Episodio 4 – Guida e spara

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Ormai era rimasto per troppo tempo in quella precaria posizione e la sua presa, con la sola mano destra sullo stretto cornicione del palazzo, iniziava a cedere. A preoccuparlo maggiormente non erano i trenta metri di vuoto che lo separavano dalla strada, bensì quel fiume di carne morta che scorreva, lento e barcollante, per tutto il vicolo sotto di lui.
“Avanti Josh, datti una mossa!” Rifletté il ragazzo provando a sporgersi oltre ogni suo limite con il braccio libero, rimanendo con un piede ben puntellato contro la parete mentre l’altro sembrava quasi nuotare nell’aria. Purtroppo per lui, arrivare a quel cavo dell’alta tensione che attraversava la via fino agli edifici sull’altro lato, era un’impresa impossibile. Persino con l’ausilio del suo fidato piede di porco, mancava almeno un metro. Restava solo una soluzione: saltare.
Non che Josh avesse paura di fare un banale salto di circa tre metri, l’unica sua preoccupazione era non potersi assicurare della buona tenuta di quell’appiglio, senza contare la terrificante possibilità che nei cavi corresse ancora elettricità, nonostante quella porzione di città fosse stata completamente isolata da più di due settimane dopo la quarantena. D’un tratto, il suo umore si rabbuiò all’idea di sapere il suo corpo arrostito e spappolato sull’asfalto mentre veniva divorato da una marmaglia di creature marcescenti.
“Ok Josh, un po’ di ottimismo” Disse tra i suoi pensieri per farsi coraggio. Il premio finale era a pochi isolati da lì.
Benché il sole si fosse ormai nascosto dietro i palazzi spettrali della Zona di Quarantena e le ultime luci del giorno stessero pian piano lasciando il posto alle tetre ombre avvolgenti della notte, Josh riuscì ad intravedere quell’enorme “W” argentata posta sulla sommità del più alto edificio della città, che sembrava quasi chiamarlo, luccicando tra i bagliori di un crepuscolo autunnale.
“Sto arrivando, Weapon Corporation”  Si fece forza Josh con un pensiero incoraggiatore.
Rinfilò poi il piede di porco nella cinghia della cintura, serrò la presa con entrambe le mani sul cornicione e spinse le gambe contro la parete, senza riflettere un secondo. Dopo il balzo all’indietro, roteò su se stesso di centottanta gradi arrivando con una sola mano ad afferrare il ruvido cavo metallico. Un brivido improvviso gli corse lungo la schiena gelandogli il sangue, ma dopo un sospiro profondo, Josh fu lieto di constatare che era stata solo la sua paura a provocarlo e non l’elettricità. Sfilò con la mano libera il piede di porco sfruttandolo come un appiglio con cui scivolare lungo il cavo che scendeva fino al palazzo sul lato opposto della via. Per fortuna, il filo elettrico resse il suo peso ed una volta arrivato a destinazione, gli bastò un breve salto per ricadere sulla balconata di una casa disabitata. Guardò per un attimo in basso, cercando di capire se qualcuno di quegli schifosi deambulanti lo avesse sentito… niente. Tutti sembravano troppo impegnati a ciondolare in maniera confusa per accorgersi della sua presenza. Procedere per le stradine infestate della Zona di Quarantena equivaleva a gettarsi in pasto a quei mostri, l’unica possibilità era passare dall’alto.
“Bene, è il momento di andare”
Josh si infilò le cuffie del suo I-Pod-nano, tirò sulla testa il cappuccio della felpa e iniziò a correre lungo il fianco dell’edificio mentre la musica travolgente di “Last Resort” dei “Papa Roach” gli esplodeva nelle orecchie. Il segnale di “batteria in esaurimento” del suo lettore lo avvertì dei pochi minuti che ancora gli rimanevano di autonomia e Josh doveva affrettarsi per sfruttarli al meglio, non sapendo se e quando sarebbe  riuscito a trovare un modo per ricaricarlo. Ogni giorno, l’area della quarantena continuava ad allargarsi, tanto da contenere più edifici di quanti fossero quelli della Zona di Sicurezza e le misure di restrizione adottate dalla polizia contro gli affetti di “zeta-uno” erano del tutto inefficaci. Non serviva un indovino per capire che i termini “legge” e “fuorilegge”, avrebbero ben presto perso di significato, lasciando spazio ad un unica verità: quella di chi era armato e Josh intendeva essere pronto per quel momento.
La sua corsa si concluse al limite opposto del cornicione, dove fece un salto di un paio di metri fino ad arrivare all’edificio successivo leggermente più in basso. Concluse il suo atterraggio con una capriola a terra per smorzarne l’impatto ma non si fermò: proseguì fino ad un muro, risalendolo con due falcate che gli consentirono di afferrare con entrambe le mani il bordo superiore. Si tirò su sfruttando l’inerzia dello slancio. Altri due balzi sopra a delle ringhiere e poi giù, lungo la scalinata che lo avrebbe portato proprio di fronte alla recinzione esterna della Weapon Corporation.
Attese l’ultimo grido gutturale della canzone prima di mettere in pausa la musica, quindi riprese fiato ripercorrendo con sguardo soddisfatto l’arduo percorso che aveva affrontato. Alcuni avrebbero chiamato il suo stile parkour, una specie di arte acrobatica di strada che veniva insegnata persino nelle palestre. Eppure, Josh non aveva imparato quei movimenti sotto la guida attenta di istruttori ben addestrati, tanto meno si era esercitato indossando protezioni alle giunture o posizionando materassini gommosi per attutire le cadute. La sua insegnante era sempre stata la strada e tutti gli errori che aveva commesso erano testimoniati dalle ossa che si era rotto e dalle tante cicatrici che segnavano il suo corpo. Tutta la sua compiacenza per quell’impresa atletica svanì non appena volse lo sguardo in direzione dell’edificio in cui doveva entrare.
La Weapon Corporation era una struttura isolata e rivestita per intero da ampie vetrate a specchio che risplendevano come argento liquido sotto gli ultimi bagliori del giorno. Da quello che si riusciva a vedere, esisteva una sola via d’accesso, davanti alla quale una moltitudine di facce putrefatte si aggirava con fare apparentemente spaesato. Parecchi di loro indossavano ancora le tenute antisommossa di quegli stolti poliziotti che con molta probabilità si erano immolati per difendere l’edificio.
