da una semplice porta di vetro contornata di alluminio ed una miriade di creature marcescenti che battevano per reclamare il proprio premio.
<<Sapevo che sarei morto per colpa di questo fottuto sbirro, ma mai avrei creduto che si sarebbe superato con un’idea così idiota!>>
<<Smettila, Ned!>> Le parole di Amy corsero in aiuto di Phil, sebbene alle obiezioni dello psicotico non si potevano dare tutti i torti. Forse avevano trovato un momentaneo rifugio, ma la verità era che si erano chiusi in una trappola e, al contrario del mini-market in cui si erano rintanati l’ultima volta, qui non c’era nessuna uscita secondaria da cui poter scappare.
<<Forse, se riuscissimo a resistere ancora per un po’, quei mostri lì fuori potrebbero stancarsi e magari poi se ne potrebbero andare>> Le parole speranzose di Wanda non sortirono l’effetto desiderato.
<<Ma che ti sei ossigenata anche il cervello oltre che i capelli, bionda rincitrullita?!?>> il pungente sarcasmo di Ned ne era la riprova <<Le vedi quelle ossa che battono contro la porta? Bene, sappi che quelle ossa non hanno bisogno di mangiare, anche se hanno sempre dannatamente fame. Quelle ossa non hanno bisogno di bere, di dormire, di cacare o di pisciare. Quelle ossa vogliono solo entrare, fine della storia. A loro non importa nient’altro. Quindi se ancora non ti è chiaro, quelle ossa staranno lì a battere contro quella cazzo di porta finché non la butteranno giù, ci volesse tutto il tempo di questo mondo di merda!>>
Malgrado le fastidiose parole di Ned fossero state pronunciate con altezzoso astio, Amy si trovò nuovamente d’accordo con quella spietata analisi. Ormai era questione di tempo prima che il locale venisse invaso dai non-morti, ed in quel luogo angusto senza via d’uscita, non c’erano speranze per loro di uscirne vivi. Depredato completamente di ogni avere, nel misero Store erano rimaste solo scaffalature vuote di legno ed un’arrugginita scrivania di metallo, mentre alcune vecchie bombole di gas-metano erano state abbandonate in un angolo, forse troppo pesanti per essere trasportate. Percependo probabilmente una fine cruenta ed inevitabile, Matisse reclamò con un miagolio sommesso la sua ultima dose di coccole, prima che giungesse il peggio. Per quanto fosse restia a simili frivolezze, anche Amy non se la sentì di negare l’ultimo desiderio di un condannato a morte. L’immagine di quel gatto che si beava per un’ultima volta dei tanto amati “grattini” sotto al mento, le fece riaffiorare i ricordi di una vita che ora non esisteva più. Una vita che si era lasciata alle spalle tra sangue e lame.

[…]

Il Casio dorato che portava al polso segnava le ore otto-zero-sette quando lo school-bus andò ad arrestarsi davanti al College. Nonostante i tre minuti di anticipo sul normale orario di arrivo e le duecentocinquantanove “tacche” che ancora la separavano dalla fine dell’anno scolastico, Amy sentiva una certa impazienza nell’iniziare quel giorno, perché quel giorno avrebbe finalmente significato qualcosa nella sua insipida adolescenza.
Come di consueto, attese che la calca generata dagli altri studenti si disperdesse all’esterno del veicolo, quindi si decise ad afferrare per il manico la custodia del suo clarinetto, ignorandone il peso inconsueto, e ad incamminarsi verso l’uscita del pullman. Il sole di quel giorno si stava nascondendo tra uno sparuto agglomerato di nuvole grigiastre che sembravano intenzionate a riversare di lì a breve un potente acquazzone.
“Non ancora” pensò Amy guardando il cielo. Aveva una questione da risolvere e non poteva permettere che della stramaledetta pioggia rovinasse i suoi piani.
“Calma Amy, calma”
Fece un bel respiro per ritrovare la dovuta quiete, si sistemò per bene la maglietta, quindi iniziò la sua sfilata nel cortile d’ingresso. Con sguardo superbo ed un passo esageratamente lento, ignorò le facce sbigottite che le si andavano attaccando addosso lungo il cammino, fin quando non arrivarono i primi commenti.
<<Ma cosa?>> Sentì pronunciare a gran voce dal banchetto degli “eletti” <<Ehi Tony, questa la devi vedere. Guarda la streghetta che roba si è messa addosso>>
A quel punto Amy lanciò una fugace occhiata scostante nella loro direzione, giusto il tempo di intravedere un gran numero di espressioni esterrefatte.
<<Ma che putt…!>> Il volto del capitano della squadra di football si era increspato di un’innumerevole rete di vene rigonfie di rabbia.
<<Questo è oltraggioso>> commentò indignata Catherine al suo fianco <<Come si permette quella sciacquetta impertinente ad andare in giro così. Prima o poi qualcuno dovrà fargliela pagare>>
<<E la pagherà, tesoro mio>> disse il suo fidanzato sfregandosi le mani <<fidati di me. La pagherà molto cara. Gordo, fai spazio nella memoria del cellulare, oggi ci divertiamo>>
Solo quando passò oltre, Amy non trattenne più quel sorriso compiaciuto che non vedeva l’ora di lasciar sfogare. La mente umana era decisamente facile da provocare, ma quella degli adolescenti lo era ancora di più. Era bastata una T-Shirt nera aderente con le impronte bianche di due mani all’altezza del seno ed una semplice scritta “Provaci, se ne hai il coraggio” per mandare un intero College fuori di testa; e questo era molto più di quello che sperava di ottenere. Sì, perché non era importante avere l’attenzione di tutti quegli idioti ingrifati, a lei ne bastavano solo un paio e con loro l’obiettivo era stato centrato in pieno. Il pesce era abboccato, ora doveva solo tirarlo a bordo.
Quando la campana dell’ultima ora decretò la fine delle ostilità anche per quel giorno, Amy si trovava ancora nell’aula di musica e lì vi indugiò per qualche minuto, assicurandosi che il clarinetto fosse accuratamente riposto nella sua custodia. Poi uscì a passo lento dalla scuola, costatando di aver ancora una volta perso il pullman per tornare a casa. Lanciò un paio di rapide occhiate attorno. Sotto esplicite minacce di morte, aveva dato precise istruzioni a Matisse di non farsi vedere per tutto il giorno, e per sua fortuna, quel moccioso assillante sembrava  aver deciso di darle retta.
Nel frattempo, il cielo si era completamente ricoperto di un opaco manto di nuvole, dalle quali una tiepida pioggerellina aveva iniziato a puntellare la strada. Mentre si incamminava lungo il marciapiede che costeggiava la scuola, il pensiero che il maltempo avesse rovinato il suo piano durò appena il tempo di voltare l’angolo. Una mano grassoccia ed impiastricciata di salsa barbecue le tappò la bocca, mentre un’altra l’afferrò per un braccio tirandola nel vicolo. La custodia del clarinetto cadde sul terreno con un tonfo sordo.
<<Sbrigati Gordo, portala lì, presto!>> la voce di Tony Adams sembrava parecchio soddisfatta mentre l’esile corpo di Amy veniva sballonzolato come un sacco di patate. Quando la schiena della ragazza batté contro la serranda metallica di un negozio chiuso ormai da molto tempo, il paffuto volto compiaciuto del ragazzo di almeno centottanta chili, stava fissando Amy con sguardo lascivo.
<<Bravo amico, ora pensa al video, qui me la sbrigo io. Dopo potrai farti un giro anche tu>> il capitano della squadra di football comparve alle sue spalle con una divertita espressione dipinta sul volto <<A quanto pare ti piace fare la troietta, oltre che la strega, non è così?>> con una mano arrivò fin sotto al mento della ragazza costringendola a guardarlo in faccia, mentre il suo flaccido amico stava riprendendo tutta la scena con il cellulare  <<Bene, allora oggi vedrai cosa significa realmente essere una troietta!>>
Amy attese in silenzio, mantenendo un quieto atteggiamento inespressivo.
<<Cosa c’è, ora non fai più la spiritosa?>> chiese Tony serrandole le guance con una mano, prima di avvicinarsi al suo orecchio, bisbigliando con voce minacciosa <<Sappi che se aprirai bocca con qualcuno, il mio amico Gordo spiattellerà tutto su internet. Così tutti sapranno quanto sai fare la…>>
Amy afferrò con l’indice e il pollice il polso della mano che le stringeva la bocca.
<<Cosa cazzo credi di…>>
Una pressione secca sul tunnel carpale ed un movimento rapido bastarono alla ragazza per far cedere la presa del suo aggressore, che emise un urlo di dolore prima di agitare la mano.