Per un attimo, Josh ipotizzò un paio di alternative strampalate per accaparrarsi una delle protezioni, ma quell’incauto pensiero durò giusto il tempo di realizzare che alla fin fine, con tutto quell’armamentario ad ingombrarlo, non avrebbe goduto della consueta agilità, mentre l’esperienza gli aveva insegnato a dare molto più peso alla fuga, piuttosto che alla difesa. Si concentrò quindi solo sul come procedere per evitare tutti quei morsi che sembravano attendere pazientemente il suo arrivo. Di idee gliene vennero un’infinità, ma nessuna che fosse realmente attuabile. Per quanto si fidasse delle proprie capacità acrobatiche, il numero di facce putride era decisamente troppo elevato per sperare di raggiungere incolume l’ingresso.
Improvvisamente, la sua attenzione venne catturata da una strana pedana leggermente inclinata a circa venti metri da terra e sorretta da tre cavi di acciaio che risalivano fino al soffitto. La sua pendenza derivava dal fatto che un quarto cavo spezzato discendeva dall’impalcatura penzolando fino ad arrivare a pochi metri dal terreno. Josh adorava il brivido dell’altezza ed aveva sempre avuto in testa il pallino di utilizzare un giorno uno di quei “cosi” ma (tra i tanti lavoretti che si era trovato prima di entrare nel giro delle gang) nessun lavavetri a cui aveva fatto domanda lo aveva mai assunto. Quindi trovò che quello fosse un ottimo momento per togliersi lo sfizio.
Anche se molto lontano dalla bolgia di non-morti, arrivare al di sotto della pedana non sarebbe stato facile ma di certo era più accessibile dell’ingresso principale.
Josh si guardò attorno: la via in cui si era nascosto sembrava sgombra, quindi partì con uno scatto fulmineo verso la recinzione esterna. Bastò un salto ed un paio di bracciate per arrivare sulla sua sommità e scavalcarla. Rasentò lungo il perimetro per non dare nell’occhio, anche se dopo pochi metri fu impossibile passare inosservato.
Un paio di tizi in giacca e cravatta ormai consunte ed intrise di sangue, emisero urla sguaiate nella sua direzione, attirando inevitabilmente l’attenzione di altri. In breve tempo una ventina di deambulanti iniziò ad incamminarsi con passo lento ma deciso verso di lui… aspettare oltre poteva solo peggiorare la situazione.
“Forza Josh, non cagarti addosso proprio ora!”
Dopo essersi fatto forza, il ragazzo partì a tutta velocità contro i suoi aggressori. I primi due vennero sorpassati con un volteggio aereo a spirale, mente altri tre furono scartati con delle rotazioni laterali. Un altro salto servì ad evitare un braccio scheletrico che per questione di centimetri, non riuscì ad afferrarlo, mentre con una doppia capriola volante sorvolò una manciata di facce smunte capaci solo di guardarlo passare oltre, restando amaramente a bocca asciutta. Purtroppo, un numero sempre crescente di mostri si stava radunando attorno al nuovo “pasto” e ciò significava che per Josh, il tempo delle leziosità era ormai finito.
Il ragazzo scartò nuovamente altre braccia deperite, afferrò il suo piede di porco e lo conficcò nel cranio di un signore in doppiopetto, estraendo poi una porzione abbondante di cervella putrefatte. Con un calcio, spinse via una signora senza un braccio che andò a caracollare su altri tre vaganti a poca distanza, poi con un rapido movimento si infilò tra due tizi che a malapena furono consapevoli del suo passaggio. A quel punto, solo una decina di mostri in tenuta antisommossa lo separava dal cavo penzolante.
Josh era allo stremo delle forze, ma tentò comunque un’ultima disperata evoluzione roteando al di sopra delle loro teste ma questa volta arrivò corto. Solo grazie ad un guizzo d’istinto, riuscì a sfruttare uno dei caschi delle guardie come sostegno per spingersi oltre ed arrivare con un balzo all’appiglio metallico, aggrappandocisi con una mano. Sorpreso dalla buona riuscita della propria manovra, tirò immediatamente in alto le gambe per evitare la selva di mani ossute che si agitavano freneticamente sotto di lui intenzionate ad afferrarlo. Quindi iniziò a camminare in verticale sulla parete,  usando il cavo come corda da scalata, lasciandosi alle spalle i versi insoddisfatti di decine di non-morti.
Quando arrivò sulla pedana sospesa, Josh ci si sdraiò sopra  per riprendere fiato… non sentiva più né gambe né braccia. Guardò per un istante il cielo terso che si stagliava all’orizzonte, dove le deboli luci del tramonto si stavano inesorabilmente affievolendo.
“Basta poltrire, Josh!”
Affrontare quell’inferno era già complicato così, farlo anche di notte sarebbe stato un vero suicidio. Curvò la schiena e spinse con le mani per rimettersi in piedi con uno slancio. La tavola si inclinò ulteriormente da un lato, rischiando di fargli perdere per un attimo l’equilibrio.
Josh si congelò all’istante, terrorizzato dal timore che i tre sostegni ancora integri cedessero. Si affrettò per darsi una rapida occhiata attorno constatando amaramente di trovarsi in un pessima situazione. Il meccanismo di movimento dell’impalcatura era inutilizzabile, senza contare che tutte le vetrate nelle sue vicinanze sembravano perfettamente sigillate. Prese il piede di porco e diede un paio di colpi ben piazzati al pannello specchiato più vicino… ma non accadde nulla. Nessuna scalfitura, neanche un lieve scricchiolio. L’unica risposta che ottenne fu il suono sordo di uno spesso vetro impenetrabile.
<<Dannazione!>> Commentò frustrato.
I tre cavi rimasti in tensione emisero nuovi lamenti metallici e d’improvviso la tavola si inclinò pericolosamente.
<<Ma che bella idea che hai avuto, Josh… proprio una bella idea del cazzo!>>
Non sembrava esserci via d’uscita, solo un capitombolo di una decina di metri in uno sciame di putride creature affamate. Lo sguardo del ragazzo vagò disperatamente in ogni direzione, finché non volse verso l’alto, dove trovò la sua unica via di salvezza: il tetto del palazzo.