<<Wow!! La ragazza sa il fatto suo!>> commentò divertito il trippone con lo Smartphone ancora in mano.
<<Va bene ragazzina, se avessi fatto la brava ci sarei andato anche piano…>> disse Tony irritato, abbassandosi la zip dei pantaloni <<ma visto che vuoi le maniere forti…>>
“Adesso”   Fu l’unico pensiero di Amy.
Un calcio ben piazzato al ginocchio destro generò un secco “CRACK”, mentre un altro in mezzo ai testicoli fece piegare Tony in due dal dolore, costringendolo a chinarsi a terra senza fiato e con le mani in mezzo alle gambe.
Quando la ragazza si alzò facendo schioccare con una lenta rotazione del capo le ossa del proprio collo, il Gordo era ancora lì davanti a lei, intento a riprendere la scena con un’espressione terrorizzata che gli si stava espandendo sul volto. Solo dopo alcuni istanti, il ciccione si decise a lanciar via il cellulare per darsi ad una ridicola fuga dinoccolata, ansimando copiosamente. Raggiungere quell’ammasso di lardo ambulante fu facile, riportarlo indietro trascinandolo svenuto per i piedi, molto meno.
<<Brutta stronza, mi hai rotto il ginocchio! Si può sapere cosa cazzo credi di fare?>> chiese Tony ancora a terra, grondante lacrime di dolore e frustrazione, vedendo la ragazza trasportare a fatica il suo pesante amico <<Tu non sai chi sono io, lascia che mi rimetta in piedi e vedrai…>>
Amy lasciò sfogare tutta la rabbia del capitano della squadra di football, mentre lei si allontanava tranquillamente per andare a riprende la custodia del suo clarinetto.
<<Ma che…?>>  Lo sconcerto negli occhi  di Tony mutò in puro terrore  nell’istante in cui  vide la ragazza gettar via lo strumento dall’interno del contenitore, estraendo poi da un sottofondo ben celato, una lunga spada ricurva <<Oddio no, ti prego!>>
La pioggia stava ormai discendendo copiosa ed incessante, quando sul volto di Amy,  impiastricciato di cerone e rimmel colante, comparve un debole sorriso divertito, poco prima che questa colpisse in testa il proprio aggressore con l’impugnatura della sua arma, lasciandolo a terra, privo di sensi.

I giorni che seguirono portarono un profondo senso di inquietudine, insieme a molta pioggia.

La tragedia accaduta a quei due poveri studenti del college, aveva sconvolto tutta la comunità. La polizia si era subito messa alla ricerca degli aggressori, ma le confusionarie testimonianze dei due giovani sventurati, comprensibilmente sotto shock, si limitavano a definire vagamente quattro uomini corpulenti sulla trentina, con uno evidente accento dell’est.
Il perché i due ragazzi non avessero voluto rivelare la verità sull’accaduto, non era difficile da immaginare: raccontare di essere stati picchiati fino a svenire da un’esile ragazzina con una katana, dopo aver cercato di violentarla, poteva apparire una storia alquanto risibile. Senza considerare il già pesante carico di umiliazione che comportava l’esser stati immortalati con una foto scattata dal proprio cellulare, in cui i entrambi comparivano privi di sensi, nudi e l’uno sopra l’altro. Per di più, quella foto inquietante, era stata pubblicata sui loro profili social.
Benché la versione ufficiale ritraesse i colpevoli del misfatto nelle figure di quattro energumeni depravati, le voci che parallelamente correvano per i corridoi del College, parlavano di un’ancella di satana e delle sue cruente pratiche sessuali.
Non fu difficile intuire dove nacquero queste voci, soprattutto dopo che le cheerleader fecero pubblicare un articolo sul giornale scolastico dal titolo “Caccia alle streghe”, con un evidente riferimento ad una verità malcelata sull’accaduto.
Gli sguardi dubbiosi nei riguardi di Amy si trasformarono in fugaci occhiate timorose. Coloro che prima la vedevano come una folcloristica tizia trasgressiva dall’aspetto inquietante, in breve tempo l’additarono come un’entità oscura, crudele e sanguinaria. Fu così che Amy divenne “la goth”.
Non che andasse fiera di un simile titolo, ma con quell’appellativo si era garantita almeno un po’ di tranquillità, tranne che da Matisse. Incuriosito da tutte le voci raccapriccianti che circolavano, quel ragazzino le si era appiccicato ancor più ostinatamente di prima, ignorando i ripetuti gesti scostanti che Amy gli rifilava ogni volta che si incontravano.
Ciò a cui nessuno aveva però pensato, Amy compresa, furono gli sviluppi che seguirono. Trascorsi solo pochi mesi dal tremendo fatto, quei due poveri sventurati ragazzi, passarono dall’essere vittime di una selvaggia aggressione, al diventare dei  fenomeni da baraccone da ridicolizzare.
Il Gordo venne ripudiato come un “isolato”, costretto a trovare consolazione nell’unico compagno su cui poteva ancora contare: il cibo. Aveva raggiunto i duecentocinquanta chili quando fu ricoverato in ospedale dopo un infarto. Solo allora la sua famiglia pensò bene di fare le  valigie e portarlo in un’altra città.
Per Tony le cose non andarono altrettanto bene. Il ragazzo simbolo di tutto il College, con una borsa di studio per meriti sportivi ed una carriera assicurata nel football, cadde vittima di una profonda depressione dopo esser stato scaricato dalla sua Catherine e aver ricevuto la notizia che la rottura del ginocchio non gli avrebbe mai più consentito di tornare in campo. Una sera, prese la pistola del padre e dopo essersela ficcata in bocca, si fece saltare le cervella.
Amy avrebbe dovuto sentirsi in colpa per quello che era successo, almeno questo era ciò che il sensei, suo nonno, si aspettava da lei. Invece, nell’animo della ragazza non c’era risentimento, così come non c’era soddisfazione. In verità, Amy non provava niente; aveva solo fatto ciò che andava fatto.
Il ridicolo lutto ipocrita di cui tutta la scuola si rivestì per quel tragico suicidio, non durò che poche settimane, fino a quando venne il giorno in cui il mondo conobbe un termine che avrebbe stravolto l’intera esistenza umana: “zeta-uno”.
La calma apparente dei primi tempi, in cui i mille pareri degli “esperti” si contraddicevano reciprocamente su ciò che  stava accadendo, lasciò ben presto spazio al terrore. Malgrado la civiltà cercasse strenuamente di mantenere un briciolo della sua integrità, le Zone di Quarantena andarono sempre più ampliandosi ed il puzzo nauseabondo di cadaveri carbonizzati che aleggiava per le strade, divenne impossibile da ignorare.
Quando anche l’abitazione di Amy venne fatta evacuare, il sensei, suo nonno, se n’era già andato da un paio di giorni per via di quel male incurabile che lo aveva attanagliato per molti anni. Era accaduto tutto con molta discrezione, esattamente com’era nel suo stile. Una mattina come tante altre non si era semplicemente svegliato, risparmiandosi quantomeno di assistere alla cessazione di ogni simbolo di onore umano.
Infine, quando anche TV ed internet non furono più utilizzabili, ad Amy non ci volle molto per capire che la sopravvivenza in quella città sarebbe stata molto presto impossibile. Il peggio avvenne nel “meno trentaseiesimo” giorno di scuola, quando lo school-bus semi deserto spalancò le sue porte di fronte ad un cortile silenzioso. I pochi studenti ancora intenzionati o costretti a frequentare le lezioni avevano perso ogni interesse nelle frivolezze di un tempo, spostando per lo più le proprie blateranti ciance su come sarebbe finito il mondo. Come precauzione, Amy ormai portava la custodia del suo strumento musicale anche quando non c’era lezione di musica. Una scelta che si rivelò decisamente opportuna.
Quello stesso pomeriggio infatti, le barriere della Zona di Quarantena Ovest cedettero, ed un numero esorbitante di creature fameliche si riversò per le strade. Il College venne investito da un’onda di non-morti proprio quando i ragazzi stavano uscendo dall’edificio.