Josh afferrò uno dei tre sostegni il cui acciaio sembrava essere meno sfilacciato degli altri, quindi puntellò nuovamente i piedi contro la parete dell’edificio iniziando la risalita ma questa volta la sua camminata in verticale durò molto poco. Vide dall’alto due dei quattro cavi cedere completamente facendo battere tutta l’impalcatura contro le vetrate. Non serviva un ingegnere per capire che anche l’appiglio a cui era aggrappato aveva vita breve.
Il ragazzo fece appello a tutte le sue esigue forze, procedendo con rapide falcate nonostante i trenta metri che ancora rimanevano da percorrere fino in cima e fu dopo solo un paio di passi che anche l’ultimo sostegno metallico venne a mancare. Il vuoto sotto di Josh sembrò volerlo inghiottire come un mostro famelico ma, con un gesto di pura disperazione, il ragazzo riuscì ad afferrare il suo piede di porco, puntellandone l’uncino nell’increspatura di una vetrata che si era generata probabilmente dopo l’urto dell’impalcatura contro la struttura. Il fragore dell’impatto che la pedana fece quando si schiantò a terra venne udito per decine di chilometri nel silenzio spettrale della Zona di Quarantena.
Ancora penzolante, Josh guardò verso il basso constatando con un certo disappunto che la decina di bocche ansimanti rimaste spappolate erano nulla a confronto delle centinaia che nel frattempo si erano andate radunando proprio sotto di lui.  Ora però doveva pensare ad un problema molto più impellente: entrare.
Provò a colpire con la mano libera il vetro a cui era agganciato, che per quanto fosse crepato, non voleva proprio saperne di cedere. Non ottenendo risultati cercò di aumentare l’apertura ruotando il piede di porco: un’operazione che per sua fortuna sembrò funzionare. Le vene biancastre iniziarono a spargersi per tutto lo specchio.
<<OCCAZZO!>> Esclamò un istante prima di vedere la vetrata andare in frantumi.
Ad evitargli una brutta fine questa volta fu la sua mano destra, aggrappatasi quasi di propria iniziativa al bordo della finestra ma quel piede di porco che in più di un’occasione gli aveva salvato la vita, cadde nel vuoto disperdendosi tra la folla di non-morti.
Josh si tirò su a fatica, ignorando le schegge di vetro che gli si erano conficcate nel palmo, quindi perlustrò con sguardo vigile le immediate vicinanze in cerca di possibili pericoli.
Il piano in cui era entrato doveva essere intorno al decimo ed era costituito da un open-space separato da cubicoli in plexiglass alti circa un metro, ognuno arredato con una grigia scrivania ed un computer ormai spento. Benché non ci fosse illuminazione nella grande sala, quella fioca luce che ancora filtrava dalle vetrate esterne, bastava per mostrargli l’assenza di qualsiasi persona, viva o morta; finché il suo sguardo non arrivò all’ultimo scomparto, dove un uomo dai capelli brizzolati, seduto  davanti ad uno schermo stranamente acceso, era intento a digitare freneticamente su di una tastiera.
Qualcosa non quadrava: per quanto ne sapeva, quell’edificio doveva essere stato completamente evacuato da almeno un paio di settimane, subito dopo l’attuazione della quarantena. In un posto del genere, Josh si sarebbe aspettato la solita gentaglia barcollante intenzionata a staccargli la testa a morsi, magari qualche strano sistema d’allarme ancora in funzione, ma di certo non un tizio di mezz’età seduto ad una scrivania. Voleva vederci chiaro, ovviamente con tutte le precauzioni del caso.
Entrò nella sala con passo felpato, evitando il più possibile di fare rumore ma si trovò improvvisamente a dover oltrepassare svariati cadaveri di deambulanti sparsi su tutto il pavimento, i cui corpi erano tempestati da centinaia di fori di proiettile. Avanzò con circospezione fino ad arrivare nei pressi del cubicolo di quell’uomo ancora totalmente concentrato sulle strane scritte che stava digitando.
Abbigliamento formale, spessi occhiali simili a fondi di bottiglia e una postura ricurva, tracciavano l’identikit perfetto del tipico nerd informatico… poi qualcosa sulla scrivania attirò l’attenzione del ragazzo, tanto da farlo sobbalzare. A causargli quella reazione non furono né l’inalatore per l’asma, né la boccia di detergente per le mani, né tantomeno la scatola semi-vuota di pillole di Be-Quiet; bensì quelle due mitragliette poggiate sulla destra dello schermo, proprio vicino al mouse.
Sorpreso e preoccupato allo stesso tempo, il ragazzo fece istintivamente un passo indietro, andando a calpestare involontariamente un pezzo di vetro di una vecchia bottiglia…  quello fu un madornale errore.
L’uomo si girò di scatto nella sua direzione afferrando i due uzi. Josh invece, fece appena in tempo ad accennare un “OPPORC” prima di gettarsi a terra dietro uno dei cubicoli. Venne subito investito da un’ondata di proiettili accompagnata dalle urla dissennate dell’uomo che si sparsero per tutta la stanza senza alcuna logica, fino a quando, dopo un paio di minuti, tornò il silenzio.
<<Ok, stai calmo… non sono armato!>> Si affrettò a dire Josh con ancora le orecchie che gli fischiavano.
<<Ch…ch… chi sei?>> Chiese l’uomo, tartagliando con un evidente tono di preoccupazione.
<<Chi vuoi che sia? Sono il ragazzo delle pizze>> rispose Josh con un velo di sarcasmo cercando di stemperare il nervosismo della situazione, rimanendo sempre ben nascosto.
<<Non… non ho ordinato… ne… ness… nessuna… pi…pizza>>  replicò l’altro  con fare perplesso.
<<No, macché pizza… stavo solo…>> il ragazzo scosse la testa sconsolato <<senti, ti dirò la verità, perché non voglio problemi e sono sicuro che non li vuoi neanche tu. Sono qui per le armi, quindi dimmi dove posso trovarne qualcuna per me e mi tolgo subito dai piedi>>
<<Qui no… no… non ci sono a… a… armi>>
<<Davvero?>> chiese nuovamente, sfoderando un esagerato tono sorpreso <<Non si direbbe, visti i  giocattoli con cui mi hai svuotato due caricatori addosso>>
<<Que… questi mi se… servono per di… di… difen…>> provò a rispondere l’uomo arrancando con le parole.
<<Ok, ho capito>> lo interruppe Josh percependo la sua evidente difficoltà <<non ti fidi di me e questo è comprensibile. Quindi adesso esco fuori per farti vedere che non sono armato e che non ho alcuna intenzione di farti del male… però tu stai calmo e non fare pazzie, ok?>> aveva rischiato troppo per andarsene a mani vuote, quindi doveva giocarsi il tutto per tutto. Si alzò da dietro ciò che rimaneva della divisione bucherellata in plexiglass, con le mani ben in vista. <<Vedi? E’ tutto a posto…>> aggiunse con voce pacata.
L’uomo davanti a lui invece non sembrava affatto tranquillo. Aveva le braccia tese con entrambi gli uzi tremolanti, il volto pallido e due occhi sbarrati intrisi di terrore.
<<Ok… calma amico>> proseguì il ragazzo cercando di placare quelle due mitragliette dal grilletto troppo sensibile per stare nelle mani di un uomo così nervoso <<ora puoi abbassare le armi e dirmi dove posso trovarne delle altre per me, così io me ne vado e tu puoi tornartene a guardare le “donnine” al computer>>
<<Te te… l’ho già de… detto… no… non ci so… sono più a… armi qui>> rispose l’altro iniziando a respirare con più regolarità e abbassando le micidiali bocche di fuoco.
<<Ma come fanno a non esserci armi?>> Josh non ne poteva più di tutta quella storia assurda <<qui le fabbricano le armi… dannazione!>>
L’uomo davanti a lui tornò con uno scatto timoroso a puntargli contro i due uzi.
<<Ok amico, va bene…>> il ragazzo alzò le mani in segno di resa <<calma, non volevo agitarti… senti… sai per caso che fine abbiano fatto tutte quelle armi?>>
<<So… so… sono state evac… evacuate in… in… insieme a… al resto… de… del personale>> rispose l’altro con parecchia fatica. Josh si rese conto che andare avanti in quel modo avrebbe portato via tutta la notte e lui non aveva più molto tempo a disposizione.
“BIIIIIP”
Un prolungato segnale acustico del computer attirò l’attenzione dell’uomo armato.
<<Oh no!>>
Disse prima di tornare velocemente a sedersi davanti allo schermo. Presa la boccia di detergente, se ne spalmò un’abbondante dose sulle mani, quindi riprese a digitare freneticamente sulla tastiera come se fosse un pianista impazzito.
Josh rimase per un attimo perplesso, quasi indispettito di essere stato lasciato da parte con ancora le mani alzate come un idiota a cui dare poca considerazione. Doveva trovare una spiegazione a tutta quella situazione sempre più assurda, quindi decise di avvicinarsi lentamente allo strano individuo e capire cosa ci fosse di così importante in quello che stava scrivendo. L’innumerevole mole indecifrabile di caratteri e numeri biancastri che comparivano sullo schermo nero, non gli dissero nulla.
<<Ehi amico!>> si fece avanti Josh <<Non per farmi gli affari tuoi… ma che cavolo stai combinando?>>
<<Codice 0104X98… Disabilitare firewall principale, Backup del database in cloud satellitare e formattazione di tutti i sistemi, operativi e strutturali>>
Disse l’uomo tutto d’un fiato senza mai staccare gli occhi dal monitor.
<<Ehm… come?>> Chiese il ragazzo decisamente spiazzato dalla risposta. <<Codice 0104X98… Disabilitare firewall principale, Backup…>> Replicò l’altro allo stesso modo.
<<WOW! …Time-out amico!>> intervenne Josh <<Ascolta… sono sicuro che per te tutto questo ha un senso, ma non per noi umani… quindi lascia stare. Dimmi almeno come diavolo hai fatto ad entrare con tutte quelle bestiacce che ci sono là fuori?>>
<<No… no… non sono ma… ma… mai andato via>> Rispose l’uomo tornando ad inciampare con le parole, senza però perdere il ritmo con le dita.
<<Mi stai dicendo che sei rimasto per più di due settimane qui, da solo?>> Josh si guardò rapidamente attorno, trovando un’inquietante spiegazione alla distruzione che imperversava nella stanza <<…e hai fatto tu tutto questo?>>
<<Ho do… do… dovuto fa… farlo>> l’uomo prese il respiratore dalla scrivania e tirò una corposa boccata <<no… no… non mi fa… fa… facevano lavorare e vo… vo… volevano a… a… agg… aggredirmi>> si sistemò gli occhiali e riprese a ticchettare sulla tastiera incollando nuovamente lo sguardo sullo schermo <<e… e… e io non so… so… sopporto es… essere to… to… toccato>>
Il ragazzo fece un rapido passo indietro.
<<Guarda, non ho alcuna intenzione di disturbarti ancora… tantomeno di toccarti>> disse con un velo di timore <<tu dimmi solo dove posso…>>
“STAC”
L’uomo batté sul tasto “enter” con così tanto vigore da far sobbalzare perfino Josh. Pochi istanti dopo, il suono ripetuto di una sirena invase tutta la sala.
<<CHE DIAVOLO HAI COMBINATO!?>> Urlò il ragazzo, sentendo a malapena la propria voce <<SIAMO NELLA MERDA! TUTTO QUESTO CASINO ATTIRERÀ UN FOTTIO DI CARNE MORTA!>>
L’uomo non si scompose neanche di un millimetro. Prese inalatore, pasticche,  detergente per le mani ed infilò il tutto in uno zaino che teneva ben nascosto al di sotto della scrivania ma Josh riuscì comunque ad intravederne dentro un gran quantitativo di cibo in scatola e bottiglie d’acqua, insieme ad almeno una ventina di caricatori ed un paio di pistole.
<<TI… TI… TI SALUTO RA… RA… RAGAZZO>> Provò a gridare l’uomo boccheggiando ad ogni sillaba <<I… I… IO HO FINITO IL TU… TU… TURNO, TE… TE… TE NE DEVI A… A… ANDARE>> concluse con molta fatica, per poi allontanarsi con le mitragliette in mano.
<<MA…>> Josh non riusciva a credere ai propri occhi. L’uomo si fermò vicino ad una colonnina per il riconoscimento del personale ormai spenta, tirò fuori un badge sporco di sangue e lo passò sotto un lettore. Lasciò la scheda di plastica per terra e dopo un sospiro, si incamminò verso le scale. A quel punto, il ragazzo gli corse dietro.