Rimasta come sempre l’ultima ad andar via, Amy udì dal corridoio principale, centinaia di urla disperate provenienti dall’esterno e quando fece per uscire, si  trovò di fronte ad uno spettacolo raccapricciante: il cortile era stracolmo di cadaveri distesi a terra con decine di infetti intenti a cibarsi delle loro carni. Nello scrutare in tutta quella carneficina, riconobbe vagamente il corpo senza braccia e con lo stomaco aperto di Catherine, che giaceva riversa sul prato, mentre l’insegnante di educazione fisica affondava le mani nelle sue interiora. Un’altra dozzina di uomini erano indaffarati a sviscerare animatamente un gruppo di studenti nei pressi dell’area “nerd”, lasciando a bocca asciutta un numero indefinito di  “zeta-uno” che barcollava all’interno dell’atrio in cerca del proprio pasto. Davanti a quel massacro, chiunque avrebbe avuto quantomeno un attacco di panico, ma non Amy. Lei non ci pensò due volte ad aprire la custodia che reggeva in mano, lanciar via quello strumento totalmente inutile e sfoderare l’unica cosa su cui aveva sempre potuto contare: la sua katana. Poi iniziò a correre.
Il primo a pararsi davanti a lei fu il vice-preside Gilmor che, con un andamento ciondolante ed i vestiti lordi di sangue, avanzava emettendo versi sguaiati. Per un breve istante la ragazza esitò, ma quando la bocca insanguinata del suo insegnante gli si spalancò davanti per morderla, l’istinto della guerriera prese il sopravvento.  Fece un paio di rapidi passi laterali, quindi affondò per due volte nelle carni dell’uomo, il quale però non sembrò curarsi delle ferite. A quel punto Amy passò ad una soluzione ben più drastica, tagliandogli la testa. Solo quando il cranio calvo dell’uomo rotolò via lasciando il corpo inerme a terra, la ragazza intuì che per risolvere il problema degli infetti, bisognava puntare “in alto”. All’esterno del cortile, le strade si stavano lentamente intasando di gente barcollante fuoriuscita dalla Zona di Quarantena, il che voleva significare che cercare di fuggire a piedi sarebbe stato un rischio enorme.
Nel girovagare con lo sguardo alla ricerca di un’improbabile via alternativa, la sua attenzione venne attirata dal giallo del pullman della scuola, dove all’interno, riuscì ad intravedere l’autista che se ne stava rannicchiato e tremante sotto al volante, con la vana speranza che la decina di creature fameliche fuori dal suo bus la smettesse di battere contro la porta di entrata. Per sua fortuna, quella speranza si tramutò in Amy.
La ragazza corse verso il veicolo falciando qualsiasi cranio le capitasse a tiro, fino ad infilzare come spiedini le teste dei tizi che piantonavano l’entrata del bus.
“DUM-DUM-DUM”
<<Apri la porta!>> gridò Amy picchiando un pugno sul vetro. L’autista le lanciò solo un fugace sguardo terrorizzato scuotendo il capo serrato tra le mani.
“DUM-DUM-DUM”
<<Apri questa…>> Un’improvvisa stretta al collo la costrinse a battere la testa contro la porta.
Mentre la ragazza cercava disperatamente di divincolarsi a fatica da quella morsa letale, l’autista si rannicchiò ancor più terrorizzato nella sua alcova improvvisata. Quando Amy avvertì  la bocca del non-morto spalancarsi per affondare nelle sue carni, sentì anche una voce familiare dallo strano accento francese.
<<Lasciala stare!>>
Poi qualcosa la strappò dall’abbraccio mortale di quel putrido. Voltatasi di scatto,  vide il piccolo Matisse cercare di divincolarsi dalla presa di un vecchio rattrappito con un occhio mancante.
Un rapido gesto ed Amy roteò la spada conficcandola nell’orbita ancora popolata della creatura, sibilando a pochi centimetri dal volto del suo amico che spalancò gli occhi irrigidendosi. Subito dopo, il ragazzo si tolse da sotto al cadavere nauseabondo ed insieme ad Amy, si avvicinò verso la porta dell’autobus.
“DUM-DUM-DUM”
<<Apri questa stramaledetta porta, o quanto è vera la morte, spacco il vetro con la mia spada e faccio entrare tutti i mostri della città!>>
Lo sguardo glaciale di quell’inquietante ragazzina sporca di sangue sembrò terrorizzare l’uomo ancor più dei non-morti che circolavano per le strade. Le porte dell’autobus finalmente si aprirono.
<<Andiamo!>> disse la ragazza rivolgendosi all’autista che, ancora visibilmente scosso, non riuscì a far altro se non tremare.