<<Ehi amico! Si può sapere dove diavolo stai andando!?>> Chiese Josh iniziando ad irritarsi <<ma soprattutto, come faceva a funzionare il tuo computer e questo maledetto allarme?! Non c’è elettricità per svariati chilometri in quest’aria della città>>
<<Gruppi di continuità e generatori indipendenti HK-T300>> Rispose l’altro senza riprendere fiato <<possono a… a… alimentare tutta la s… s… struttura fino ad un anno>>
Quel tizio continuava a turbare Josh più di tutti i boss della malavita che aveva conosciuto e purtroppo, nonostante i suoi giovani diciotto anni d’età, di quei bastardi senza morale, ne aveva incontrati molti.
<<Senti amico, mi sa che hai lavorato un po’ troppo nell’ultimo periodo… e magari ti potrà essere sfuggita la fine del mondo>> disse il ragazzo seguendo l’uomo diretto verso le scale di servizio <<quindi, se ancora non lo sai, all’esterno di questo edificio… e probabilmente anche all’interno, ci sono centinaia di “esseri” che… ATTENTO!>>
Una mano scheletrica comparve improvvisamente da dietro una porta, cercando di afferrare il collo dell’uomo, ma Josh fu abbastanza rapido da scansarlo e spingere via una signora di mezz’età con un tailleur grigio-topo imbrattato di sangue che gli si stava gettando addosso. Pochi istanti dopo, la donna fu investita da una raffica improvvisa di pallottole che le spappolarono il cervello assieme a gran parte degli arti superiori.
Vedendo la selva di piombo vagante, Josh si buttò a terra tenendo le mani sulla testa, mentre alle sue spalle l’uomo con le mitragliette in mano continuava ad urlare come un disperato, martoriando il corpo inerme della donna anche dopo che questa si era accasciata a terra. Terminati i proiettili nel caricatore, cessarono anche le urla… a quel punto rimase solo il suono lontano della sirena. Josh restò per alcuni istanti ancora a terra, pietrificato… poi scosse la testa.
<<Ma che ti dice il cervello?!>> si lamentò esterrefatto, scattando in piedi  <<potevi ammazzarmi con quei dannati aggeggi!!>>
<<Scu… scu… scusa è… è… che… che…>> balbettò l’uomo cercando di tirar fuori a fatica una pasticca dalla confezione con su scritto “Be-Quiet”.
<<Ok, senti amico…>> intervenne il ragazzo spazientito <<io non ho alcuna intenzione di crepare per colpa… o per mano tua. Quindi adesso ti saluto e me ne vado a cercare quelle cazzo di armi che…>>
<<Di… di… dieci mi… mi… minuti!>> lo interruppe l’altro.
<<Dieci minuti?>> chiese Josh <<Che vuol dire “dieci minuti”?>> Quel tizio sembrava davvero più suonato della sirena che lo stava assordando.
<<A… a… abbiamo solo di… di… dieci mi… mi… minuti… pri… pri…>>
<<Oh che palle!>> sbottò Josh <<Cosa?! Cosa?! Dieci minuti per cosa?! PARLA!>>
L’uomo riprese fiato ed ispirò dall’inalatore. Josh non ne poteva più, un’altra tartagliata del genere e se ne sarebbe andato su due piedi.
<<Codice 0104X98… Disabilitato firewall principale, eseguito Backup…>> disse l’uomo riprendendo a parlare come un nastro registrato.
<<Ora basta!>> il ragazzo ne aveva abbastanza <<Me ne sbatto dei tuoi giochetti… io me la squaglio. Buona morte!>> disse cercando una delle vetrate da cui dare un’occhiata all’esterno.
<<U… U… ULTIMO STEP!>> Gridò l’uomo con fermezza ansimante. Josh non poté evitare di voltarsi, incuriosito da quel gesto inaspettato.
<<E ora che cavolo è questo “ultimo step”?>> Chiese esasperato.
<<Avviata formattazione di tutti i sistemi, operativi e strutturali>> concluse l’altro con un lieve tono inquietante.
<<Che nella mia lingua significa…?>> Domandò Josh mentre una pessima sensazione iniziava a insinuarsi nella sua testa.
<<Co… co… collasso de… de… del si… si… si… >> Quel tizio non voleva saperne di piantarla con la solita tiritera ed il ragazzo ne aveva fin sopra ai capelli… ma d’un tratto l’uomo si fermò, prese fiato e pronunciò un’unica parola.
<<Boom!>>
<<Boom?>> Ripeté Josh sbarrando gli occhi <<BOOM?!?! Ma come… BOOM?!>>
L’uomo fece solo un cenno d’assenso.
Josh si guardò attorno con molta più apprensione… le cose stavano andando di male in peggio.
“Proprio un bel giorno per decidere di venire a rifornirmi di armi” pensò nervosamente tra i suoi pensieri.
<<Se… se… seguimi!>> disse l’uomo facendogli un cenno col capo <<da… da… da questa pa… pa… parte>> proseguì risalendo le scale di servizio.
<<Ma dove diamine stai andando?>> Josh non ne poteva più delle stramberie di quello svitato <<l’uscita è di sotto>>
Imperterrito, l’uomo proseguì la salita dei numerosi gradini che conducevano ai piani superiori senza dare spiegazioni. Spinto dalla pura disperazione, alla fine il ragazzo lo seguì.
Non appena arrivarono a spalancare la porta che dava sul tetto dell’edificio, l’uomo era piegato sulle ginocchia dal fiatone, mentre Josh non riusciva a credere ai suoi occhi. Benché la notte avesse preso il sopravvento sulle ultime luci del giorno, il logo argentato della Weapon Corporation spiccava con fulgore immacolato, mentre nelle sue vicinanze, un elicottero totalmente nero sembrava attendere paziente e solitario, sopra una gigantesca “H” disegnata a terra.
<<Non dirmi che tu sai pilotare quel coso?>> Chiese il ragazzo stupefatto voltandosi a guardare l’uomo ancora ansimante. Come unica risposta questi riuscì ad emettere solo un colpo di tosse, un sussulto della testa ed un’inalata dal respiratore.
<<Sono spacciato>> si disse Josh sconsolato.
Poco lontano dall’elicottero, uno spartano gruppo di individui dal passo ciondolante e lo sguardo vitreo, avevano notato con famelico interesse i due nuovi arrivati, ma il ragazzo non diede loro troppo peso. Erano parecchio distanti ed a malapena arrivavano ad una decina, senza considerare che dal modo con cui sparava quello schizzato del suo nuovo compare, sarebbero durati al massimo un paio secondi. Josh doveva solo preoccuparsi di stendersi a terra prima che lo stramboide iniziasse ad urlare con i mitra in mano.
I problemi giunsero quando nonostante l’avanzata imperterrita dei deambulanti, l’uomo non volle saperne di rialzarsi.
<<Ehi amico… abbiamo compagnia>> disse Josh con una certa inquietudine nella voce, iniziando a vedere da troppo vicino tutti quegli occhi vacui.
Non ottenne risposta, il vecchio era ancora poggiato sulle ginocchia con la faccia rivolta verso il pavimento. Provò a scuoterlo per una spalla, cercando di farsi dare almeno le mitragliette, ma l’altro si scostò irritato con un gesto di stizza, blaterando affannosamente <<no… no… non to… to… to…>>
Buttare il tizio a terra per prendergli le armi dalle mani con la forza, avrebbe di certo causato una sua reazione imprevedibile, che con molta probabilità si sarebbe tradotta in decine di colpi di mitraglietta sparati in qualsiasi direzione. Filarsela lasciandolo lì a morire non avrebbe giovato a nessuno, dato che lui e quel dannato elicottero, erano le sue uniche possibilità di salvezza. Il ragazzo si guardò attorno cercando una disperata soluzione e, quando ormai stava per essere completamente circondato, la sua attenzione ricadde sullo zaino che quell’uomo portava dietro la schiena.
Josh affondò rapidamente le mani al suo interno tirando via le due pistole che aveva visto quand’era nella sala poi, allargando le braccia, esplose due colpi spappolando altrettanti crani rinsecchiti. Con un salto all’indietro evitò un putrido che stava per afferrarlo, finendogli alle spalle. Da quella posizione bastarono un paio di colpi alla nuca per fargli schizzare via corposi pezzi di cervella grigiastra. Due tizi sembravano aver scelto il suo nuovo amico balbuziente come aperitivo, ma il ragazzo fu abbastanza previdente da ridurre le loro teste a masse informi di poltiglia gelatinosa. Freddare gli ultimi tre fu un gioco da ragazzi. Se c’era qualcosa di buono nell’aver trascorso una pessima infanzia nei quartieri malfamati, era che tutto questo gli sembrava dannatamente normale.
Solo a quel punto, l’uomo ancora ansimante decise di alzarsi.
<<Alla buon ora!>> disse Josh indispettito <<vuoi un caffé, un cappuccino, dei croissant>>
<<N… n… no grazie do… do… dobbiamo andare no… no… non c’è te… te… tempo>> gli rispose l’altro serio in volto, mentre con passo affaticato fece per avvicinarsi all’elicottero.
<<Queste le tengo io>> il sarcasmo non era decisamente nelle corde del suo nuovo amico, ma almeno Josh aveva rimediato due pistole. Salito a bordo, l’uomo si spalmò una grande quantità di sanificante sfregandosi le mani, quindi si allacciò accuratamente le cinture e indossò il casco. Il ragazzo seduto al suo fianco fece lo stesso, tranne per la questione del sanificante.
<<Sei sicuro di sapere quello che fai?>> Chiese Josh vedendo l’espressione spaesata del suo pilota.
<<Ho… ho… ho letto il manuale… du…du… due volte>>
<<Hai letto il manuale?!>> Esplose nuovamente il ragazzo incredulo <<mi stai dicendo che non hai mai pilotato uno di questi trabiccoli?>>
<<A… a… alla play station>> replicò l’altro iniziando ad abbassare ed alzare ripetutamente degli interruttori sul quadro principale… finché uno di questi non fece avviare le grosse eliche.
<<Abhé… Allora sai che c’è? Mi sa tanto che io scendo e me la rischio da solo. Buon viaggio!>>
D’un tratto, il fragore di un boato riecheggiò ancor più forte del rumore vorticante delle pale… poi l’elicottero tremò, ma non perché si fosse alzato in volo.
<<Cos’è stato?>> chiese Josh con il terrore di sapere già la risposta.
<<A… a… avviata formattazione di tutti i sistemi… operativi e strutturali>>
Tutta quella brodaglia di parole stavano a significare solo una cosa per Josh: “BOOM”
<<Dannazione! Vai su! Vai su!!>>
Nonostante l’agitazione del ragazzo, l’uomo sembrava riuscire a mantenere una distaccata calma siderale, completamente concentrato nel prendere dimestichezza con la cloche. Intanto il pavimento del tetto tremò di nuovo mostrando vistose crepe che si allungarono in tutte le direzioni.
<<Muoviti, per la miseria, che qua crolla tutto!>>
Josh lanciò rapide occhiate  attorno, vedendo pezzi di edificio che iniziavano a sbriciolarsi, finché finalmente l’elicottero si staccò leggermente dal suolo. Improvvisamente, un’innumerevole serie di esplosioni nei piani bassi fecero implodere tutto il palazzo su sé stesso, creando un’immensa nuvola di schegge di vetro e polvere, proprio sotto agli occhi increduli del ragazzo.
<<Amico, sei un grande!>> disse prima di voltarsi verso l’uomo, trovandolo però completamente teso e con gli occhi chiusi <<che caspita stai facendo?>>
<<So…so… soffro di ve… ve… vertigini>>
Il ragazzo si limitò a scuotere la testa evitando ulteriori commenti. Trascorsi alcuni istanti in affannosa respirazione, il suo pilota improvvisato ebbe finalmente il buon senso di riaprire le palpebre ed inclinare la cloche per far virare l’elicottero, allontanandolo con un’andatura pericolosamente oscillante dal punto in cui una volta sorgeva la Weapon Corporation.
Josh fu costretto ad un enorme sforzo per evitare di vomitare durante tutto il tragitto, tanto da essere quasi contento quando atterrarono sopra ad un furgone delle poste appena fuori dalla Zona di Quarantena, facendo piegare l’elicottero da un lato. I due passeggeri ebbero appena il tempo di slacciarsi le cinture e darsela a gambe, prima di vedere il loro velivolo esplodere assieme all’automezzo.