<<Stammi a sentire, o guidi tu o lo faccio io>> aggiunse spazientita vedendo l’ennesima reazione smidollata <<ma se dovrò essere io a guidare, sappi che tu non avrai più la testa attaccata al collo. Allora, cosa hai deciso di fare?>> concluse afferrando la katana con entrambe le mani.
Con titubanza, l’altro si mise a sedere  al posto di guida ed avviò il pesante mezzo. Quando, subito dopo, un notevole numero di tizi ciondolanti gli sbarrarono la strada, la voce glaciale di Amy tolse ogni dubbio sul da farsi.
<<Non fermarti!>>
La ragazza rimase affianco al guidatore, sincerandosi che i corpi delle creature deambulanti non arrestassero il loro cammino, fino a quando non si accorse che sull’ultimo sedile, Matisse si stava controllando una ferita alla caviglia, imprecando sommessamente.
Amy si avvicinò al ragazzo per dare un’occhiata. Il sensei, suo nonno, l’aveva costretta ad un’infinità di ore di lezione nelle antiche pratiche curative orientali, tanto da farle capire in pochi istanti le condizioni del ragazzino.
<<Non preoccuparti, non è grave, te la caverai>>
La caviglia sembrava essere stata lacerata da un morso di un animale, ma non aveva né reciso tendini, né era andato troppo a fondo.
<<Sono spacciato Amy, lascia stare>> disse il ragazzo con un’espressione sconsolata <<Mio padre è medico ed in questi ultimi mesi mi ha raccontato cosa accade alle persone che vengono ferite dagli infetti, quindi voglio che anche tu sappia cosa fare>>
Le parole di Matisse lasciarono per la prima volta Amy con un’espressione esterrefatta. Quel piccolo, magrolino, impacciato ragazzino di appena quattordici anni gli spiegò con molta accuratezza come l’infezione si propagava senza sosta su tutto il corpo, quali sintomi potevano manifestarsi per capire chi fosse infetto, ma soprattutto come “risolvere” il problema.
<<Danni cerebrali, oppure il fuoco. Tutto il resto non servirà a nulla. A proposito, poi mi spiegherai cosa diamine ci fai con una spada ninja in mano>>
<<E’ una lunga storia>> disse lei inespressiva <<e comunque questa non è una spada ninja>>
Amy si stupì nel vedere Matisse incredibilmente calmo quando le disse che di lì a breve avrebbe dovuto pensare alla sua soppressione. Si sarebbe aspettata di vedere il terrore negli occhi di un ragazzino consapevole di essere sul punto di morte, eppure quel giorno, come già in passato, quello stesso ragazzino dimostrò di avere molto più coraggio di tanta altra gente più grande di lui, incluso l’insulso idiota di mezz’età che conduceva il bus.
Con un rapido gesto, la ragazza afferrò a due mani la katana, portando la lama sopra la testa. Una lacrima discese dagli occhi strizzati del povero Matisse che attendeva, inerme e disteso, il proprio destino.
<<Sei un idiota!>> Commentò d’un tratto Amy <<Perché hai cercato di aiutarmi se conoscevi tutti questi pericoli? Saresti potuto scappare via>>
Matisse sorrise.
<<Perché già una volta ti avevo salvata, non ricordi?>> un’espressione dubbiosa comparve sul volto della ragazza <<Il giorno in cui quei bulli ti aggredirono proprio davanti alla scuola>>
Amy non riuscì a trattenere un sorriso.
<<E con questo?>> chiese con un velato tono divertito.
<<So che non sei una principessa bisognosa di aiuto,  ma quando si salva la vita a qualcuno, ne si diventa responsabili >>
Quelle furono le ultime parole dell’unico ragazzo che si era realmente innamorato di lei e a cui Amy, dopo pochi istanti, perforò il cervello con la sua spada, mentre una lacrima solitaria le discese su di una guancia impiastricciata di cerone.

[…]

<<Stanno per entrare!>> la voce timorosa di Wanda riscosse Amy dai suoi ricordi. Il piccolo gattino le si era rintanato nella sacca, cercandovi all’interno un improbabile rifugio. Phil e Ned avevano gettato ogni genere di mobilio contro la porta di legno, ma il risultato era stato comunque mediocre.
<<Fottuti putridi!>> gracchiò Ned ricaricando il suo fucile pronto a far fuoco. Phil verificò il numero di pallottole rimaste nel caricatore, scrutando nel frattempo tra le braccia ossute che battevano contro il vetro per capire quanti fossero i mostri da abbattere. “Decisamente troppi”, fu la stima che emerse da una prima rapida occhiata. Improvvisamente, qualcosa vicino all’auto, attirò la sua attenzione.
<<Ma cosa?!>> Phil ci mise un po’ a capire quello che stava accadendo <<Josh?>>
Quel nome fece ruotare le altre tre teste nella sua direzione.
<<Hai visto Josh? Dove?>> Wanda si avvicinò anche lei al vetro per dare un’occhiata, ma non vide nulla.
<<Avrei giurato di averlo…>> disse Phil quasi dubbioso delle sue stesse parole <<era vicino all’auto, aveva una delle taniche di benzina in mano e per un attimo…>> il poliziotto fece una pausa alzando lo sguardo.
<<Ve lo dicevo io che questo sbirro è completamente ubriaco.>> gridò Ned sconsolato <<Ora ha anche le visioni>>
<<Cosa?>> chiese Amy impaziente <<Per un attimo, cosa?!>>
<<Ha indicato il soffitto, poi si è nascosto dietro la…>> rispose con l’espressione terrorizzata di chi sembrava aver visto un fantasma <<Dobbiamo salire, adesso! Sbrighiamoci!>>
<<Salire? Dove? Come?>> Wanda guardò la solida lastra di materiale plastico sopra di sé, senza vedere pertugi da cui passare.
<<Ce l’hai in mano la chiave, sciocca>> Disse Amy con tono irriverente, intuendo le intenzioni del poliziotto. Anche se quello strampalato piano non avrebbe risolto l’inevitabile fine a cui erano destinati, era sempre meglio che starsene fermi ad aspettare di essere divorati. Wanda rimase ancora perplessa guardando la sua mano vuota.
<<Quell’altra, imbecille!>> Gridò Ned furioso.
Quando finalmente anche la pattinatrice giunse alla conclusione alla quale tutti stavano aspettando che arrivasse, sorrise compiaciuta di sé stessa, quindi avviò la sua motosega. Salita sopra la tavola con le punte dei piedi serrate per non far ruotare i pattini, squarciò il soffitto con una facilità tale da creare in pochi istanti un discreto passaggio verso l’esterno.
Nel frattempo, la porta d’ingresso si era quasi del tutto divelta sotto i colpi dei non-morti, a quel punto Phil iniziò a far esplodere qualche cranio nel tentativo di dare più tempo possibile ai suoi compagni di salire.
<<Sbrigatevi!>> gridò continuando a far fuoco.
Ned fu il primo ad issarsi, per poi aiutare Wanda ed Amy dall’alto. Quando venne anche il turno dei poliziotto, la barricata improvvisata aveva ormai ceduto. Phil balzò sulla scrivania e da lì saltò per arrivare ad afferrare il bordo dello squarcio sul soffitto, ma la stanchezza, l’alcol e la ferita, non gli diedero l’energia necessaria. Fu solo grazie ad un braccio peloso, spuntato dal buco improvvisato, che trovò un appiglio a cui aggrapparsi per evitare le innumerevoli bocche fameliche che ormai avevano riempito il piccolo locale sotto di lui. Il poliziotto guardò Ned con un’espressione perplessa, ma allo stesso tempo colma di gratitudine.
<<Non dire una parola, sbirro!>> commentò lo psicotico con il solito tono acido <<Ti ho salvato il culo solo perché sono curioso di vedere come cazzo credi di poterne uscire adesso>>
Quando fu anche lui sopra al tetto, lo sguardo di Phil vagò nelle vicinanze, cercando di capire se le sue intuizioni erano state corrette.
<<Eccolo, guardate!>> la voce entusiasta di Wanda esplose di una gioia incontenibile <<Quello è Josh! Ehi Josh, siamo qui!>> tutti gli altri si voltarono per scrutare nella sua direzione <<ma secondo voi, perché corre tenendo in mano quella bottiglia con il tappo che va in fiamme?>>
<<Oh merda!>> Gridò Ned sconcertato <<Quella non è una bottiglia, quella è una cazzo di molotov!>>
<<Saltate di sotto e correte, presto!>> aggiunse Phil istigando tutti ad allontanarsi dal prefabbricato.
<<Ma ci sono i deambulanti di sotto, per non parlare di quelli che vanno veloce…>> obiettò Wanda cercando di interpretare il panico generale.