<<Proprio un bell’atterraggio… non c’è che dire>> disse Josh alzandosi da terra e dandosi alcune pacche su jeans e felpa, per togliersi la polvere di dosso <<Ehi amico, sei tutto intero?>> chiese rivolto al bizzarro compagno d’avventura che sorprendentemente trovò in piedi, tremante e con le armi puntate verso la strada. In tutto quel trambusto, il ragazzo non si era minimamente reso conto di quel gruppo di persone che, ad una ventina di metri da loro, li stava osservando con espressione esterrefatta… ma soprattutto, non aveva fatto caso a quell’uomo con la divisa da poliziotto che davanti a tutti, li teneva sotto tiro armato di pistola, illuminandoli con una torcia
<<Getta le armi a terra e tieni le mani sempre ben in vista>> disse l’agente con fermezza.
Josh guardò il nervosismo palpabile sul volto del suo amico occhialuto, poi passò ad esaminare l’espressione glaciale del tizio in divisa e non gli ci volle molto per capire che le cose sarebbero presto precipitate.
<<Ascolta…>> provò a dire il ragazzo con molta calma.
<<FERMO!>> gli gridò contro il poliziotto, muovendo pistola e torcia nella sua direzione <<Mani in vista, anche tu!>>
Dopo tutta un’infanzia trascorsa nelle bande di quartiere, Josh aveva avuto a che fare con centinaia di piedi piatti di ogni genere ma alla fine, tutti loro si potevano riassumere in due categorie: gli stronzi e i coglioni… e visto che quello sbirro non aveva ancora fatto fuoco verso lo psicotico armato di mitragliette, doveva essere un coglione.
<<Senti “sceriffo”…>> disse il ragazzo incrociando le braccia dietro la nuca <<non vorrei darti una brutta notizia ma, se ancora non lo sai, non è molto sicuro girare per queste strade di notte… c’è parecchia gente “affamata” nei dintorni che si farà una bella scorpacciata con tutti noi se non ci togliamo immediatamente dai piedi>>
<<Silenzio!>> ricevette come risposta <<riconosco quel tatuaggio, sei uno degli uomini di Carlos Delgado, capo della gang dei “Razziatori“>>
<<Quale tatuaggio, questo?>> disse Josh guardandosi il polso destro <<perché per un attimo ho pensato ti riferissi a quest’altro>> aggiunse accorciandosi l’altra manica per mostrare il marchio della gang dei “cobra” <<o magari preferisci questo qui?>> proseguì abbassandosi il girocollo della felpa per far vedere sul petto il disegno di un teschio spaccato in due <<Vedi sceriffo, finché questo dannato mondo non è andato in malora, sono stati proprio questi  sfregi sulla pelle che mi hanno permesso di sopravvivere in strada… perché quando ci vivi per strada, hai due scelte: o ti aggreghi ad una gang, oppure ti ritrovi ricoperto di piombo>> concluse sorridendo.
La luce della torcia lo accecò, puntandolo direttamente negli occhi, poi tornò ad illuminare per un istante l’espressione tremante del suo compagno. Quella era una parte dell’interrogatorio che Josh conosceva molto bene.
Anche se coglioni, quei pochi poliziotti che sapevano fare il proprio lavoro, riuscivano sempre a scoprire quando una persona mentiva, semplicemente analizzandone il linguaggio del corpo. Ora avrebbe scoperto se quel piedi piatti era un coglione in gamba, oppure un semplice coglione.
<<Andiamo!>> disse l’agente spegnendo la torcia e voltandosi verso il resto del gruppo di spettatori <<Risalite tutti sull’autobus, sbrigatevi!>> poi si girò nuovamente verso i due tizi che aveva tenuto sotto tiro <<siete liberi di venire con noi se volete, ma sbrigatevi a decidere. Questa città non è più sicura. Presto saranno qui>>
Josh si limitò a sorridere ripensando al fatto che alla fine gli stavano chiedendo di aggregarsi ad un’altra banda, con l’unica differenza di potersi risparmiare il dolore dell’ennesimo tatuaggio
<<Ehi amico, rilassati>> disse cercando di tranquillizzare il nervosismo dell’uomo al suo fianco <<metti a posto le armi, è tutto finito. Ora andiamo a vedere se questa gente ha una birra da farci scolare, direi che oggi ce la siamo proprio meritata>>
<<So… so… sono astemio>> Ottenne come risposta.
<<Ma non mi dire…>> Commentò il ragazzo con un ghigno.
Entrambi si incamminarono verso un pullman della scuola al cui interno c’erano persone di ogni genere. Madri con i propri figli, giovani e vecchi, tutti piuttosto agitati. In quel marasma generale, qualcuno di decisamente particolare, attirò più degli altri l’attenzione di Josh.
Seduto nei primi posti, un tizio dallo sguardo inquietante con indosso spessi occhiali incerottati ed un camice da ambulatorio, gli rifilò un irriverente “Cazzo guardi?” vedendosi osservato. Poco dietro, una giovane donna dai capelli biondi era intenta ad infilare i lacci in un paio di pattini bianchi, cantilenando la melodia di un vecchio cartone animato. Ma la più inquietante di tutte era una ragazza seduta da sola nel posto centrale dell’ultima fila, completamente vestita di nero, con una spada ricurva poggiata sulle gambe ed uno sguardo glaciale incastonato in un volto impiastricciato di cerone.
Josh non salutò nessuno, tanto meno la tizia inquietante in fondo al bus. Si fermò davanti ai primi due posti liberi e si mise a sedere, offrendo al suo bizzarro amico il sedile vicino al finestrino. Nel frattempo, il poliziotto era risalito a bordo ordinando all’autista di ripartire alla svelta. Pochi istanti e la vettura si mosse, lasciando che le tetre case disabitate della città gli scivolassero affianco.
Josh stava quasi per chiudere gli occhi e crollare preda del sonno, quando si accorse di aver lasciato tra le tante domande che gli frullavano in testa, una questione che proprio non poteva attendere.
<<Ehi amico… non mi hai ancora detto come ti chiami>>
<<D… D… Doug>> rispose l’uomo tartagliando con uno sbadiglio, prima di detergersi nuovamente le mani e poggiare la testa contro il vetro chiudendo gli occhi.
“Piacere di conoscerti D-D-Doug, io sono Josh… ma questa è una cosa che potrai sapere anche domani” Pensò il ragazzo tirandosi il cappuccio della felpa sulla testa e ficcandosi nuovamente le cuffie dell’I-Pod-nano nelle orecchie. Alla pressione del tasto “play”, il suo lettore rispose con un breve “BIP”, avvertendolo del misero cinque per cento di carica residua… giusto il tempo di un’ultima canzone. Un istante dopo, le inconfondibili note di un pianoforte di cui Josh gradì l’ascolto, lo accompagnarono in un riposo ristoratore, convinto che non ci fosse melodia più appropriata di “In the End” dei “Linkin Park” per concludere una giornata decisamente estenuante.

 

…oggi…

 

Erano ore che camminavano per quella buia strada di periferia e Josh iniziava a risentire della fatica per la lunga marcia forzata. Il ragazzo si voltò per vedere se Doug lo stesse ancora seguendo e fu quasi sorpreso nel trovarlo col fiato corto, i vestiti puntellati da schizzi di sangue, un’andatura molto simile a quella di un deambulante eppure, ancora in piedi.
La strada che stavano percorrendo non era di certo la via più sicura da seguire ma, dopo gli eventi di quella sera, qualsiasi percorso sarebbe stato un’opzione migliore di ciò che si erano lasciati alle spalle. Purtroppo quello che li attendeva, non era molto meglio.
Nonostante la notte fosse calata da parecchie ore, una splendente luna piena bastava per illuminare il loro cammino, tanto da far intravedere a Josh quel gruppo di vaganti che stava venendo incontro nella direzione opposta.
<<Dannazione!>> Commentò frustrato <<Andiamo Doug, dobbiamo nasconderci dietro quegli alberi ai bordi della strada!>>
<<Ch… ch… che succede?>> chiese l’altro afferrando gli uzi in un istante e guardandosi attorno spaventato.
<<Non è il momento di fare Rambo!>> lo bloccò Josh prima che potesse fare danni <<Sono troppi e tu non riesci a vedere ad un palmo dal naso… quindi seguimi e non fare rumore>>
Quando entrambi si nascosero a pochi metri dal ciglio della strada, la disordinata mandria di deambulanti sembrò passare oltre senza accorgersi della loro presenza, come una lenta e quieta processione di morte formata da creature marcescenti. Ne contarono approssimativamente una cinquantina ma, non riuscendo a vedere con chiarezza tutta la strada, il loro numero andò ad aumentare vertiginosamente ogni minuto che passava. Nell’inquieto silenzio di quel momento, Doug decise di far conoscere la propria allergia all’odore della resina, starnutendo rumorosamente.
“OPPORC…” pensò Josh lanciando un’occhiata furente verso l’uomo che per tutta risposta, tirò su col naso.
Alcune creature vicino ai bordi della strada si fermarono spalancando la bocca con un suono famelico nella loro direzione: un gesto che attirò inevitabilmente l’attenzione di molti altri.
Per Josh, correre fra i campi non sarebbe stato un problema, ma quel gesto voleva dire lasciare Doug al suo macabro destino e dopo tutti quei mesi passati a cercare di sopravvivere insieme, quel balbuziente psicotico gli era diventato anche simpatico. Se fosse rimasto, entrambi avrebbero scaricato la loro rabbia, assieme a tutti i proiettili, su chiunque si fosse mosso nelle vicinanze, ma prima o poi le pallottole sarebbero finite e di mostri ce ne sarebbero stati ancora molti.
Josh decise di estrarre le pistole.
“E che diamine… di qualche morte bisogna pur morire” Pensò amaramente guardando Doug intento a trattenere faticosamente altri starnuti con le mitragliette in mano. Quando ormai l’idea di impallinare carne-morta fino allo sfinimento stava per diventare realtà, il rombo di un’auto in lontananza attirò l’attenzione di tutti… sia vivi che morti. Due fari luminescenti sfrecciarono via come la scia di una stella cometa, asfaltando un paio di creature intenzionate ad avvicinarsi al riparo di Josh e Doug. Tutti gli altri deambulanti cercarono inutilmente di inseguire con la solita andatura dinoccolata, quella macchia rumorosa ormai dispersa nella notte, perdendo interesse per qualsiasi altro obiettivo.
<<Ehi Doug, hai visto anche tu?>> esclamò Josh sottovoce <<Alla guida dell’auto… c’era Ned!>>
<<N… N… Ned, do… do… dove?>> chiese l’altro guardandosi attorno spaesato.
<<SSSHHH!>> replicò il ragazzo parlando ancor più silenziosamente e tappando con una mano la bocca del compagno <<Questa volta c’è andata bene… vediamo di non fare altre cazzate>>
Doug si mise a sedere, prese un fazzoletto dal taschino e prima che potesse soffiarsi il naso, vide Josh puntargli contro la sua pistola. Decise quindi di dare una semplice lucidata alle lenti dei suoi occhiali, rinviando ad un momento migliore la pulizia delle narici.
Il ragazzo invece, poggiò pensieroso la schiena contro un albero, aspettando che il grosso della mandria si allontanasse, ma soprattutto che Doug riprendesse un po’ di fiato. Dovevano tornare indietro e dovevano farlo al più presto. Il pensiero che si fosse sbagliato non riuscì ad intaccare quello che aveva visto e di cui era certo. Anche se gli era sfrecciato davanti a più di cento all’ora all’interno di un’auto decappottabile, la barbuta faccia indisponente di quel pazzo furioso di Ned era impossibile da confondere. E poi chi altri sarebbe stato così dissennato da guidare a tutta manetta, in piena notte, mietendo deambulanti come fossero spighe di grano?
Inoltre, gli era sembrato di vedere sventolare una chioma bionda proprio sul sedile posteriore al guidatore, segno che forse c’era anche Wanda con lui. Purtroppo non era riuscito a vedere se ci fossero o meno altri passeggeri. In ogni caso, dovevano sbrigarsi, perché se Ned e Wanda erano con Phil ed Amy, voleva dire che con molta probabilità stavano tornando al campo base dopo la loro spedizione per recuperare del cibo, completamente ignari del brutto casino in cui si stavano andando a cacciare.

 

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