<<Salta e sta’ zitta!>> alla fine fu Amy a spingere la povera Wanda oltre il bordo, pochi istanti prima che un boato terrificante ed un’esplosione improvvisa facessero saltare il soffitto, ricoprendo di fiamme l’intero Coffe-Store.
Spinti via per una decima di metri, tutti e quattro si ritrovarono a terra doloranti ed  accerchiati da un nuvolo di non-morti che vagavano nelle vicinanze. I versi sguaiati dei putridi ricoprirono ogni altro suono, fino a quando un’irruenta raffica di mitra, accompagnata da urla dissennate, sterminò ogni minaccia in pochi istanti.
<<Dough!>> Urlò Ned traboccante di gioia con le braccia spalancate <<Vecchio schizzato figlio di puttana! Dovresti essere al campo base, cosa cazzo ci fai qui?>> chiese poi avvicinandosi all’uomo  che con i due mitra in mano ed un’espressione di costante timore dipinta sul volto, gli rispose con un tartagliante <<ni… ni… niente abb… abb… abbracci pe… pe… per favore>>
<<Dov’è finito quel furfante?>> provò a chiedere Phil che nel frattempo aveva iniziato a cercare tra i cadaveri carbonizzati.
<<Ma tu guarda che sfiga! Vengo a salvare le chiappe a due belle pupe…>> il tono irriverente di un ragazzo appena maggiorenne, arrivò prima della sua figura emersa  dall’oscurità <<e mi ritrovo tra i piedi anche uno sceriffo ed il suo mastino rabbioso>>
<<Josh!>> Wanda corse ad abbracciare quel ragazzotto che gli stava tanto simpatico, mentre Amy gli concesse a malapena un’occhiata gelida. L’unica cosa peggiore dei non-morti erano i cascamorti.
<<C’erano delle bombole di gas-metano nello Store, hai rischiato di farci ammazzare>> commentò la ragazza scura in volto <<e non ti azzardare mai più a chiamarmi “pupa”>>
<<In effetti, il botto mi era sembrato un po’ esagerato. Comunque, non c’è di che, milady>> replicò l’altro con un gesto sarcastico.
<<Vediamo di non perdere altro tempo>> intervenne Phil guardandosi attorno in cerca di eventuali altre minacce <<L’auto è fuori uso, quindi dovremmo procedere a piedi verso il campo base. La prima cosa da…>>
<<Non vorrei rovinare uno dei tuoi piani, sceriffo>> quasi al pari di Ned, anche Josh riusciva con il suo fare disincantato ad intaccare la calma marmorea di Phil <<ma non credo che sia più possibile tornare al campo base>>
<<E perché mai?>> domandò Wanda con un’esagerata espressione di stupore
<<Perché non c’è più nessun campo base in cui tornare>>
<<Stronzate!>> commentò Ned stizzito <<Abbiamo eretto doppie recinzioni ed istruito almeno una trentina di quegli idioti ad utilizzare tutte le armi da fuoco a disposizione. Mi spieghi come cazzo è possibile che non ci sia più un… >>
“UUUAAAAAAAAAARRRH!!”
Un tonante verso disumano riempì la notte di un terrore inquietante. Tutti  si voltarono di scatto nella direzione di quel suono. Nella penombra generata dall’edificio ancora in fiamme, qualcosa stava risalendo con pesante passo lento la strada che andava verso Sud. Qualcosa di enorme, qualcosa di agghiacciante, qualcosa che gelò loro il sangue lasciandoli attoniti.
<<OH SANT’IDDIO!!>> fu l’unico commento che Ned riuscì a pronunciare.
<<A… a… a… andiamo vi… vi… via>> balbettò Dough iniziando a fare qualche passo nella direzione opposta.
<<Ma cosa…?>>  La blaterante voce di Wanda venne strozzata da una morsa di terrore. Persino Amy, a pochi passi da lei,  rimase immobile, esterrefatta e senza parole.
<<Che diavolo è quel “coso”?>> chiese Phil, con le mani che si agitavano sulla canna della pistola, quasi avessero dimenticato come funzionasse.
<<Quel “coso” è esattamente il motivo per cui non abbiamo più un campo base>> rispose Josh con la triste consapevolezza che in quell’occasione nessun’arma sarebbe stata utile. Bisognava solo correre.

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